Presentato prima al Lovers Film Festival di Torino del 2019 e poi alla decima edizione del Divergenti Film Festival, il documentario Allah Loves Equality del regista e attivista LGBTQ+ Wajahat Abbas Kazmi raccoglie le testimonianze di donne transgender e uomini gay per raccontare la realtà della comunità rainbow in Pakistan. Realtà che, per quanto difficile, ha tinte meno fosche di quelle con cui viene dipinta dal punto di vista occidentale deformato dai propri bias. L’obiettivo del film è infatti quello di decostruire questa percezione stereotipata del Pakistan, mostrare che è possibile fare coincidere la fede islamica con l’appartenenza alla comunità LGBTQ+ ed educare ad abbandonare i pregiudizi legati all’idea monocolore e standardizzata dell’Islam.

Uno scopo che collima con l’altra dimensione di Wajahat, quella di attivista per i diritti LGBTQ+ nella comunità musulmana, che porta avanti attraverso la collaborazione con Amnesty International e Il Grande Colibrì, un’associazione che dà voce alle minoranze etniche all’interno dell’arcobaleno. Ispirato da Mira Nair e dal realismo scandinavo, il regista, di origini pakistane che vive in Italia ormai da oltre vent’anni, vuole raccontare storie di vita che possano accrescere la conoscenza reciproca di questi due mondi, in modo da favorire la ricerca di un punto di scambio e confronto. Lo ha fatto con la sua instancabile militanza come attivista, ma anche attraverso la sua carriera ormai ultradecennale da regista, con opere come The Dusk (2011), The Blue Veins (2013) e Buon Compleanno Amnesty (2016). 

Scrittore, attivista, regista, lo abbiamo raccontato per farci spiegare meglio la sua storia, il suo percorso come regista e attivista e la sua visione del mondo.

Partiamo dagli inizi: come e perché sei diventato un regista? 
Sono sempre stato appassionato di cinema, sin da bambino. Mio padre era un wannabe produttore, ma è riuscito a produrre un solo film (che non è stato visto da nessuno) e ha sempre nascosto questa sua passione, pur riuscendo a trasmettermela. Inoltre, sono sempre stato affascinato dal cinema indipendente e dai film di Bollywood, il famoso cinema indiano che sotto all’estetica eccessiva e trash veicola importanti tematiche sociali. Ho iniziato a lavorare in Pakistan nel 2010, dove sono stato assistente alla regia per cinque anni, finché non ho deciso di girare i miei lungometraggi. La motivazione che mi spinge ogni giorno ad andare avanti è la voglia di raccontare storie che sento vicine, dare voce a quello che mi interessa, a quelle narrazioni ignorate che il mondo deve conoscere.

Com’è essere un regista in Italia?
Lavorare come regista in Italia non è così difficile come può sembrare, dipende tutto da quanto sei consapevole del tuo pubblico. Ma, soprattutto, devi avere una storia da raccontare. Allah Loves Equality ha riscosso un grande successo, che ci ha permesso di produrlo, portarlo in giro per l’Italia e nei festival per ben due anni. Sinceramente, non me lo aspettavo. Credo che il successo del film sia dovuto al fatto che si tratta di un argomento nuovo in Italia, di cui nessuno aveva ancora parlato. Questo lavoro, infatti, mi ha permesso di capire quali argomenti andare a toccare e di cui c’è bisogno di parlare. Ora so dove indirizzarmi.

Com’è nata l’idea di Allah Loves Equality, un documentario sulla comunità LGBTQ+ musulmana? 
È nato dalle domande che ricevevo da parte di persone incredule quando parlavo di tematiche LGBTQ+ e Islam o quando saltava fuori che sono un regista pakistano, musulmano e omosessuale. Anche se provavo a spiegare, mi rendevo conto che la gente non capiva: non conoscono il Pakistan, non sanno che vi vivono persone omosessuali che conducono una vita tranquilla e non si rendono conto che la religione islamica può essere diversa da paese a paese. In Pakistan c’è comunque un certo grado di tolleranza nei confronti della comunità LGBTQ+ e la bisessualità ha sempre fatto parte della nostra cultura, date le restrizioni sul sesso eterosessuale prematrimoniale. Anche il Corano menziona un terzo sesso, quindi le donne transgender non vengono discriminate con la stessa durezza con cui lo sono gli uomini omosessuali. Col documentario, volevo fare conoscere questa realtà e smantellare gli stereotipi occidentali.

Quali sono state le difficoltà più grandi che hai dovuto affrontare nel girare questo documentario?
Avendo già lavorato come assistente alla regia in Pakistan, mi ero già costruito un network. Siamo riusciti a organizzarci molto bene, e le persone intervistate si sono fatte registrare volentieri, nonostante le mie preoccupazioni iniziali. Allah Loves Equality è il primo documentario pakistano in cui vengono mostrati i volti di coppie omosessuali, e neanche gli uomini gay hanno chiesto che i loro fossero nascosti. I limiti del progetto sono stati più che altro il budget e il tempo a disposizione, 30 giorni. Ma quando hai una storia da raccontare, le persone si interessano e sono disposte ad aiutarti per davvero, per questo il crowdfunding è stato un successo. Il tema del film è una realtà che non era mai stata narrata, quindi il mio bisogno di rappresentarla ha incontrato quello dell’audience di conoscerla. 

Come sei entrato in contatto con tutte le persone intervistate nel documentario?
Le ho contattate grazie alla campagna di Amnesty Allah Loves Equality, e sono state tutte persone che ci hanno accolto con dolcezza e interesse. Riponevano molta fiducia in noi: presentandoci come persone sia omosessuali che credenti, sapevano che non avrei fatto le solite domande stupide dei giornalisti bianchi. Di solito, i registi occidentali che vengono in Pakistan a girare documentari sulle minoranze del paese cercano sempre di restituire un’immagine molto negativa e sterotipata, sia del luogo che della religione e della cultura, e questo crea diffidenza nei confronti delle loro intenzioni. È difficile capire come pensino di aiutarci in questo modo. Le persone che ho intervistato sapevano che non avrei fatto quelle domande stupide che vengono fatte da alcuni giornalisti bianchi.

In che modo questo documentario si differenzia dalle tue produzioni precedenti?
Realizzare un documentario implica un maggiore senso di responsabilità, perché stai proponendo conclusioni e prospettive tue su una questione reale che non ti riguarda in prima persona. L’unica mia preoccupazione era che le ricerche sulla storia dell’omosessualità nell’Islam, che spieghiamo nel primo segmento del film, fossero corrette. La questione centrale, infatti, consiste nel raccogliere e riportare correttamente le informazioni, per scongiurare il rischio di divulgare un’opinione sbagliata, influenzando negativamente le persone. Devi essere molto onesto quando produci un documentario.

Da quali registi prendi ispirazione?
Mi lascio molto ispirare dal cinema scandinavo, nello specifico Bergman. Ma anche da Pasolini. Entrambi, in modi diversi, hanno trasposto il realismo nel cinema. Credo però che la mia influenza maggiore sia Mira Nair, regista indo-americana che nei suoi film riesce a fare incontrare e dialogare Occidente e Oriente. È quello che vorrei fare anche io con i miei film: trovare un punto d’incontro che mostri a entrambi i propri errori.

Spesso il cinema italiano fa fatica ad avere successo e oltrepassare le Alpi. Qual è il suo futuro secondo te?
La mia speranza nei confronti del cinema italiano è aumentata dopo il successo di pubblico ottenuto da Allah Loves Equality. Penso che il cinema italiano abbia molto da offrire, solo che i registi delle nuove generazioni non sono ancora emersi. Credo che, una volta passata la pandemia, il settore si riattiverà e ci sarà molto spazio per lavorare. È vero anche che è sempre difficile partire da zero, proporre i propri progetti e convincere la produzione, ma non è impossibile. Come è vero che in Italia i film indipendenti non vanno molto e vengono distribuite principalmente le grosse produzioni di Hollywood e le commedie italiane. Non giudico, ogni popolo ha un proprio gusto. Ma le seconde generazioni sono cresciute, e hanno molto da offrire.

Alla luce dei cambiamenti tecnologici e della progressiva migrazione del cinema sulle piattaforme digitali di streaming, com’è cambiato il modo di fare cinema?
Era già molto faticoso trovare un produttore che producesse il tuo film, e adesso lo è ancora di più, perché devi esserne veramente convinto. Se prima ci pensavi dieci volte, adesso devi pensarci anche cinquanta. La pandemia ha reso ancora più faticosa anche la produzione, e sappiamo che il cinema e il teatro sono tra i settori più colpiti da questa situazione. Servirà molto tempo per ritornare alla normalità, e sono molto preoccupato. Sto portando avanti dei progetti che mi stanno molto a cuore, staremo a vedere. 

Pensi che il cinema abbandonerà definitivamente la sala?
Il cinema in sala è un’altra esperienza rispetto allo streaming online, e non sono paragonabili. Non credo che la sala morirà, ma si farà fatica a riprenderlo. 

Che consiglio daresti ai regist* emergenti di oggi, soprattutto in questo momento di forte incertezza dovuto alla pandemia? 
Stiamo attraversando una crisi molto difficile, che sta colpendo ambiti essenziali della vita come la salute e l’economia. Ciò implica un cambiamento delle priorità e nessuno può dare garanzie per quanto riguarda il futuro del mondo cinematografico. Il mio consiglio è quello di fare poco, ma fare quello che serve e appassiona, di avere una storia da raccontare, perché solo così potrai trovare persone che vogliano fartela raccontare. Questo è quello che stiamo imparando dalla pandemia.

Prossimi progetti come regista? 
Sto lavorando a un documentario su un poeta pakistano che vive in Italia. Sarà una storia originale molto interessante. 

Gloria Venegoni