I My Monthly Date sono cinque giovani emiliani che hanno elaborato una formulazione tutta loro del Caos. Come espone in maniera autoevidente il loro album di debutto, intitolato per l’appunto Chaos Theory, tale formulazione prevede che i Cinque Elementi – voce, chitarra, basso, batteria e synth – si avviluppino inesorabilmente ma ordinatamente tra loro, senza pestarsi reciprocamente i piedi. Questa teoria reggerà al vaglio critico degli studiosi/ascoltatori? Lo sapremo il 9 marzo, data in cui verrà reso pubblico questo primo LP dei My Monthly Day, che arriva a tre anni di distanza dall’EP Miles Away. Nel frattempo abbiamo potuto ascoltare in anteprima i dieci volubili capitoli in cui la Weltanshauung di questi cinque ragazzi viene articolata e – per non farci proprio mancar niente – abbiamo intervistato telefonicamente i quattro quinti della loro attuale formazione: Francesco Bernardi (chitarra e synth), Andrea Gallinella (voce), Matteo Panizzi (batteria) e Alberto Raho (basso). Manca all’appello solo il secondo chitarrista, Andrea Ricchetti.

Avete un background di gusti musicali omogeneo, oppure tra di voi si nasconde una “pecora nera”?
Francesco: A te cos’è sembrato ascoltando il disco? Ti è sembrato che i nostri gusti siano omogenei? 

Beh, no. Si sente un filo conduttore, ma sembra quasi che per ogni brano ci sia un genere di riferimento diverso.
Andrea: Sì, infatti, questo perché abbiamo gusti molto eterogenei, ma alla fine riusciamo a fare dei pezzi che ci mettano d’accordo tutti. Ad accomunarci ci sono i Muse, per esempio.

Quanti generi ci sono in totale nell’album se doveste contarli?
[panico dall’altro capo del telefono]
Matteo: Eh, ma si può fare questa cosa? Fare un elenco mi sembra un po’ imbrigliare le nostre canzoni… c’è ancora la sfumatura indie che avevamo nel primo EP, che era di stampo più britannico, ma in Chaos Theory ci siamo portati molto di più sull’alternative rock. Un alternative tuttavia melodico, anche per l’influsso dato dall’arrivo del nuovo cantante, cioè Andrea, che è con noi da un anno circa. Poi con le tastiere che utilizziamo abbiamo tentato di aggiungere qualche elemento atmosferico. Però non saprei, ragazzi, cioè… un elenco di generi!?

Suvvia, è solo un esperimento.
Francesco: Fin dall’inizio ci siamo detti: ci vogliamo catalogare come genere, oppure vogliamo che la gente ci ascolti perché è presa dal nostro disco? Io lo vedo come qualcosa di poliedrico, che potrebbe piacere a un metallaro tanto quanto a un qualsiasi cantante dream-pop da talent show. Poi trovare un filo conduttore sta al singolo ascoltatore, che può anche non riuscirci. Noi ci contaminiamo a vicenda coi nostri ascolti e tentiamo di far scoprire qualcosa di nuovo l’uno all’altro. A qualcuno questo potrebbe sembrare un fattore di debolezza, ma secondo me è un fattore di forza.

Poi il filo conduttore ognuno lo trova un po’ dove vuole. Io l’ho trovato nella malinconia che c’è nelle chitarre, specie in brani come il singolo One Day More. Questa malinconia è determinata solo dal vostro gusto o ha motivazioni più… esistenziali?
Francesco: Non abbiamo pensato alle chitarre come qualcosa di malinconico, ma più come a un mezzo di sfogo, attraverso suoni più distorti e acidi. A ogni pezzo distorto però ne segue sempre uno più dolce, più tranquillo e ambientale. Questo equilibrio dà a tutto un risvolto positivo.
Alberto: Noi non partiamo dicendo: «Adesso facciamo un pezzo malinconico, adesso facciamo un pezzo divertente». Ognuno tenta di mettere nella musica la propria esperienza e il proprio vissuto. Se è venuto fuori qualcosa di malinconico, forse vuol dire che eravamo malinconici? Non lo so… di sicuro siamo stati molto caldi nel farlo: l’abbiamo scritto abbastanza in fretta, ma abbiamo messo tantissimo impegno nella ricerca di un suono vintage, e abbiamo insistito per ottenerlo prevalentemente per vie analogiche.

Avete un produttore di riferimento o qualche modello per quanto riguarda la definizione dei suoni?
[i quattro temporeggiano]
Francesco: Eh, questo è un interrogativo che ci ha perseguitati. Noi abbiamo deciso di registrarlo in maniera autonoma però appoggiandoci a uno studio, perché da una parte volevamo monitorare personalmente ogni cosa, dall’altra avere un orecchio esterno. Il mix l’ho fatto io, ma in collaborazione con un altro produttore di Parma, Francesco Rabaglia, del Big Pine Creek Studio, che ha gusti ancora differenti. Quando i grandi artisti vanno in studio hanno un produttore diverso per ogni strumento, uno per le chitarre, uno per gli archi, uno per i bassi: Paul McCartney ne ha sette/otto, nei periodi di carestia peraltro. Per fare un buon lavoro di ricerca del suono, bisogna avere degli approcci singoli su ogni componente. Comunque non abbiamo avuto grandi modelli di riferimento per la produzione: tutto sta a decidere come combinare il tutto. Una scelta determinante è stata quella di tenere bassa la voce del mix, per evitare di identificarci come tipicamente italiani.
Alberto: Per noi la voce è uno strumento come tutti gli altri. Quando Andrea viene in sala prove per aggiungere la voce riesce ad armonizzarsi al resto, non ha la preminenza rispetto a nessuno.
Francesco: Idem per le chitarre e la batteria.

Certo, questo si nota: nessuno di voi si concede momenti di protagonismo. Proprio a questo proposito, avrei una domanda un po’ farlocca: poniamo caso che abbiate l’occasione di fare un patto col diavolo. Potete cedergli la vostra anima in cambio di una sola tra queste cose: 1) un riff esaltante di chitarra; 2) un ritornello vocale che si incunea nell’orecchio dell’ascoltatore e non se ne va più; 3) un muro del suono che scuota l’ascoltatore fin nei punti più riposti della sua anima. Cosa scegliete?
Andrea: Io sto già firmando per la numero 3. [rumoroso assenso degli altri]
Matteo: L’atmosfera è qualcosa che si crea perché c’è armonia tra tutti gli strumenti: il muro del suono è questo, ognuno fa la sua parte nel momento giusto.

E se mi doveste fare un esempio di muro del suono perfetto, tra le canzoni delle band che vi piacciono?
Matteo: Map of the Problematique per i Muse…
Andrea: … o anche Madness per loro.
Francesco: Bubbles dei Biffy Clyro. Ecco, loro hanno meno suoni ma li rendono in maniera talmente perfetta ed essenziale che diventano complementari.
Matteo: Parlando per l’altro chitarrista, Andrea, potrei dire Avalanche dei Bring Me The Horizon, le cui tastiere ricordano quelle della nostra My Horizon.

A questo punto le voci cominciano ad accavallarsi, componendo stavolta un caos disordinato, e quindi più tradizionalista rispetto a quello decantato dall’album del quintetto. Solo due nomi affiorano: Beatles e Pink Floyd. E come potrebbe essere altrimenti? Non c’è wall of sound che non sia figlio loro.

Andrea Lohengrin Meroni