Cresciuta in un piccolo paese di montagna del Nord Italia e trasferitasi a Berlino, Margo Sanda è una giovane produttrice musicale e cantautrice. Dopo circa tre anni dal suo primo EP Delay, torna in scena per farci ascoltare cinque tracce sperimentali, sospese tra avant-pop e field recording. Il tutto è confluito ne La Stanza Verde, il suo ultimo lavoro uscito l’8 maggio 2020. L’abbiamo incontrata per farci spiegare meglio chi c’è dietro a questa musica così sospesa ed evocativa.

Chi è Margo Sanda?
In continua trasformazione. Qualcosa di intimo e delicato, timido e prezioso, ma che a volte vuole anche esplodere in urla e distorsioni e farsi sentire.

A differenza dell’EP precedente, questa volta hai registrato la tua voce in italiano. È stata più una necessità personale o una scelta stilistica?
Da quando vivo a Berlino parlo ogni giorno in due lingue straniere, inglese e tedesco. Mi piace molto, ma allo stesso tempo ho iniziato e a provare una strana nostalgia per la lingua italiana. Dico strana perché ho sempre voluto allontanarmi dall’Italia, e ora che ho avuto il coraggio di farlo sono più felice di quanto non sia mai stata. Dopo l’uscita del mio primo EP, in cui cantavo in inglese, mi sono persa per molto tempo alla ricerca della mia voce, del mio timbro, del mio tono; mi son resa conto che il modo in cui cantavo era piuttosto innaturale e facevo molta fatica a replicarlo dal vivo. Il motivo stava nel fatto che non ascoltavo il mio corpo, e mi sforzavo di cantare come altri artisti che apprezzavo o come pensavo si dovesse fare. Un’amica mi ha suggerito di fare una cover di Non gioco più di Mina e provare a vedere come mi sarei sentita a cantare nella mia lingua madre. Ho sentito qualcosa aprirsi nel mio corpo, la mia voce era molto più sicura e potente del solito, avevo trovato qualcosa di puro e onesto che potevo esprimere. La settimana dopo, sono partita per un ritiro artistico in Austria e Trentino Alto Adige, dove ho scritto gran parte dei brani di La Stanza Verde.

La musica come strumento per guarire e sopperire alle difficoltà. Ci racconti il tuo percorso di trasformazione personale culminato col coming out queer e gay?
Quando ho scritto e registrato La Stanza Verde non sapevo bene che significato avesse per me il termine queer. Tutti i brani sono scaturiti da un periodo di isolamento nella natura, lontano dalla vita della metropoli, che in quel momento mi stava stressando molto. Quando sono tornata a Berlino e ho iniziato a mandare l’EP in giro ad amici, conoscenti e qualche etichetta per ricevere dei feedback, non ho ottenuto niente, così ho messo il progetto da parte. Dopo alcuni mesi ho deciso di fare un ultimo tentativo partecipando al programma di workshop Nachwuchs del Pop Kultur Festival a Berlino. Lo stimolo che ho sentito lì mi ha spinta a trovare le mie regole, il mio stile, a creare il mio mondo e farmi strada senza compromessi, senza cercare di adattare la mia musica alle esigenze dell’industria musicale. Ho capito che il motivo per cui mi sentivo vuota in quel periodo era che i brani de La Stanza Verde erano per me molto importanti e non pubblicarli significava soffocare una parte della mia interiorità che aveva bisogno di uscire allo scoperto. Non a caso, negli stessi giorni stavo leggendo il libro di Audre Lorde Your Silence Will Not Protect You: il suo messaggio è quello di non nascondere chi siamo, essere coraggiosi e dire ciò che vogliamo dire, definire noi stessi prima che lo faccia qualcun altro, lottare per il nostro posto su questa terra. Questo è ciò di cui parlo in molti dei brani dell’EP.

Il tuo concept si fonda su una metafora spaziale: una stanza verde. Come mai hai scelto proprio questo luogo e questo colore?
La Stanza Verde è anche il titolo di una canzone dell’EP, in cui dico di aspettare che arrivi una persona che mi accetti per quella che sono, rendendo la stanza più verde. Nel senso di più felice, più viva. Il verde è sempre stato il mio colore preferito, è un colore che significa vita per me, è la mia energia. Mi ricorda anche il luogo in cui sono cresciuta, tra le montagne. Quando ho scritto questa canzone, stavo pensando a una persona specifica. Più tardi, mi sono resa conto di come in realtà il messaggio avesse più senso se indirizzato a me stessa. Io posso essere il verde che ridà vita a me stessa, e non sperare che qualcun altro lo sia per me. La stanza è intesa come uno spazio mentale sicuro, che è il luogo in cui sono stata mentre scrivevo questi pezzi. Un posto intimo dove posso andare quando ne ho bisogno e guardare cosa sto nascondendo a me stessa e che ha bisogno uscire, senza giudicarmi, senza paura.

Chantelle Gomez

A lavoro compiuto, quanto è stato terapeutico il processo creativo di questo EP? Come ti vedi ora professionalmente e personalmente rispetto a prima?
Sono cresciuta molto nello scorso anno, sia personalmente che professionalmente. Emotivamente la pubblicazione di questo EP è stata una tappa importante di un percorso finalizzato a esprimere me stessa in modo libero, sincero e diretto. Ho ancora paura di molte cose, ma credo che la cosa fondamentale sia individuarle, guardandosi dentro e intorno, capire le cose che non vanno e agire per cambiarle. Prima pensavo che certe cose si potessero semplicemente lasciare chiuse in un cassetto, ma poi ho capito che lì dentro c’era il mio coming out, la cosa di cui ero più terrorizzata. E volevo liberarmi di questo peso.

L’intero EP è stato concepito con l’etica del DIY: scritto, arrangiato e prodotto da te. È stata una questione di sfida personale, di preferenza per il lavoro in solitaria o è stata una necessità?
Ho sempre fatto tutto da sola. Anzi, non sono proprio mai riuscita neanche a pensare di dare le mie canzoni a qualcun altro perché le producesse per me. La mia musica potrà anche essere considerata imperfetta e naïf, ma è la mia. La Stanza Verde, nello specifico, è un lavoro molto personale, e non poteva che esser fatto completamente da me: ogni elemento ha un ruolo significativo nel raccontare ciò che stavo provando in quel periodo. I suoni che ho registrato quando ero in Austria nei boschi, ad esempio, hanno avuto un effetto curativo e mi piace dire che ho creato dei beat con qualcosa che mi ha guarita. Ora sto iniziando a muovere i primi passi verso collaborazioni con altri artisti. Mi piacerebbe creare qualcosa di molto organico, suonato e senza bpm fissi, e portarlo dal vivo con la stessa intenzione. Se vogliamo, un po’ un ritorno a come si registravano le band una volta, senza loop o campionatori.

Chiara Sergio