Il mondo artistico di Lucio Corsi è affascinante da qualsiasi lato lo si guardi: scrive testi ricchissimi e immaginifici, si lascia ispirare dai colori della sua Maremma, è uno dei volti di Gucci sotto la guida di Alessandro Michele e ha fatto della sua passione per il glam rock anni ‘70 un canale di espressione forte e personalissimo. Nel 2017 ha aperto i concerti dei tour teatrale dei Baustelle e di Brunori Sas e ha terminato lo scorso anno con due dischi all’attivo, Altalena Boy/VetuloniaDakar e Bestiario Musicale (entrambi pubblicati da Picicca Dischi). Col nuovo decennio Lucio corsi è tornato a raccontare le sue storie sospese, senza tempo: Cosa faremo da grandi? è il suo ultimo disco pubblicato per Sugar, con il quale ha alzato ulteriormente l’asticella affidandosi a una produzione curatissima ed eterogenea. Un album per ribadire sotto voce che non ha alcuna intenzione di servirsi degli stilemi lirici della canzone pop tradizionale, per scegliere ancora una volta di dare spazio a racconti sulle piccole grandi prodezze di personaggi fantastici, a riflessioni e digressioni figlie di sguardi sagaci, curiosi e mai convenzionali nei confronti della realtà. Di questo e di molto altro abbiamo parlato direttamente con lui: eccovi la nostra chiacchierata con (e su) Lucio Corsi

Partiamo subito da Cosa faremo da grandi?. Quale aspetto ti rende particolarmente soddisfatto di quest’ultimo lavoro? 
Mi rende molto felice il fatto che all’interno del disco ci siano vari tipi di sonorità; ci sono canzoni con chitarre distorte ed altre con marimba, vibrafono e contrabbasso. Sono felice di aver convinto nove canzoni che non si conoscevano ad andare ad abitare insieme. 

Come nasce questo disco?
Dopo Bestiario Musicale non volevo ripetermi nella forma del concept album, volevo fare un disco classico, in cui ogni canzone avesse una propria storia. Cosa faremo da grandi contiene canzoni giovani come orologio o freccia bianca e canzoni più vecchie come onde o senza titolo. 

Raccontaci un piccolo aneddoto con il quale possiamo immaginarti al lavoro.
Avevo scritto Cosa faremo a grandi? e me ne ero scordato, fu Francesco Bianconi a farmi riscoprire quella canzone. 

Glam rock degli anni ’70. Quando nasce il tuo amore per questo genere e per questa estetica?
Nasce ai tempi del liceo, vidi il film Velvet Goldmine e ne rimasi folgorato. 

E oggi, nell’Italia del 2020, fuori dal tuo palco e dal tuo armadio, in che cosa rivedi quel glamour che in quegli anni rappresentava principalmente la scena rock?
Negli alberi di Natale, ma la loro è una condizione forzata, mi mette tristezza, non credo che gli piaccia venire agghindati in quel modo. 

Nella sua eccentricità, il tuo look risulta incredibilmente naturale: che tipo di sinergia si instaura tra l’aspetto artistico e quello puramente estetico?
Amo pensare a un album non solo come un insieme di canzoni. Credo che debbano avere la stessa importanza anche la copertina e gli abiti con cui quelle canzoni verranno portate sul palcoscenico. Come dice Paolo Conte: sul palco avviene un incontro tra il musicista e la canzone, bisogna farci trovare al meglio, come fosse un appuntamento. 

La tua musica riporta alla memoria artisti come Randy Newman, T Rex, Joni Mitchell. Tra gli italiani sarebbe bello vederti su un palco insieme a Paolo Conte, trovo che le vostre narrazioni un po’ cinematografiche e un po’ enigmatiche siano vicine. Questi artisti ti hanno influenzato in qualche modo?
Paolo Conte è il mio cantautore preferito, lo trovo simile a Randy Newman, entrambi uomini pianoforte. Adoro le loro storie senza tempo, una caratteristica rara al giorno d’oggi, dove si parla di sensazioni e stati d’animo inerenti a un preciso anno, un preciso momento storico. Invece la musica di Paolo Conte poteva essere antica negli anni ‘60 e futuristica oggi. Poi aggiungerei Ivan Graziani, un altro che mi ha molto ispirato durante la scrittura del disco. 

Quanto è importante o vantaggioso, secondo te, essere ascoltatori onnivori? Senti che hanno avuto importanza per la tua formazione musicale anche artisti appartenenti a generi diversi dalla canzone d’autore? 
Certamente, essere curiosi è fondamentale. Io ad esempio amo Miles Davis come Bob Dylan, Van Dyke Parks come Antonello Venditti. 

Che cosa faremo da grandi? sembra non avere alcuna intenzione di inseguire affannosamente le mode. Hai mai avuto paura, specialmente agli esordi, di non essere capito, proprio per questo tua volontà di rimanere sempre fedele a te stesso, rischiando anche di andare in una direzione difficile? 
Per me l’importante è fare qualcosa di cui mi senta orgoglioso, felice. Essendo una forma d’espressione non può piegarsi a mode passeggere o scendere a compromessi per una smania di successo; se dovessi fare il contrario cambierei mestiere. 

È ancora possibile fare il cantautore, e tu lo dimostri ampiamente. Tuttavia oggi sembra che si possano trovare ricchezza creativa e urgenza artistica solo in poche mosche bianche scampate a un torpore generale, che si sono date da fare lavorando e nutrendo la mente in tanti modi diversi. Tu che cosa ne pensi? 
Mi sento spesso dire che le canzoni sono come degli specchi, ovvero come luoghi nei quali ritrovarsi. Io sono convinto che la canzone possa e debba essere ancora un quadro, ovvero qualcosa da guardare e nella quale perdersi (sempre se dobbiamo a tutti i costi appendere le canzoni a un muro). Credo che si possano delineare altre vie al giorno d’oggi, la cosa importante è non abituarsi a questo diffuso appiattimento, di musica e parole. 

Che ruolo riveste per te la fantasia? 
La fantasia non è una bugia. È uno strumento che può ingrandire e rimpicciolire le cose. 

Hai un libro sul comodino in questo momento?
Aprire il fuoco di Bianciardi. 

Nicoletta Rabiti, tua madre, è autrice delle illustrazioni dei tuoi dischi, rendendo il tuo universo artistico fortemente genuino. Com’è nata la copertina di quest’ultimo album? 
Mi sono imposto di utilizzare sempre suoi dipinti per le copertine dei miei dischi. Quella di Cosa faremo da grandi? è un vecchio quadro di mia madre che ho in casa da quando ero piccolo, osservandolo ci ho ritrovato tutte le canzoni dell’album. Poi sono stato ipnotizzato dal cerchio nero. 

Un altro aspetto interessante del tuo mondo sono i video, che sono il coronamento di un immaginario estetico già molto forte. Come sono nate le idee degli ultimi che hai pubblicato? 
I video usciti fanno parte di un mediometraggio girato in maremma insieme a Tommaso Ottomano, mio grande amico, con il quale porto avanti da anni una sorta di “fratellanza artistica”. Le idee con lui nascono litigando, è un ottimo modo per confrontarsi. 

Sappiamo che la tua terra, la Toscana e in particolare la Maremma, riveste un ruolo molto importante per la tua musica. Se domani decidessi di partire, in tasca avrai un biglietto per un Freccia Bianca che ti riporta a casa o un volo verso un’altra destinazione? 
Mentre ti scrivo sono a Milano, vorrei tornarmene a casa in campagna e mettermi a suonare il pianoforte. 

Hai dei posti preferiti nella città di Gaber e Jannacci? 
Sono affezionato a Niguarda Nord, paese inglobato dalla città tentacolare. 

Ci salutiamo con una canzone?
The Best Years of our Lives, di Steve Harley & Cockney Rebel

Valeria Bruzzi