Forti di una passione intramontabile per le chitarre distorte, due ragazzi della provincia di Treviso hanno formato un duo rock and roll come non se ne vedevano da un pezzo: i Liverpool Alligator Park. Emanuele e Francesco sfogano sugli amplificatori tutta la loro energia, trasformandola in due EPLook Out! The Alligators Are Running (2018) e Look Out! The Alligators Are Dead (2019) – e in nel grezzo e potente singolo Everything Was Better a Few Years Ago, uscito lo scorso 17 aprile. In una chiacchierata telematica ci siamo fatti raccontare da loro la storia del progetto, del nuovo singolo e molto altro.

Cosa comporta essere un duo facendo un genere musicale che solitamente viene suonato da band composte da un numero maggiore di elementi?
Emanuele: In realtà noi spesso ci dimentichiamo di essere un duo, compensiamo esagerando con i decibel. Ma il volume non è per noi un vanto: ci viene naturale per via del nostro modo di suonare. Francesco fa spesso fatica a battere “piano” e io sono un chitarrista dalla mano pesante, finisco sempre col distruggere decine di plettri. Scusateci, fonici!

Da dove nasce il vostro nome?
A un certo punto, ci siamo trovati nel millesimo vicolo cieco con i nostri progetti precedenti, ed eravamo un po’ demoralizzati per la mancanza di una vera e propria scena italiana e di spazi per le band emergenti. All’ennesima serata triste ci siamo detti: “Fanculo tutto! Facciamo un disco rock and roll, in due!” Siamo nati così, come side-project senza troppe pretese, che in parole povere significa creare una band giusto per suonare nelle osterie e bere insieme ai nostri amici. I brani dei primi due EP sono venuti fuori di getto, come una sorta di sfogo interiore: abbiamo seguito l’istinto, facendo quello che ci andava di fare, e ci siamo divertiti un sacco.

È appena uscito il vostro nuovo singolo Everything Was Better a Few Years Ago. Che cosa “era meglio qualche anno fa”?
Il titolo del pezzo, che poi è la frase ripetuta ossessivamente nel ritornello, ha un sapore vintage, un po’ stravagante ma di grande impatto, come i titoli delle canzoni honky-tonk. Volevamo riprendere con ironia il luogo comune che una volta fosse tutto migliore, più semplice e più autentico; anche se, da amanti del rock e del vintage, in parte condividiamo questa visione. Il testo parla del tempo che passa, di perdere e riscoprire amici, di crescere, di avere 26 anni in una piccola città di provincia e provare a fare rock and roll. Inoltre, la struttura semplicissima della canzone, costruita solo su due accordi, rappresentava bene l’approccio rock and roll che ricercavamo.

Al vostro EP d’esordio Look Out! The Alligators Are Running (2018) è seguito un secondo lavoro Look Out! The Alligators Are Dead (2019). Che cosa li lega?
Abbiamo scritto i primi due EP di getto, quindi sono uniti dalla stessa pasta a livello sonoro. I testi, dal più nichilista e punk a quello più triste e malinconico, nascono da un desiderio di sfogo e di rivalsa. Il nome Liverpool Alligator Park si rifà proprio a questa attitudine punk: un “parco degli alligatori” immaginario, dove puoi essere chi vuoi. Per questo entrambi gli EP cominciano con l’annuncio “Welcome to Liverpool Alligator Park. Dive into this extraordinary world…”, ma non costituiscono un concept album, è solo un viaggio divertente e nichilista attraverso 10 canzoni.

Il vostro sound garage sembra un tuffo in un passato tutto chitarre e Union Jack. Quali sono gli artisti che vi hanno maggiormente ispirato?
Quando abbiamo iniziato non sapevamo bene nemmeno che cosa fosse il garage rock, volevamo solo fare dei pezzi punk con le vibrazioni e un’attitudine rock and roll. Per capire il nostro sound devi prendere i Sex Pistols e condirli con un po’ di Beatles. La formula è semplice e ci piace così. Quindi la nostra principale fonte d’ispirazione è il rock inglese. Poi entrambi ascoltiamo e approfondiamo quello che più ci affascina, spesso anche generi molto diversi, dal post-punk alla musica tradizionale americana, dal delta blues all’outlaw country; in qualche misura stanno tutti influenzando la nostra musica.

Nel 2020, il rock ha ancora qualcosa da dire?
Sì. Ci sono un sacco di persone che, come noi, di questa cosa proprio non riescono a liberarsi, è una scintilla che ti rimane addosso per tutta la vita. Noi suoniamo insieme da circa 8 anni e non ci siamo ancora stufati di batterie pestate e chitarre distorte, anche se non saprei ben dire il perché. L’attitude rock and roll ha e avrà sempre il potere di affascinare e comunicare quel senso di ribellione, di pericolo, di casino, di sudore; penso anche all’imperfezione degli strumenti suonati senza l’ausilio del digitale. Insomma, è tutto molto umano e autentico. Non so come si evolverà l’industria musicale nei prossimi anni, ma sono certo che il rock and roll ci sarà sempre, in qualche modo.

In che modo Treviso ha influito nel vostro progetto?
Noi viviamo in due piccoli paesi in provincia di Treviso. Sono luoghi che tutto sommato amiamo, nella loro semplicità e bellezza. A volte ci stanno stretti, per via dei pochi musicisti e della mancanza di una vera e propria scena. Ma siamo anche convinti che non saremmo chi siamo senza il nostro costante rapporto con il nostro territorio e le persone di qui. La nostra ambizione è quella di uscire dai confini e riuscire a suonare un po’ fuori dall’Italia.

Cosa c’è nel vostro futuro?
Sicuramente uscirà un nuovo singolo quest’estate. Nel frattempo, dato che non si potrà suonare dal vivo per un bel po’ (o almeno, così dicono… noi speriamo nel contrario), ci rinchiuderemo in sala prove a finire di scrivere il nostro primo album. Non vediamo l’ora!

Riccardo Colombo