Sono in giro dal 2013, e si portano sulle spalle l’esperienza di anni di contest, arrangiamenti ispirati alla world music e live sui grandi palchi internazionali. Ora stanno per presentare un nuovo lavoro, ma è tutta un’altra storia: meno sonorità etniche e morbidezza, più rock contempoaneo e aggressività, ispirandosi ai loro spaccati di vita crudi e disorientanti. Stiamo parlando dei Ku.da, freschi dell’uscita del loro ultimo singolo, Preach, e ora pronti a uscire con Two Pathetic Souls per Ma.Ra.Cash Records. Il disco si preannuncia intenso e coraggioso, tanto nelle liriche quanto nelle scelte di suoni, ed è l’esito di un attento lavoro sui sintetizzatori e sull’identità del progetto, ora innervato da una carica elettrica che ha stravolto le idee che avevano plasmato il precedente lavoro Kudalesimo (2017). Così abbiamo deciso di parlarne direttamente con loro, facendoci raccontare della loro storia travagliata, di quanto gli manca il palco e di quella volta che, finito il concerto, la macchina non c’era più…

Il progetto Ku.da esiste ormai da molto tempo: nato nel 2013, ha poi subito cambiamenti ed evoluzioni nel tempo. Ci piacerebbe saperlo da voi: come vi sentite a guardarvi alle spalle?
Se pensiamo a tutte le avventure che abbiamo vissuto ci viene da sorridere: siamo una band che ne ha combinate tante, vivendo molti retroscena bizzarri. All’inizio eravamo solo in due (Luca, detto Kusch, e Christian, detto Peda) e giocavamo a fare composizioni musicali con un iPad, che al tempo ci pareva uno strumento dalle infinite possibilità. Finché non ci siamo resi conto che sarebbe stato quasi impossibile eseguire i nostri brani dal vivo rimanendo solo in due, così abbiamo chiesto ad Alex Canella (batteria) e a Giancarlo Bello (violino e percussioni) di accompagnarci. Da quel giorno i Ku.da sono diventati una band.

Abbiamo iniziato a riunirci per scrivere e lavorare ai nuovi brani insieme, ma problemi tecnici non indifferenti – su tutti, un incidente all’iPad di Kusch che ci privò sul più bello di molti arrangiamenti – hanno ritardato di parecchio l’uscita del nostro primo album, Kudalesimo (2017), registrato in Toscana presso l’Elfo Studio. Dopo un periodo in cui Kusch e Giancarlo si sono allontanati dal progetto, che ha accolto Andrea Albini (chitarra) e Buska (basso), Kusch è tornato, al basso e ai sintetizzatori. Ed è lui la mente del concept su cui si baserà il nostro prossimo disco in uscita: una nuova ricerca musicale che ha ridato linfa vitale al progetto, soprattutto per quanto riguarda la dimensione dal vivo. Abbiamo infatti abbandonato le sonorità etniche e virato su un sound più duro e oscuro, forse anche più rock, dando adito al nostro lato più aggressivo.

Tornando al presente, è appena uscito Preach per Ma.Ra.Cash Records, il quarto singolo che anticipa il vostro prossimo LP: energico e dalle sonorità internazionali. Da cosa nasce questo brano?
Preach è nato dal tema iniziale di synth, che è la colonna portante del brano: appena Peda ha proposto quel giro, ne abbiamo subito intuito le potenzialità. Di solito i nostri testi vengono scritti su suggerimento dell’atmosfera musicale, ma in questo brano sono ispirati allo skyline di una metropoli al tramonto, alla storia di un amore passionale e ossessivo, autodistruttivo più che romantico, in cui i due amanti fuggono dai propri problemi usando l’altro. Almeno, così lo abbiamo spiegato a Emanuele Romussi, che è stato così abile da trasformare una vaga idea in un testo contemporaneo.

Oltre al tema dell’amore, in queste tracce si riflette sulla tecnologia e sui suoi limiti (Plastic Chains), ma anche sull’evoluzione personale (Warlock). Da quale esigenza espressiva nascono i vostri testi?
Il nuovo album, Two Pathetic Souls, dà forma a una raccolta di storie e di relazioni assurde, di quelle che hanno pericolosi “effetti collaterali” e che finiscono per diventare disfunzionali. Per esempio, Warlock parla di un uomo disperato per la morte della sua amata e, credendo di poterla ricontattare con l’aiuto di uno stregone, entra nel mondo degli spiriti dove però le cose prendono una brutta piega e il protagonista diventa uno spirito, un cavaliere inesistente. Plastic Chains, invece, è un testo socialmente più impegnato, che affronta il tema delle conseguenze negative della tecnologia e del mondo contemporaneo, del legame morboso con le cose materiali. Altri testi raccontano di amori aggressivi, di prostituzione e di comportamenti fuori controllo. In tutto questo non c’è però alcuna morale: volevamo descrivere alcuni spaccati di vita nudi e crudi, focalizzandoci sull’essere umano che perde il controllo, pagandone poi le conseguenze.

Le produzioni di Preach e Plastic Chains sono le più energiche dei quattro singoli, mentre Warlock e Diopside hanno un’atmosfera più psichedelica e ricercata. Cosa determina la vostra scrittura e produzione?
Dietro a ogni nostro pezzo c’è la voglia di esprimere qualcosa di concreto, di descrivere uno stato d’animo non più totalmente positivo, come quello che aveva trovato spazio in Kudalesimo, un disco fortemente influenzato dalla world music e dal suo messaggio di speranza. Le canzoni di questo prossimo lavoro sono invece più maledette, in un certo senso. Non è stata una scelta a tavolino, abbiamo semplicemente tenuto in considerazione le emozioni che abbiamo provato nel suonarle: l’esecuzione ai concerti ha caricato i brani di una verve più aggressiva, che si è poi riversata anche nell’arrangiamento e nella registrazione.

La vostra presenza scenica è travolgente. Ma qual è stato il palco sul quale vi siete divertiti di più?
Quello del Taubertal Festival, in Germania: la gente era carichissima per la nostra musica, e durante l’ultimo brano è calato un tramonto viola sulla valle alberata davanti al palco. Le persone cantavano l’ultimo ritornello di In My Car, pur avendola ascoltata in quel momento per la prima volta, qualcuno ha messo mano agli accendini. È stato magico. Abbiamo fatto tantissimi concerti, ci siamo sempre divertiti e ricordiamo ogni nostro live con grande gioia, anche quando le cose andavano storte per problemi tecnici: una volta ci hanno persino rubato l’auto durante un’esibizione – per fortuna l’abbiamo ritrovata subito dopo in un bosco lì vicino…

Il vostro sound è internazionale, ma provenite da Novara. Il luogo in cui vivete ha influenzato la vostra musica?
Novara è una città tranquilla, ma sa affascinare, se la si guarda senza troppe aspettative: le risaie, i boschi, i sentieri nelle campagne; è lì che abbiamo giocato per tutta la nostra infanzia ai “bambini sperduti”. Abbiamo anche girato diversi video in questi posti, ricreando storie di sciamani, streghe e luoghi ancestrali. A Novara, soprattutto, c’è una scena musicale indipendente molto florida da cui trarre spunti e con cui confrontarsi.

Che cosa ha in serbo il 2021 per voi?
Per ora siamo pronti a uscire con il secondo album, ma crediamo che la vera forza dei brani e del progetto risieda nel live: è dal vivo che esplode tutta la nostra energia. La vera magia per noi è accompagnare le persone nel nostro mondo musicale, in modo che diventi tangibile e reale, come la terra sotto i piedi. Abbiamo in serbo uno spettacolo molto potente, questo è il nostro vero scopo, che da un senso al nostro mestiere e ce lo fa amare.

Riccardo Colombo