Nel 2016 Jim Cummings vince il Sundance Film Festival con il corto Thunder Road, scritto, diretto, prodotto e interpretato dall’autore. Due anni dopo, il film viene trasformato in un lungometraggio e diventa il simbolo del nuovo cinema indie americano. Disponibile in Italia su Io Resto in Sala e Wanted Zone grazie a Wanted Cinema, Thunder Road racconta la storia di Jim, un poliziotto texano che cerca di superare la perdita della madre mentre affronta il divorzio dalla moglie e il rapporto burrascoso con la figlia. “Volevamo raccontare la storia di un uomo che resta solo, dando delle munizioni a chi ne avesse bisogno trovandosi in una situazione simile”, afferma Cummings quando gli chiediamo perché avesse deciso di trasformare Thunder Road in un lungometraggio. Il lungo piano sequenza iniziale – che costituiva la totalità del corto -, in cui Jim improvvisa un’eccentrica imitazione della madre defunta abbozzando il ritmo dell’omonima canzone di Bruce Springsteen, è sintomatico dell’intenzione del regista: il piano sequenza accoglie il pubblico e e lo fa sentire parte della scena. Allo stesso modo, la scelta di ibridare commedia e dramma dichiara sin da subito la cifra stilistica di Thunder Road: Jim non è un eroe né un antieroe, ma unavittima delle circostanze.

“La storia di Jim è drammatica e ridicola al tempo stesso. Il mio obiettivo iniziale non era quello di distruggere l’immagine virile del poliziotto; mi faceva semplicemente ridere e mi affascinava l’idea che un ragazzo duro e tosto, all’improvviso, si sentisse cadere, come succede a chiunque”.

Il tono dramedy del film è inoltre funzionale a veicolare uno dei macro-temi di Thunder Road: decostruire lo stereotipo della mascolinità nella società americana. Emblematica in questo senso una delle scene più intense del film, quella in cui Jim perde la testa nel parcheggio della stazione di polizia dopo essere stato licenziato e inizia a spogliarsi della divisa, pezzo dopo pezzo, facendosi metafora gestuale di come la disperazione renda ogni essere umano uguale all’altro. Così, il regista mette a nudo la propria idea di uomo per come gli è stata inculcata, indagando l’angoscia e la frustrazione che derivano dal senso di inadeguatezza che si prova nel momento in cui non si corrisponde alle aspettative sociali vigenti.

“È stato molto difficile interpretare Jim, ma è stato anche stimolante. Ho avuto la fortuna di poter contare su un sacco di amici e colleghi che mi hanno permesso di capire cosa facesse ridere e cosa facesse piangere, ed è stato fantastico. Per imparare i lunghi monologhi non ho fatto altro che ripeterli tantissime volte, e sono convinto che in un film rappresentino una mossa vincente. È un po’ come fare stand up comedy, è un modo perfetto per catturare l’attenzione”. 

Thunder Road è il luogo di una ricerca di sé, tra fughe, rinascite, sofferenze e ribellioni (vedi Skinny Love di Bon Iver in chiusura), seppur con delle esasperazioni: a volte sembra che il personaggio di Jim sia più centrato dell’interpretazione dell’attore. Il film è anche il racconto di un’amicizia profonda e vitale, quella tra Jim e il collega Nate (Nican Robinson), personaggio in cui Cummings spiega di aver concentrato i modi di fare e gli umori di tutti gli amici che nei momenti più difficili della sua vita lo hanno sostenuto. Ed è proprio il loro rapporto a innescare un cortocircuito nella rappresentazione stereotipata dell'”uomo virile”, che ne capovolge i parametri mostrando una dinamica di perdono a una società che tende a svalutarla e giudicarla negativamente, soprattutto tra uomini.

“Penso che il significato del film che vorrei rimanesse nel tempo sia lo stesso della canzone: riuscire a capire che è ok allontanarti da una dinamica della vita che ti rende infelice, che è del tutto ok fare le valigie e scappare. A volte, è l’unica soluzione”. 

Davide Spinelli