Dopo averlo visto in concerto lo scorso marzo al Quirinetta di Roma, non potevamo non fare due chiacchiere con la nuova promessa del cantautorato italiano. Siamo riusciti a rubargli qualche minuto durante il suo intensissimo tour in giro per lo Stivale con il suo primo disco Fa Niente. Dalle influenze italiane e straniere ai primissimi atti del progetto fino al suo pubblico ideale e alle intenzioni future: vi raccontiamo tutte le sfaccettature di Giorgio Poi.

Come ha preso vita Fa niente?
Ero a Berlino, vivevo fuori dall’Italia da un po’ di tempo e avevo sempre scritto canzoni in inglese, ma mi era venuta una gran voglia di usare la mia lingua. Non l’avevo mai fatto prima e non sapevo neanche se mi ci sarei trovato bene. Ho scritto tre pezzi senza testo, ma non ero ancora sicuro se sarebbero stati in italiano o in inglese; prima volevo trovare una direzione musicale. Ho definito un suono di batteria, uno di basso e uno di chitarra, che intendevo utilizzare per tutto il disco. Quando i pezzi erano chiusi e mancavano solo le parole, non potevo più girarci intorno. Ho collegato il microfono e ho premuto “rec” farfugliando parole a caso in italiano. Mi veniva un po’ da sorridere a sentirmi cantare in questa lingua così familiare e allo stesso tempo nuova. Era un po’ come accorgersi di essere innamorati di qualcuno… di un’amica.

Prendendo in considerazione lo scenario della tradizione cantautoriale nostrana, quanto ti hanno influenzato questi grandi della musica italiana e da chi ti senti ti maggiormente ispirato? I fiati, il beat pop accattivante e gli arrangiamenti curati ci ricordano, in particolare, Lucio Dalla. Mentre le chitarre pulite e qualche accenno di coralità nella voce ci hanno fatto pensare a Lucio Battisti.
Dalla e Battisti ci sono sicuramente, un altro che ho ascoltato tanto è Paolo Conte.

La ricercatezza delle tue melodie ci fa soffermare ancora sulle influenze: siamo molto curiosi di conoscere quelle straniere. C’è qualche album che ti ha ispirato o che ami particolarmente? Tra i contemporanei, Mac Demarco c’entra qualcosa?
Anche Mac Demarco mi piace, certo, anche se il mio modo di scrivere canzoni è molto diverso dal suo, molto italiano, credo. Mi piacciono un sacco anche i Micachu And The Shapes, un gruppo inglese poco conosciuto ma davvero speciale.

Fa niente trasmette una serenità strana e bella, una leggerezza intelligente. È l’effetto che volevi? E perché questo titolo?
In realtà non c’era nessuna volontà dietro la scrittura dei pezzi, se non quella di riuscire a esprimermi davvero. Il titolo, in un certo senso, racconta proprio questo: mi stavo dicendo di non preoccuparmi, di lasciarmi andare.

Il tuo è un disco che parla d’amore, a tratti malinconico ma allo stesso tempo giovane e fresco, che lascia appena intravedere una nota di romanticismo. Non vogliamo farci gli affari tuoi (o forse sì): quanto c’è di autobiografico nei tuoi testi?
Direi che c’è molto di me in questi pezzi, è sicuramente un disco in prima persona, non racconto storie.

Sappiamo che vivi e hai vissuto molto all’estero, principalmente a Londra e Berlino. C’è o c’è stato un posto in particolare in cui scrivere ti viene più naturale?
Quando studiavo e non avevo tanto tempo per scrivere mi piaceva farlo quando ero in vacanza a Roma dai miei genitori. Ultimamente sono un po’ più organizzato: a Berlino ho una stanzetta in cui vado a suonare e scrivere, è lurida e in disordine, ma poterla trascurare mi dà la possibilità di concentrarmi su quello che ho da fare. Se dovessi tenerla in ordine avrei troppe distrazioni.

Il pubblico. Ne hai in mente uno ideale quando scrivi le tue canzoni?
Sì, me stesso quando la sera tornerò a casa e riascolterò quello che ho scritto.

Che ambizioni hai per il futuro? Hai qualche desiderio in particolare?
Questo è un bellissimo momento, vado in giro a suonare, mi diverto e sto per tornare a vivere in Italia: penso al presente.

Perché una cover di Loredana Bertè?
È un pezzo che mi piace molto, mi andava di cantarlo.

Valeria Bruzzi e Niccolò Pagni

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