Presentato in anteprima nazionale allo scorso SguardiAltrove film festival, Tutte le anime del mio corpo è il toccante documentario di Erika Rossi, giovane regista di Trieste. Tutto nasce con un incontro inaspettato: dopo la morte della madre, Lorena Fornasin trova per caso il suo diario, prezioso custode di Storia universale e di intime riflessioni di una donna partigiana, pronta a rischiare la propria vita per gli ideali in cui credeva. Attraverso queste pagine del passato e la vita di oggi di Lorena, Erika Rossi costruisce una pellicola a cavallo tra due epoche, legate indissolubilmente dal rapporto di una figlia con la propria madre, ora visto da una prospettiva completamente diversa. Lorena si renderà conto solo ora che i suoi saldi ideali e la sua voglia di contribuire attivamente per il bene della comunità sono parte integrante dell’educazione ricevuta dalla madre, dalla quale ha inconsciamente appreso quell’attitudine alla vita che l’ha resa una donna forte e coraggiosa. Con la pubblicazione del diario Tutte le anime del mio corpo. Diario di una giovane partigiana (1943-1945) nel 2014 e con l’uscita del documentario, Lorena può finalmente rivolgere un sentito “grazie” a quella madre tanto defilata nella sua vita quanto fondamentale.

Qual è la tua formazione? Come sei approdata al cinema?
L’interesse per il cinema è una passione che c’è sempre stata nella mia vita, ma solo durante l’università ho iniziato a entrare in quel mondo girando alcuni piccoli corti e mi sono resa conto che l’approccio al reale era la cosa che mi appassionava di più. Nello specifico, mi sono sempre interessata al tema della salute mentale, il quale è stato il primo argomento che ho scelto di raccontare tramite il linguaggio audiovisivo. Dopo l’università mi sono trasferita a Milano, dove ho svolto diversi ruoli sul set, insomma, ho fatto gavetta e ho imparato davvero tanto. Poi sono entrata a Rai3 e ho seguito un percorso diciamo più strutturato all’interno dei programmi televisivi, prima come redattrice e poi come autrice, nel ruolo di Programmista Regista, cercando di raccontare piccole storie per la TV. Parallelamente ho portato avanti i miei progetti documentari come Porrajmos, Questioni di pelle, Navighiamo a vista e, grazie ai fondi che la mia regione, il Friuli, offre alle piccole produzioni per nascere e crescere ho realizzato, Trieste racconta Basaglia.

Il film appare sdoppiato su due livelli, quello del presente, in cui Lorena Fornasin ritrova e diffonde il diario della madre mentre continua a svolgere il suo lavoro e le sue attività socialmente impegnate, e quello del passato, ovvero della guerra e dell’azione della madre Maria Antonietta Moro all’interno della resistenza femminile sul confine. Quindi, anche due “storie”, una personale e una universale che si incontrano e comunicano proprio tramite il diario. Secondo quale criterio hai selezionato tutto il girato per arrivare a questa struttura? Come mai ha deciso di dare così tanto spazio anche al presente di Lorena e al suo lavoro?
Lo sviluppo del documentario è durato circa un anno e mezzo. Ho così avuto modo di conoscere Lorena e, parallelamente, la sceneggiatura si modificava, subiva aggiunte e rimaneggiamenti man mano che il rapporto con lei si faceva più stretto. Il progetto solo alla fine dello sviluppo ha assunto la forma che avete visto in sala: il racconto di una madre attraverso gli occhi di una figlia. Lorena stessa ha potuto conoscere meglio Maria Antonietta solo dopo aver ritrovato il diario, per dar vita a quella comunicazione e quella comprensione che quando la madre era in vita non si erano mai create. Per Lorena, Maria Antonietta era sempre stata la figura tradizionale della donna di casa, invisibile ai suoi occhi, completamente oscurata dall’idealizzazione del padre. Ora, invece, Lorena ha potuto vedere sua madre sotto una luce diversa, come una persona, prima ancora che fosse madre.

Quindi, quello che doveva inizialmente essere un documentario sull’attività di resistenza di Maria Antonietta Moro e le sue compagne è diventato il racconto di un rapporto tra una madre e una figlia.

Come hai detto alla presentazione, la figura della madre è discutibile in quanto ha violato il giuramento di Ippocrate anteponendovi la politica e la resistenza. Hai anche accennato alle reazioni negative subite da Lorena durante le presentazioni del libro. Come reagiva? E tu hai maturato una sua posizione in merito?
Quando Lorena ha presentato il libro io non ero presente, ma mi ha raccontato di aver ricevuto delle domande o dei commenti che l’hanno messa in difficoltà da quel punto di vista, ma lei ha sempre difeso la madre con decisione, sostenendo che non ci si può permettere di giudicare i gesti di una ragazza così giovane a contatto con sofferenze impensabili e che è comunque riuscita a portare avanti cotanti ideali anche a rischio della sua stessa vita. La mia posizione è quella di chi non se la sente di giudicare Maria Antonietta per le sue scelte: erano altri tempi e non ho avuto esperienza diretta della guerra, quindi non ritengo corretto giudicare i suoi gesti da un punto di vista così lontano e distaccato. Certo, la sua era una posizione molto estrema, anche leggendo il diario lo si evince chiaramente, ha preso scelte difficili, e io direi che mi sento di giustificarla.

Come sei arrivata a Sguardi Altrove? E, dato che quella di sabato 19 marzo era l’anteprima assoluta del film, ha già delle destinazioni future?
Dato che vivo a Milano, conoscevo già il Festival, un’iniziativa molto seguita e a cui partecipa un pubblico comunque molto attento e curioso. A Sguardi Altrove ho mandato il film normalmente, ed è stato semplicemente il primo festival che mi ha selezionato. I lavori dei film comunque si sono conclusi solo a gennaio, quindi ora sono ancora in quella fase poco piacevole di attesa di essere richiamata da altri festival; nel frattempo continuo a mandarlo e vediamo che cosa succede.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Sono sempre stata attratta da storie che hanno a che fare con la memoria; l’uso degli archivi mi piace e mi interessa, e spero di farlo anche in futuro. Ora ho appena iniziato a lavorare all’idea che ho avuto per due nuovi documentari, che però non hanno nulla a che fare con questo ultimo progetto. Uno è sulla tematica sociale relativa a un quartiere disagiato della mia città e sto cercando di conoscere persone a contatto con questa realtà per capire come poter raccontare queste vite ai margini della società. L’altra idea verte invece attorno a come cambino le storie d’amore nel tempo: a quarant’anni da Comizi d’amore di Pasolini, vorrei analizzare l’amore di oggi.

Benedetta Pini