Chi sospetterebbe che uno strumento poderoso (e pure parecchio ponderoso) quale è il contrabbasso possa avere un’agilità tale da infilarsi in generi diversi – ma non per forza antagonisti – come il jazz, la musica etnica, il commento sonoro per cinema e teatro e finanche il pop, peraltro nelle sue declinazioni più disparate (dalle malie di Malika Ayane alle unghiate de Il Teatro degli Orrori)? A svelarci l’inattesa duttilità di questo strumento così corpacciuto è il musicista milanese Davide Tedesco, il quale, dopo collaborazioni disparate e immersioni nei generi di cui sopra, ha deciso di dialogare “da solo a solo” con il suo contrabbasso nell’album Unconventionalspaces. Nel mutismo dell’ambiente circostante, senza infiltrazioni di strumenti estranei (fatta eccezione per una ticchettante loop station in brani come Swarms and Flocks Draw Marvels in the Air), il contrabbasso di Davide viene esplorato in tutta la sua altezza e la sua larghezza: viene percosso, tamburellato, accarezzato, strigliato, diteggiato, pizzicato e stimolato; viene fatto urlare, barrire e sussurrare in un silenzio quasi crudele.

Per scoprire la genesi e gli obiettivi di Unconventionalspaces, ci siamo rivolti a Davide con una mezza dozzina di interrogativi astrusi e un po’ misticheggianti fondati sul principio che, più una domanda è stupida, più la risposta sarà intelligente.

A molti musicisti il vuoto fa paura, quindi hanno bisogno di riempirlo nei modi più svariati. Tu come ti sei confrontato con l’idea di avere un grande spazio da riempire solo con il tuo contrabbasso, o al limite con la loop station?
Io sono proprio andato a cercare il vuoto: per me non è stato un lavoro di riempitivo, bensì di ricerca dell’equilibrio tra il pieno e il vuoto, inteso non solo come silenzio, ma anche – come suggerisce in maniera un po’ enigmatica il nome dell’album – come spazio.

Scrivere dei pezzi per uno strumento solista vuol dire avere una libertà quasi illimitata: quali sono i paletti o le regole che ti sei auto-imposto quando scrivevi?
Il progetto è nato dopo anni di sperimentazioni, di ricerche e di riflessioni; la maggior parte del disco è nata attraverso improvvisazioni ed è proprio questo uno dei paletti che mi sono imposto: cercare di lavorare con il suono in maniera estemporanea, ascoltando sia ciò che esce dallo strumento, sia le mie idee o le suggestioni che derivano dallo spazio intorno a me.

Davide Tedesco

Il tuo Unconventional Spaces a tratti si direbbe proprio una colonna sonora per la meditazione. Che cosa ti immagini che stia facendo il tuo ascoltatore ideale mentre l’album procede?
Mi piacerebbe molto che si lasciasse andare a qualcosa che è probabilmente diverso da ciò che vorrebbe ascoltare, e che non avesse paura di fare quel piccolo salto nell’ignoto, di avventurarsi nella conoscenza di qualcosa o qualcuno diverso da sé. Il percorso del disco è pensato per non farti sfuggire da un ascolto interiore; mi è piaciuto anche lavorare con l’impatto superficiale dell’ascolto, ma oltre a quello c’è qualcosa che fa riferimento a un ambito più interno, per chi avesse voglia di trovarlo, chiaramente.

Domande sempre più difficili: pensa a tutte le arti che non sono la musica. Secondo te, quale è più legittimo paragonare alla tua musica? Te la immagini più pittorica, più architettonica o più…?
Se nell’architettura posso ritrovare il lavoro che viene fatto con lo spazio e la maniera di relazionarvisi in modo sensibile, è anche vero che un quadro o un’opera visiva possono portarti a un livello simbolico della realtà tale da farti riverberare dentro qualcosa che magari non esiste, ma che forse può esserci nel tuo inconscio.

Nella tua carriera hai toccato generi molto variegati (tra cui la musica ebraica con il Trio NefEsh). Qual era quello a cui non ti aspettavi che il tuo contrabbasso potesse adattarsi? In quale il tuo strumento ti ha sorpreso?
Sorprese vere e proprie no, ma forse è un mio difetto da musicista, perché penso che nessun tipo di musica escluda uno strumento. Tuttavia è stato sorprendente avere a che fare con la musica etnica perché mi ha offerto uno sbocco per vedere quanto siano aperte le possibilità della musica, e quindi anche del proprio strumento. Per me è diventata una via per scoprire tutte quelle sonorità dello strumento che altrimenti non vengono prese in considerazione o che a volte risultano di troppo. Non è che nella musica etnica si possa fare di tutto – se entri in ambiti tradizionali, vedi che non è affatto così – però hai la possibilità di ricercare sonorità diverse.

Usi tutto il corpo dello strumento, insomma.
Sì.

Andrea Lohengrin Meroni