*GRAMS è un progetto nato con l’intento di concretizzare le idee di un collettivo di giovanissimi autori, sceneggiatori e storyteller: Giacomo Mazzariol (22 anni), Re Salvador (28 anni), Antonio Le Fosse (25 anni), Marco Raspanti (29 anni) ed Eleonora Trucchi (26 anni). Nel 2018, quando Netflix ha deciso di distribuire in 190 paesi la loro serie Baby, prodotta da Fabula Pictures e liberamente ispirata allo scandalo delle “baby squillo dei Parioli”, hanno svoltato, concludendo tre stagioni che, tra critiche e apprezzamenti, hanno avuto un successo capillare, diventando un caso mediatico. Per risalire alle radici di Baby, abbiamo incontrato virtualmente il co-fondatore del collettivo *GRAMS, Marco Raspanti, che tra confessioni e curiosità sulla fase creativa, ha condiviso con noi le sue riflessioni sul tema teen drama, ora nel pieno della sua seconda golden age, e sull’importanza di integrare nella messa in scena la comunicazione veicolata dai social media.

Baby infatti parla ai giovani utilizzando il loro stesso linguaggio, e lo fa attraverso una scelta musicale estremamente fresca, con nomi come Dark Polo Gang, Achille Lauro e Tommaso Paradiso, e la presenza massiccia di chat, post, Instagram stories che invadono costantemente la narrazione e ne costituiscono il motore, facendosi riflesso di una generazione in cui la discomunicazione è, a tutti gli effetti, una pratica social(e).

Ciao Marco, partiamo dal principio. Baby è il secondo prodotto made in Italy distribuito dal colosso americano Netflix dopo Suburra – La serie. Come è nato tutto?
Come collettivo avevamo sviluppato l’idea di Baby già da quattro o cinque mesi, finché non abbiamo trovato un produttore, e da lì è iniziato un periodo pazzesco. Lavoravamo giorno e notte. Per noi era la prima esperienza… immagina come ti puoi sentire quando ti viene detto che questo pitch è piaciuto a Netflix e scriverai una serie che verrà distribuita in 190 paesi. Quando mi hanno fatto vedere la grafica del lancio mi sono sentito male.

Per la prima stagione avete potuto contare sulla collaborazione di Isabella Aguilar e Giacomo Durzi, sceneggiatori avviati che hanno lavorato a prodotti di fiction diventati iconici, come I Cesaroni e Distretto di polizia. Si tratta però di serie legate ancora alla televisione generalista, lontani dal gusto internazionale e contemporaneo di Baby. Come hanno influenzato il vostro lavoro?
Noi eravamo i creatori, ma eravamo anche inesperti, in pieno mare aperto. Avevamo avuto l’idea giusta al momento giusto ed eravamo anche le persone giuste per realizzarla, ma avevamo bisogno di figure che ci potessero guidare con l’esperienza laddove non saremmo riusciti ad arrivare da soli. Certo, Isabella e Giacomo hanno fatto prodotti generalisti, ma non si discostano molto negli intenti dai progetti targati Netflix: fondamentalmente vuole arrivare al cuore di più persone possibile, di più paesi del mondo possibile e con prodotti di qualità; quindi ha un tipo di mentalità ad ampio raggio. A differenza nostra, Isabella e Giacomo sapevamo come approcciarsi a un pubblico così ampio e insieme abbiamo fatto delle scelte molto azzeccate, migliorando di stagione in stagione.

Il passaggio dalla prima alla terza stagione è una lenta progressione verso l’oscurità, fino a risultare opprimente. Una scelta interessante e, forse, rischiosa...
La prima stagione è stato un grosso setting, Baby è come un film diviso in tre atti, in cui il primo è la presentazione di un mondo, a livello di plot va un po’ più lento, ma fornisce un’idea chiara dei personaggi e della loro condizione. Bisogna anche considerare che non è un horror o un thriller in cui è necessario che fin da subito ci sia tensione, è una serie teen. Quindi per noi era essenziale costruire con attenzione la rete di relazioni tra i personaggi, raccontando la vita segreta della Gen Z per com’è davvero, a differenza di come può sembrare.

Molte critiche sono infatti nate proprio dalla scelta del genere teen per trattare un fatto di cronaca nera. Cosa ne pensi?
È comprensibile che le persone si aspettassero qualcosa di molto più morboso, più dark. Ma abbiamo voluto individuare con precisione il nostro pubblico di riferimento e metterlo al primo posto rispetto a tutto il resto, plasmando di conseguenza il nostro linguaggio. Rientra nella pop di *GRAMS: emozionare universalmente, su larga scala.

L’attenzione al target giovanile emerge anche dalla presenza massiccia dei social media. In che modo influiscono sulla narrazione?
Credo che il messaggio che volevamo trasmettere con Baby sia arrivato in modo evidente: intendere il mondo social, a livello concettuale, come una scatola dei personaggi. Baby è incentrata sul conflitto tra amore e controllo, e ci siamo chiesti se per questi ragazzi, che vivono ai Parioli, forse il mondo più bello possibile, fosse possibile amare e quanto fosse difficile. I Parioli sono una realtà fatta di apparenza, e in questo tipo di situazioni l’amore è quasi impossibile che esista. I social media sono stati il linguaggio perfetto per raccontare questo mondo: i social media rispecchiano il modo in cui i personaggi vogliono apparire, negando il loro vero essere. Questo è stato il punto di partenza di tutto.

E per quanto riguarda il rapporto tra social e personaggi?
In una delle prime presentazioni di Baby, era incluso un grafico in cui veniva mostrato l’utilizzo dei diversi social da parte di ogni personaggio. Niccolò, per esempio, utilizzava principalmente un social per rimorchiare, proprio per dare l’idea della sua personalità: il re della scuola, il bomber, quello che utilizza i social soprattutto per farsi gli affari suoi. È da lì che parte il personaggio, e così tutti gli altri. Simonetta non la vedrai mai sui social, Chiara e Ludovica invece le vedrai sempre con il cellulare in mano. E questo dice molto di ciascuno di loro, li caratterizza.

All’interno della serie le comunicazioni via social media costituiscono spesso il motore della narrazione, innescando dinamiche anche problematiche, come il revenge porn e il cyberbullismo. Uno dei momenti cruciali della terza stagione avviene proprio in una diretta Instagram, perché è il modo più veloce ed efficace per arrivare a tutti e, di rimbalzo, al mondo.

In alcuni momenti emerge una visione critica nei confronti del modo in cui i media hanno trattato il fatto di cronaca del 2013, ma avete sempre ribadito la vostra estraneità a un qualsivoglia intento di denuncia sociale. Un sassolino nella scarpa che volevate togliervi?
Spesso e volentieri i media mainstream e istituzionali, di fronte a situazioni che non riescono a comprendere bene, tendono a straparlare, a brutalizzare, a deformare. Durante la fase di ricerche inerenti al caso di cronaca, abbiamo riflettuto sulle motivazioni dietro alle scelte delle protagoniste, e siamo arrivati a conclusioni lontane da quelle avanzate dai giornalisti all’epoca, parecchio giudicanti e cieche di fronte a un disagio sociale più che presente. Noi volevamo semplicemente raccontare queste vicende passando attraverso il cuore e l’intimità dei personaggi, togliendo tutto ciò che è stato cronaca e pettegolezzo, ma evitando anche un approccio distaccato alla Sofia Coppola.

Il paragone con Skam Italia è inevitabile, sia per la presenza massiccia dei social media, sia per alcune scelte tematiche, radicate nel genere teen drama. Ci sono stati altri prodotti che hanno influenzato la scrittura di Baby?
Essendo cresciuti con le serie e i film teen in cui c’erano gli armadietti, il quaterback, le cheerleader e tutto il resto, le nostre reference non erano italiane. La sfida di Baby era quindi ricreare un mondo realistico ma anche universale. La scelta del regista, Andrea De Sica, di ambientare la serie in una scuola un po’ asettica è stata perfetta per questa necessità.

Le influenze di Baby dipendono dalle stagioni. Per esempio, nella terza ci siamo ispirati a Giovane e bella di Ozon (Francia, 2013) per il personaggio di Chiara, uno dei più difficili da scrivere. La protagonista sedicenne del film, una volta che perde la verginità, non dà più peso alle relazioni e al sesso, iniziando a prostituirsi e buttandosi a capofitto in un mondo dove è estremamente desiderata, ma dal quale rimane sempre distaccata emotivamente. Proprio come l’apatia di chiara. Un’altra nostra reference è stata Skins (Regno Unito, 2007 – 2013). Senza dubbio è diversissima da Baby, perché è verticale e analizza un personaggio diverso in ogni puntata, però ha un mood che abbiamo provato a dare anche noi alla serie.

Pensi che i social media come Instagram e Tik Tok saranno o sono già la nuova serialità? Prenderanno il posto di Netflix?
Penso che ciò che si sta spostando sui social sia il reality show, più che la serialità, soprattutto con Instagram e con quel genio di Chiara Ferragni: la sua vita è già a tutti gli effetti un reality. I social permettono di vedere le celebrità, le persone che ai nostri occhi sono divinità, come dei banali esseri umani. Penso però che, per quanto le stories di Instagram corrispondano al to be continued seriale, la funzione e l’effetto siano diversi. La serialità ha ancora bisogno di una piattaforma precisa, mentre i social media sono voyerismo, ed è lì che secondo me ci si sposterà sempre di più.

Diletta Culla