Romano doc classe 1996. Giovanissimo, eppure ha già alle spalle una carriera notevole iniziata a soli 9 anni. A quell’età debutta sul piccolo schermo nella serie tv La sacra famiglia al fianco di Alessandro Gassmann per poi approdare agli indimenticabili I Cesaroni. Dopo vari film per la televisione, come Al di là del lago (2009) e Dov’è mia figlia (2011), buca lo schermo arrivando direttamente ai cuori del pubblico con la sua interpretazione di Vale nella serie Braccialetti Rossi (2014). Da quel momento Brando spicca il volo, lavorato anche in produzioni internazionali come la serie tv anglo-italiana I Medici. Il debutto sul grande schermo arriva nel 2016 col film L’estate addosso di Gabriele Muccino, a cui seguono Piuma (2018) e Succede (2018). Al momento il suo volto è legato in modo indissolubile al tenebroso Fabio della serie tv Baby, che proprio oggi esce con la seconda stagione!

Abbiamo incontrato Brando qualche giorno fa per farci raccontare cosa voglia dire essere un attori di poco più di vent’anni oggi e, soprattutto, tutto quello che serve sapere prima di partire col binge watching di Baby.

Ciao Brando, hai iniziato a recitare da giovanissimo, ad appena 9 anni. Cosa ti ha spinto a intraprendere questo percorso?
Quando ero piccolo non mi piaceva giocare a pallone, così ho iniziato a fare teatro a scuola. Una volta, a uno di questi spettacoli, è venuto un’agente di attori e mi ha notato. Da quel momento ho iniziato a fare provini su provini finché non ho iniziato a lavorare. Mi divertivo tanto sul set, ma allora non lo vedevo con un’ottica lavativa, anche perché il mio sogno era un altro.

E cioè quale? Quando hai capito che recitare era la tua grande passione?
Volevo fare il surfista, ma grazie alla serie Braccialetti rossi, per la quale ho passato diversi mesi sul set, mi sono innamorato del cinema e ho capito che volevo fare l’attore.

Entrare nel mondo dello show business è molto difficile, come sei riuscito a farti spazio nel settore?
A essere sincero non ho incontrato molte difficoltà, se non quelle legate alla mia personalità. Ci sono stati dei momenti in cui la mia sensibilità strideva rispetto al contesto in cui mi trovavo. Il mestiere dell’attore non è solo quello di recitare sul set, ma prevede un contorno più grande che implica la necessità di mettersi in mostra, ma è un’attitudine che si scontra col mio carattere molto riservato.

E come sei riuscito a fare di una difficoltà la tua forza?
Ho cercato dentro di me la risposta, mettendo inizialmente in dubbio tutto, anche il lavoro stesso. Ma quello che mi fa rimanere costantemente innamorato del cinema è che ti stimola a farti molte domande, a individuare i ruoli più affini a te e a trovare dei compromessi tra la tua sensibilità e le necessità del progetto. Ragionando così sono riuscito a trovare la chiave per affrontare il continuo sale e scendi di questo lavoro.

Come sei arrivato a recitare in Baby?
Semplicemente facendo una serie di provini. Avevo già conosciuto Andrea De Sica, il regista, per dei casting precedenti e tra noi si è creata subito una buona alchimia, che è fondamentale per il rapporto regista e attore.

Hai sempre interpretato personaggi timidi e introversi, come Vale di Braccialetti rossi, e poi sei passato a Fabio di Baby, un personaggio schivo, oscuro e contraddittorio. Come hai vissuto a livello personale e lavorativo questo cambiamento?
Tutto quello che ho fatto prima di Baby, era molto simile alla mia personalità. Invece grazie a a questa serie per la prima volta non ho rivisto me stesso sullo schermo, ed è stata una soddisfazione enorme. Dal punto di vista lavorativo ho dovuto impegnarmi molto: capire cosa potevo dire e cosa invece potevo lasciare nascosto, non solo a livello verbale. Impersonare le caratteristiche del personaggio e la maschera che indossa per affrontare il padre è stato divertente, mi ha stimolato a giocare molto sul non detto.

Come ti prepari per entrare nei tuoi personaggi? Ti ispiri a qualche metodo o modello specifico?
Per qualsiasi ruolo ci possono essere vari riferimenti, dalle persone che conosci al quadro o film che hai visto. Quando lavoro cerco di pescare da una contaminazione eterogenea. Lo studio che ho fatto per Fabio è stato basato proprio su una serie di riferimenti e immagini che si avvicinano a lui, per poi eliminarli per far emergere una persona autentica.

Mi sembra che il tuo metodo sia basato più su suggestioni visive che fisiche...
Nel tempo ho studiato varie tecniche, ma trovo che ogni tipologia sia utile e inutile al tempo stesso: da ogni approccio posso prendere cose diverse.

E nel caso specifico di Fabio che metodo hai seguito per entrare nella parte?
Per Fabio ho studiato un metodo a Londra, del quale onestamente non ricordo il nome. Mi chiesero di rispondere a 50 domande sul personaggio, del tipo “Quando hai visto l’ultima volta tua madre?”, sulla base delle quali viene costruito un background completo della persona che andrai a interpretare; per me è stato molto utile. Fabio entra nella serie con un passato e una storia, che ho studiato per capire da dove nascesse, che tipo di prodotto fosse, i motivi del suo rapporto col padre, con Chiara e con la sessualità. Nella prima stagione esplodeva la sua verità e nella seconda dovrà scontrarsi col mondo esterno, mettendo in discussione il suo modo di relazionarsi agli altri.

In generale, prediligi una tipologia di personaggio specifica?
Non direi, mi piacerebbe continuare a indagare dimensioni lontane dalla mia comfort zone, e piano piano ci sto riuscendo. Per me è molto interessante capire il diverso, simpatizzare con qualsiasi persona e personaggio che mi viene posto davanti. Mi piacerebbe anche, un giorno, subire una trasformazione fisica estrema.

Facciamo un passo indietro. Il personaggio di Vale, invece, era molto simile a te. Come sei riuscito a dargli una voce diversa dalla tua?
Per Vale la difficoltà era sul piano fisico per riuscire a trasmettere la realtà delicata dei fatti con onestà. Avevo 17 anni ed ero caratterialmente molto simile a lui; il punto forte dell’intero casting è stato proprio il fatto di aver trovato attori caratterialmente simili ai personaggi da interpretare.

Il progetto era molto ambizioso e rischioso, ma è stato ben realizzato e voi attori siete stati davvero bravi, soprattutto il piccolino, Lorenzo Guidi...
Lui è incredibile. E pensare che oggi è un uomo, addirittura è più alto di me. Siamo cresciuti tutti, anche Mirko, che ora è con me in Baby.

Come avete affrontato tu e Mirko i cambiamenti del tempo e come avete creato questo legame sul set di Baby?
Ci siamo sempre visti e sentiti fuori dall’ambiente lavorativo, ed è bello vedere crescere le persone a cui sei legato. Quando si crea una certa confidenza è fantastico, e Mirko sul set di Baby è stata per me un’àncora. Con lui posso confrontarmi, scambiare idee. Non è scontato ritrovare le stesse persone in questo lavoro, è il dramma dei set.

Ho visto su Instagram che hai una grande passione per la fotografia e che hai diretto un paio di videoclip. Ti piacerebbe diventare regista un giorno?
Quando prima ho detto che sono innamorato del cinema, intendevo proprio a 360°. Mi sono approcciato a questo mondo come attore, ma col tempo ho lavorato con altri mezzi, come la fotografia. Ho iniziato da poco a dirigere e mi piace molto sperimentare.

Sei stato diretto da Gabriele Muccino per L’estate addosso e oggi da Andrea De Sica. Da amante della regia, come è stato confrontarti con la loro?
Gabriele è uno dei più grandi registi di oggi, è molto sicuro, sa esattamente dove posizionare la camera. Il mio sguardo è diverso dal suo, perché ho un’età differente e la mia scuola è stata il set, non ho fatto corsi di regia in un’accademia. Vedere cineasti come Gabriele e Andrea gestire la camera per raccontare una storia è molto bello: mi fa capire come la stessa cosa possa essere percepita in maniera differente.

Diventare un attore oggi è piuttosto complesso, soprattutto capire quali scuole frequentare e, in generale, quali siano gli step migliori per ottenere dei risultati concreti, comprese le possibilità rese disponibili dai social network. Quali consigli daresti a un giovane aspirante attore?
Secondo me non esiste un’unica via: una volta lo scouting si faceva in strada, mentre ora lo si fa sul social network. Per quanto riguarda il mio percorso, non ho iniziato da un’accademia e mi sono ritrovato subito sul set, ma poi ho capito che dovevo fermarmi e affidarmi a delle persone che mi insegnassero questo lavoro. È importante conoscersi bene ed avere la sensibilità adatta per potersi approcciare al lavoro artistico, con l’intelligenza e l’umiltà di informarsi e di essere curiosi. Chi sogna di fare l’attore deve capire se veramente vuole fare parte di questa realtà con tutto ciò che comporta. Il mio consiglio è quello di esercitarsi facendo corsi o leggendo libri a casa. Ma non ho una risposta definitiva, tante cose le devo ancora capire anche io.

I social media e le piattaforme streaming stanno rivoluzionando il cinema, dalle modalità di produzione alla distribuzione. Come immagini il tuo lavoro tra 10 anni?
Spero di essere consapevole di quello che ho fatto e di quello che sto facendo, di impegnarmi in attività che mi appartengano sempre più. Spero di creare strumenti nuovi che generino domande – forse è molto egocentrica come osservazione?

No, la trovo un’osservazione molto onesta. Il tuo bisogno di comunicare e di suscitare domande nello spettatore dimostra che la tua indole è forse davvero quella del regista.
Vorrei fare in modo che lo spettatore si ponga delle domande e si autoanalizzi, anche se sto cercando di capire dove andrà a finire la mia sperimentazione linguistica. In ogni caso, molti attori diventano registi.

Velitchka Musumeci