Prendete tre ragazzi con un talento musicale fuori dal comune, aggiungeteci una buona dose di meme e di influenze cibernetiche. Ecco che avrete la formula dei beetamax, il trio che mancava alla scena musicale milanese. La loro è una proposta di armonie jazz e synth spaziali, di linee di basso groovy ed energici feel di batteria, che vuole offrire una vera e propria esperienza al di là delle logiche del mercato. Dietro al procetto ci sono Leonardo Varsalona (tastiere), Lorenzo Pisoni (basso) e Giuseppe Molinari (batteria), e hanno fatto il loro d’esordio con l’album the beetamax experience lo scorso 20 aprile. Mezz’ora di musica in 14 brani che stupiscono per l’accurata ricerca dei suoni e la spontaneità dell’esecuzione, conferendo all’intero album un’atmosfera di intima connessione che è il marchio di fabbrica del trio. Abbiamo fatto una chiacchierata con tutti e tre per farci raccontare i retroscena del progetto, le loro numerose collaborazioni e perché non riescono a prescindere dai meme e dalla cultura cibernetica.

Il vostro slogan è “Literally just vibing”. Cos’è il vibe?
Giuseppe: Non è semplice descriverlo a parole. Il vibe è un’esperienza, è quando noi tre ci sincronizziamo completamente con il flow del brano, è una sorta di entità superiore che prende forma in quelle situazioni di massima telepatia mentale e musicale fra noi tre. Tecnicamente, si tratta di un groove di basso e batteria che si incastra perfettamente con la melodia: vorresti che non finisse mai.
Leonardo: È l’esatto contrario del tecnicismo, che è la tendenza dei musicisti che, come noi, hanno studiato jazz per anni.
Lorenzo: L’espressione “Literally just vibing” proviene da un meme che abbiamo trovato online, ci abbiamo scherzato sopra e poi è diventato una sorta di nostro mantra.

Infatti vi definite un “post-ironic collective” che suona “meme type beat”: quanto ha influito la cultura dei meme sulla vostra formazione e perché?
Lorenzo: Il “post ironic collective” è nato durante una festa a casa di Andrea Guarinoni, che ha mixato il disco: aveva appena finito di lavorare con alcuni musicisti che ammiriamo tantissimo (Emanuele Triglia, Davide Savarese, Claudio Guarcello) e ha proposto un jam-party collettivo. Durante il solito momento imbarazzante della presentazione dei gruppi noi non sapevamo cosa dire, allora ho preso il microfono e ho detto a caso: “post-ironic collective”. Al di là del singolo episodio, questa post-ironia si percepisce in tutto l’album e, dato che siamo nati negli anni Novanta, per forza di cose abbiamo tutti nel nostro background la cultura di internet, dei videogiochi e dei meme.
Giuseppe: “memare” è un approccio valido in qualunque epoca: inizi a dire una parola, i tuoi amici la ripetono, la assorbono nel loro vocabolario e acquisisce un significato che ha senso solo all’interno di una cerchia ristretta di persone. Per noi è il termine “vibe”.
Leonardo: Per quanto mi riguarda, sono cresciuto con i videogiochi, e non riesco a prescindere dall’influenza delle mini-sigle: quando abbiamo scritto high in bejing / 930 me la sono immaginata con i suoni e l’immaginario di Diablo.

È appena uscito il vostro primo disco, the beetamax experience: mezz’ora di musica senza sosta, una vera esperienza. Com’è stato concepito?
Giuseppe: Tutte le tracce sono calate nel contesto delle registrazioni. Ad sempio, in enter the vibe si sentono tutti i suoni campionati di campanelli di biciclette e altri rumori random, perché ci troviamo in un magazzino e volevamo che emergesse dalle tracce. Ci stava a cuore trasmettere le emozioni del momento in cui abbiamo registrato, di quel microcosmo di tre giorni, come un universo parallelo.
Lorenzo: I primi cinque, sei brani risalgono a circa un anno fa. A novembre abbiamo creato uno studio DIY nel retro del negozio di Leonardo, con l’idea di dargli una forma definitiva, e in tre giorni di jam sono venute fuori tutte le altre tracce. Il disco ha due aspetti: da un lato la tecnica musicale, ad esempio per il brano quentin abbiamo passato un pomeriggio intero a fare take, perché è strutturato su “quintine” di sedicesimi ed è molto complesso da eseguire. Dall’altro il gioco dei meme, perché non vogliamo ostentare il tecnicismo oltranzista, è qualcosa che davvero non ci rappresenta.
Leonardo: Il fatto che l’album sia mezz’ora di musica senza sosta è una precisa presa di posizione, da cui deriva il titolo “experience”. Per questo abbiamo deciso di mantenere le strutture dei brani molto aperte, lasciando alla magia del momento tutto il resto. È anche una questione di spontaneità.

Leonardo e Lorenzo, siete freschi di laurea alla Civica Scuola di Musica di Milano: quanto la vostra formazione ha influito sul vostro concetto di jazz?
Leonardo: Oggi tutti i generi convivono nello stesso spazio. I beetamax non sono propriamente jazz, anche se tutti noi lo abbiamo studiato e lo ascoltiamo molto. Cerchiamo di suonare musica che possa arrivare a chiunque, che si adatti a tante diverse situazioni. Il jazz questo non riesce a farlo, perché trasforma subito il clima in un lounge bar.
Lorenzo: Quando si cerca di definire che cosa è jazz e che cosa non lo è, si entra sempre in un campo minato: i jazzisti puristi sono spesso molto drastici e rigidi, ma a noi non piace identificarci in quell’atteggiamento. Quando si esce dalla Civica, ci sta avere un po’ il rigetto di quanto ti è stato propinato in modo accademico. L’importante è proporre musica che sia sincera e attuale nel suo tempo.

Eppure una qualche attitudine jazz è rintracciabile, soprattutto nella proposta di un tema che poi viene sviluppato lungo il brano.
Giuseppe: È per l’improvvisazione senza particolari linee guida: non abbiamo scritto nulla a priori, quello che si ascolta nel disco è il risultato di idee improvvisate e registrate al momento. Ogni take definitivo ha comportato l’esclusione di almeno altre sei versioni diverse dell’album, con un timbro e una direzione completamente differenti.
Leonardo: È un’improvvisazione che però trascende l’assolo o gli individualismi. Sviluppiamo i brani tutti insieme, con un approccio corale. Preach è l’esempio perfetto di questo.
Lorenzo: Sicuramente abbiamo lo snobismo jazzistico della totale decostruzione del brano, ma non abbiamo la precisione estrema nel delineare le parti di ciascuno strumento. Dal jazz prendiamo anche il concetto di interplay, cioè la capacità di creare intensità, di salire e scendere di dinamica, di fermarsi nello stesso momento. Bisogna immaginarlo come una conversazione, di cui non puoi programmare la direzione a priori, seguiamo solo dove ci porta.

Prima di rilasciare questo album, avete collaborato dal vivo e in studio con diversi artisti.
Lorenzo: Quella la chiamiamo la fase delle “marchette live”: abbiamo fatto un sacco di concerti dal vivo suonando jazz per intrattenimento e per farci le ossa. Diversi cantanti si trovano molto bene a lavorare con noi, e non sappiamo mai dire di no!
Leonardo: Da quello poi abbiamo cercato emanciparci, trovando il nostro sound e lavorando sui nostri live set. Siamo molto fieri della collaborazione con Arya, una cantante di Milano parte della big-band di Venerus e corista per Ghemon. Poco prima che uscisse il nostro album, Desperado Rain ha pubblicato una sua live session insieme a noi, ed è stata una bellissima collaborazione. Io e Lorenzo siamo anche stati a Berlino per registrare insieme a Marco Castello, che poi ci ha voluti come band per il suo progetto.
Lorenzo: Avremmo anche dovuto suonare con lui al MI AMI questa estate e avevamo in programma le registrazioni a Siracusa, ma è saltato tutto.

In questo senso, quanto è diverso per voi lavorare in sulla parte vocale, rispetto alla strumentale?
Leonardo: Una volta cercavamo di consegnare al cantante dei pezzi che lo accontentassero, ma ultimamente abbiamo molta più libertà e riusciamo a esprimere davvero il nostro stile anche suonando brani altrui.
Lorenzo: Lavorare con un cantante è come avere a disposizione un altro strumento, a maggior ragione se si tratta di un’artista come Arya, che non si intimorisce quando usciamo dal tracciato improvvisando.

Sembra che siate sempre in fase di composizione e sperimentazione: dobbiamo aspettarci presto altre uscite?
Lorenzo: Ora vogliamo concentrarci sulla promozione e i live di the beetamax experience; peccato per la situazione dell’ultimo periodo, ma speriamo di poterci rivedere presto per suonare insieme e tornare in studio a sviluppare nuove idee.
Leonardo: Ultimamente stiamo lavorando a un nuovo concept extra-musicale, interattivo e digitale, collaborando con amici e professionisti che lavorano in ambito grafico. Per ora non possiamo rivelare nulla, ma stiamo cercando di concretizzarlo. È un modo per espandere l’experience del progetto, rendendolo più onnicomprensivo. Non vediamo l’ora!

Riccardo Colombo