In un universo cosmopolita costellato dalla fluidità di armonie R&B-soul e dalla naturalezza di un linguaggio narrativo che fa fiorire le parole dall’interiorità più profonda, si colloca Arya, artista ventiseienne di origini italo-venezuelane uscita col suo primo EP Peace of Mind lo scorso 22 gennaio per l’etichetta Atelier 71. La libertà oltre ogni confine o classificazione musicale è il tratto più caratterizzante della tracklist, nonché di un viaggio interiore alla ricerca della propria strada. Abbiamo deciso di scoprire qualcosa in più su di lei, così l’abbiamo chiamata per fare due chiacchiere con noi.

Sei una cantautrice di origini italo-venezuelane e la tua musica fonde un insieme di culture a cui ti approcci in maniera molto genuina. Come gestisci questo lato multietnico all’interno dei tuoi testi?
Mi piace spaziare tra tante cose diverse, prendere un po’ di questo e un po’ di quello, interiorizzare e fare mio. Mi piace l’idea di essere il punto di incontro di culture diverse, esserne in qualche modo la sintesi. Nella musica la mia matrice venezuelana si esprime soprattutto nella mia attitudine a vivere il ritmo, più che ad ascoltarlo, nel movimento corporeo e nell’attenzione alle armonie. A tutto ciò, si aggiungono poi i miei ascolti, che sono principalmente americani e inglesi. Insomma, mi sento un po’ un melting pot culturale e lo vivo con molta fierezza.

Da cosa deriva la scelta di scrivere e di interpretare i tuoi brani in inglese?
Questa è una domanda che mi fanno in tanti! In realtà non l’ho mai vissuta come una scelta vera e propria. Sono fermamente convinta che quando si scrive tutto debba fluire in maniera naturale, autentica, personale: l’inglese è la forma linguistica che assumono naturalmente i miei pensieri, dalla testa, al cuore fino alla carta.

Com’è nata la tua passione per la musica e come ti ci sei approcciata, successivamente?
Mio papà è un cantante di salsa quindi si può dire che la musica mi scorre nelle vene. Da che mi ricordo il palco mi ha sempre attratta: fin da piccola ho sempre cantato, ballato, recitato. Papà non mi ha mai incoraggiata attivamente a intraprendere questa strada, anzi mi ha sempre detto che è una via difficile da percorrere, in salita dall’inizio alla fine. Mi ci è voluto un po’ per accettarlo ma alla fine crescendo e facendo le mie prime esperienze come cantante, ho capito che era proprio lì che volevo stare, su quella strada in salita. Ho iniziato a suonare in giro per locali con diverse formazioni, fino ad iniziare solo più tardi a scrivere i miei brani. Arya è nata musicalmente solo nel 2018 quando ho iniziato a collaborare con la mia etichetta Atelier 71 ed è uscito il mio primo singolo A Distant Night.

Yuri Yudin

Peace of Mind può essere considerato per te come una sorta di viaggio introspettivo alla scoperta delle sensazioni più pure e nascoste. Ti ritrovi in questa riflessione?
Assolutamente! Per scrivere questi brani mi sono cercata tanto, mi sono guardata dentro a lungo. Non è un’esperienza facile ma scrivere per me è un’ottima forma di terapia, mi permette di mettere nero su bianco le mie sensazioni, paure, ansie, gioie, farne una fotografia. Infatti mi piace pensare a Peace of Mind anche come un album di fotografie della me di questi due anni.

Alla fine dell’ultima traccia dell’EP, Feelings In Disguise, viene chiarita e meglio specificata la scelta del titolo da parte tua. All’interno del progetto esiste un messaggio che collega i brani e che permette loro di evolversi al fine di svelarne il tuo obiettivo nella musica?
Abbiamo pensato di inserire delle parti parlate all’interno dell’EP proprio per esplicitare questo fil rouge tra i brani. In questi due anni sono cambiata molto così com’è cambiato il mondo attorno a me e il mio modo di rapportarmi con esso. Fino a qualche tempo vivevo la musica come una gara a chi fa prima, a chi fa meglio. Scrivere, conoscere persone, analizzarsi, sbagliare, cadere e rialzarsi: sono tutte fasi di un percorso che mi hanno portato a ribaltare la mia concezione. Oggi quello che cerco costantemente è la mia dimensione, la mia pace mentale, la mia strada, che non è e non può essere quella di nessun altro, a prescindere dalla direzione e dalla velocità. Ognuno ha la sua via, è solo questione di vederla e accettarla. E questo vale per la musica così come per la vita.

A livello di produzioni, quanto hanno influito nella tua musica le sonorità soul e le melodie R&B, tipiche di artisti come Venerus, con cui hai collaborato come corista?
Sicuramente riconosco un’influenza del mondo soul in tutte le sue sfaccettature perché i miei ascolti provengono principalmente da lì ma non mi piace identificarmici totalmente. La prima volta che ho conosciuto Andrea siamo finiti in un ristorante cinese a parlare di musica. Ci siamo subito trovati concordi nel nostro cercare di non identificarci con generi musicali: è questo ciò che più mi ha ispirato di lui, questo suo vivere la musica in maniera totale e totalizzante, senza etichette, senza identificazioni.

Cosa dobbiamo aspettarci dai tuoi futuri progetti da solista?
Non lo so neanch’io! Non mi piace pianificare ma vivere l’evoluzione, anche perché se no che evoluzione sarebbe?

Giulia Di Martino