Anticipato dal singolo Mezze Verità, esce oggi il primo album ufficiale dell’Armata del Tronto. Ai microfoni Ase, Siero, Sputo e Anter, alle produzioni Talc. Cinque ragazzi originari della provincia di Ascoli, ma in gran parte radicati da anni a Milano: giovani ma carichissimi. Uno stile originale fatto di hip-hop campionato e denso di rime, senza perdere lo sguardo verso il presente. ARMATA DEL TRONTO è ascoltabile su tutte le piattaforme digitali.

Di questi tempi, specialmente nel mondo del rap, sembra sempre più raro inbattersi in un gruppo anziché in un artista solista. Qual è la storia del collettivo e cosa vi ha portati a intraprendere questo percorso? 
Siamo sempre stati attratti dai collettivi italiani: partendo dall’Unlimited Struggle fino al collettivo bolognese OTM. A legarci è l’amore per questa subcultura, l’appartenenza ai luoghi dove abbiamo vissuto e “sputato” le prime rime e, soprattutto, la voglia di spaccare. La nascita della crew e del disco non è avvenuta su due piedi: è stato una concretizzazione molto naturale del percorso artistico, dettata da un’amicizia maturata nel tempo.

Un progetto di più persone richiede un notevole impegno artistico e decisionale. Quali sono i pro e i contro dell’essere un gruppo? Come si struttura il vostro processo creativo?
Il processo è più lungo e articolato di quello che si potrebbe pensare. Tra i pro del collettivo c’è la grande varietà di influssi, di punti di vista e di stili diversi, ma anche quella sana competizione che apporta originalità e stimola ad alzare sempre di più il livello all’interno della crew. I contro sono altrettanti: in primis i lunghi tempi di realizzazione dei progetti e, nel nostro caso, la lontananza geografica dei membri non ha giocato a nostro favore (su cinque, tre vivono a Milano e due in provincia di Ascoli Piceno). Serve una grandissima concentrazione. Cinque teste generano una miriade di idee, pariamo sempre molto prima di agire e siamo e saremo sempre molto democratici.

“Per chi nutre una passione e non si nutre di successo” rappa Anter in ApFinest. La vostra è una scelta ben precisa: spolverate i microfoni con il buon vecchio hip-hop. Beat old school, campionamenti classici e, soprattutto, rime, flow, incastri e giochi di parole degni di nota. Una scelta coraggiosa di questi tempi?
In realtà si parla sempre più spesso di hip-hop o rap come se fossero qualcosa di passato o di messo da parte. La nostra è una mentalità ben precisa: crediamo molto in questo progetto e ancora di più nella musica che facciamo. L’obiettivo è quello di mettere la nostra “bandiera” nel rap game italiano, distinguerci dagli altri con le nostre rime e con il nostro sound.

Tornando alle scelte coraggiose, avete prodotto questo primo disco in modo quasi totalmente indipendente, è corretto? Cosa ne pensate del sistema musicale italiano? Impegno, sacrifici e un po’ di fortuna sono l’unica regola per emergere in questo settore di squali?
Citando Turi “il sudore ti spezza ma ti ripaga per forza”. La fortuna può avere un certo peso, ma è la sostanza quello che conta. L’impegno e i sacrifici ripagano sempre. La produzione del disco è affidata a Costaklan, etichetta indipendente marchigiana all’attivo ormai da molti anni.

Una parola, una promessa ha un piccolo particolare che la distingue dalle altre tracce del disco: la produzione di DJ Shokka. Com’è nata la collaborazione?
La collaborazione è nata nella maniera più sana. Nell’agosto 2016 ci esibimmo ad Alba Adriatica in apertura a Stokka, Mad Buddy e Shocca: quella data fu bellissima, il pubblico rispose benissimo al nostro live. A fine serata conoscemmo DJ Shocca, e mentre si parlava di come era andato il concerto ci propose la collaborazione. Da quel momento abbiamo iniziato a sentirci molto spesso con lui, tanto che alla fine abbiamo deciso di affidargli l’intero master del disco. Penso che ognuno di noi, con questa collaborazione, abbia realizzato un sogno.

Anna Laura Tiberini

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