In occasione del 23° SguardiAltrove Film Festival, diretto da Patrizia Rappazzo, abbiamo avuto il piacere di fare due chiacchiere con Alessandra Pescetta, un’artista eclettica, curiosa e interessante che ha da poco presentato il suo ultimo film a Milano. Ambientato in una Catania notturna e misteriosa, sognante e surreale, La città senza notte è una pellicola sperimentale e simbolica che si muove in punta di piedi sulle differenze culturali tra il controllato Giappone e l’esuberante Sicilia. Il film sarà presentato anche al 6° 5° Other Movie Lugano Film Festival (dal 5 all’11 giugno) nella sezione “Il trapasso dell’anima”, vi consigliamo vivamente di non perdervelo.

Com’è nato il progetto del film?
Il progetto è nato dal desiderio di creare un’opera in cui diverse espressione artistiche potessero dialogare attraverso una storia che arrivasse al pubblico in modo fluido senza essere necessariamente lineare. Così, mentre ascoltavo il nuovo album dei Berserk!, per i quali avrei dovuto girare un corto, stavo leggendo il libro di Francesca Scotti La pace di chi ha sete e sta per bere, e in un momento una storia e un’emozione si sono fuse. Volevo che a parlare fossero anche le musica, la poesia, lo spazio. Inizialmente l’idea era quella di fare un film-concerto musicato dal vivo, per questo il progetto ha preso un avvio piuttosto rapido perché avevamo pochi mesi a disposizione prima dell’anteprima con i Berserk! (Lorenzo Esposito Fornasari e Lorenzo Felicitai) al London Jazz Festival del 2013. In realtà siamo poi riusciti ad avere più tempo e l’abbiamo fatto uscire come film. Il progetto Film Concert, comunque, è ancora vivo e spero che presto potrà realizzarsi. Di fondamentale importanza è stato il produttore Giacomo Bruzzo di RareNoise di Londra, che insieme a La casa dei santi  (che coordino insieme a Giovanni Calcagno) ha prodotto il film.

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A che cosa ti sei ispirata per le scene astratte, ad esempio per le inquadrature in cui c’è solo la protagonista Mariko (Maya Murofushi) con l’acqua? E come sono state realizzate dal punto di vista tecnico?
Una delle prime immagini che mi hanno trasmesso i brani dell’album dei Berserk! era quella di un demone sotto forma di onda che invadeva completamente il corpo di Mariko. L’acqua, fonte primaria di vita, quando impatta sul corpo della ragazza insieme ai pesci morti dello tsunami di Fukushima diventa metafora di morte e veicolo di una contaminazione dalla quale non c’è più possibilità di ritorno. Quell’acqua, infatti, arriva proprio dalla centrale di Fukushima e innescherà inevitabilmente il Processo di accumulo biologico, ossia la diffusione del contagio radioattivo attraverso il meccanismo della catena alimentare. Quindi per tutto il film l’acqua si manifesta nella paura dei protagonisti.

Le riprese del getto d’acqua sono state girate a 2000 fotogrammi al secondo e, una volta scaricato il file e vedendolo al rallenti, ci sorprendevamo nel vedere le forme che i getti d’acqua assumevano quando venivano lanciati senza poterne controllare il gesto e l’intensità. La sagoma di un drago che si libera nell’aria, che compare all’inizio del film, è una di queste forme assunte dall’acqua. Sono convinta che se quando giriamo ci lasciamo un margine d’improvvisazione, prende vita qualcosa che non conosciamo. In una sequenza che torna spesso sotto forma di sogno, Mariko e Salvatore sono immersi come in una sorta di bolla d’acqua, che rimanda al liquido amniotico, sospesi senza tempo, senza vita, né morte, in quel sottile confine che potrebbe farli nascere o morire.

La loro casa sembra infatti un acquario, con tutte le pareti di vetro, e loro sembrano proprio dei pesci in un acquario che vengono osservati dalla macchina da presa e di conseguenza dallo spettatore. È un’osservazione coerente con la tua idea?
Sono contenta che tu abbia avanzato questa osservazione. Effettivamente l’idea era proprio questa: loro sono sempre come dentro a un acquario, vedono le cose attraverso i vetri dell’automobile e della loro casa, ma non possono interagire con l’esterno; si trovano come in un limbo che li costringe a un rapporto sempre più intimo e isolato dal resto del mondo.

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Gli attori e la scrittrice del racconto a cui ti sei ispirata hanno partecipato attivamente alla realizzazione del film? O è stata solo una tua idea fin dall’inizio?
Io e Francesca Scotti, l’autrice del libro a cui il mio film è ispirato, abbiamo già lavorato insieme, tra noi c’è una grande affinità e molto rispetto. Entrambe infatti sappiamo che una storia, per giungere al cuore di chi guarda il film, dev’essere vissuta in modo personale, quindi è normale che il regista dia il proprio contributo visionario alla storia di partenza. Con Francesca è stimolante lavorare perché c’è un continuo scambio tra noi: per lei non è importante rispettare in modo lineare la storia, ma mantenerla viva alimentandola di suggestioni, interpretazioni e nuove forme di rappresentazione. Per scrivere la sceneggiatura, infatti, mi sono ispirata al suo racconto breve La pace di chi ha sete e sta per bere, ma anche ad altri suoi racconti. E non solo, pure gli attori hanno contribuito ad ampliare la storia. Insieme a Giovanni Calcagno (Salvatore) ho scelto i luoghi in cui ambientare la storia e ho scritto il film immaginandolo già davanti a queste vetrate che circondano la casa dei protagonisti a 360° gradi, affacciandosi ora su una natura selvaggia, ora sul mare, ora su paesaggio di archeologia industriale, ora su una piccola stazione ferroviaria. Ci siamo confrontati molto anche con Maya Murofushi (Mariko), cercando di capire come costruire il rapporto tra una donna giapponese e un uomo italiano e di immaginare quale sarebbe potuto essere il loro modo per comunicare.

Come mai questa predilezione per il Giappone? Abbiamo fatto qualche ricerca e abbiamo visto che hai già fatto altri lavori in merito.
Da anni sono amante della filosofia, della poesia e della cultura orientale. Amo l’essenzialità e la profondità con cui ogni singola e minuscola cosa viene presa in considerazione, amo Kurosawa, Ozu e Kim Ki-duk, amo il ritmo delle sequenze che sembra seguire quello di un respiro.

Poi nel 2011, insieme a Giò Fronti, mio maestro di Hara Yoga, e alla Maestra di teatro Noh giapponese Monique Armaud ho realizzato Sakura un’opera di videoarte dedicata ai caduti di Fukushima. Questo tema è rimasto vivo dentro di me, con l’intento di approfondirlo, e La città senza notte film è stata un’occasione per approfondirlo.

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Quindi anche i tuoi modelli di riferimento cinematografici rimangono principalmente giapponesi o ce ne sono degli altri?
Mi sono innamorata del cinema orientale perché il rapporto tra uomo e natura mi sembrava intriso di ritualità e animismo. Ricordo la prima volta che al cinema ho visto un film di Tarkovskij. Allora studiavo pittura all’accademia di belle arti di Venezia e una volta uscita dal cinema non riuscivo più vedere nello stesso modo le persone, i luoghi, la città; non potevo fare a meno di restringere il mio campo di visione e osservare ogni minimo dettaglio, cogliendone l’immensa potenza micro-cosmica. Poi è arrivato Kurosawa, che mi ha affascinato per la sua comunione con la ritualità e con la magia. Ce ne sono stati molti altri di maestri che mi hanno segnata, e sono convinta che lo abbiano fatto in modo indelebile.

Dato che nel film si nota una certa predilezione per la fotografia, la pittura e le arti figurative in generale, ma anche per la musica, hai avuto una formazione in queste discipline?
Io nasco come danzatrice e pittrice, quindi il corpo è sempre stato per me un punto da cui partire, una sorta di tempio da cui tutto può nascere e nel quale tutto può essere conservato. Col passare del tempo la mia dea della danza si è trasformata, così mi sono interessata a cercarla in altri elementi come nella luce naturale, che danza nello spazio e lo trasforma continuamente. In questo senso è stato bello lavorare con Massimo Foletti, il direttore della fotografia che ha accettato la scommessa di girare quasi tutto il film con luce naturale, che entrava dalle vetrate e definiva gli spazi di atmosfere diverse. La luce dipingeva le lenzuola grigie della camera da letto dei protagonisti, le quali sostituivano in parte i dialoghi degli attori, trasformava un piatto a base di pesce in una natura morta e scolpiva i volti degli attori stagliati nel cielo morente di fronte al mare. Anche la musica ha messo in relazione tutte queste componenti, inondando di colore queste immagini delicate.
Nel mio percorso artistico ho lavorato a lungo nella videoarte studiando con il maestro Fabrizio Plessi, che con il suo concettualismo mi ha molto destabilizzata all’inizio, però nel corso degli anni mi sono accorta di doverlo ringraziare per avermi spinta a lavorare non solo sulla materialità ma anche sui concetti che la significano. Poi è stato quasi naturale per me entrare nel mondo del videoclip, che inizialmente erano vere e proprie opere di videoarte: penso a Elisa con Cure Me, a Ligabue con Leggero, ai Planet Funk con Gli Uccelli. Agli inizi del 2000 sono passata alla pubblicità, ed è stato interessante affrontare le esigenze commerciali con il mio background artistico. Da questo punto di vista penso che il mio miglior lavoro sia la campagna per Campari Mixx.

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E per quanto riguarda la fotografia?
Le foto per me sono un punto di partenza per raccontare una storia, ma nel film sono state molto di più perché sono diventare le opere fotografiche della protagonista Mariko: rappresentano le sue paure e contemporaneamente il mezzo per liberarsene. È emblematico in questo senso il grande pesce-mostro composto da Mariko con gli scarti dei suoi pasti, che diventa un’arma puntata verso l’umanità.

Ultimamente mi sono appassionata alla fotografia e ho contribuito al libro U principuzzu nicu di Giovanni Calagno, appena pubblicato da Bonanno.

Il film costituisce anche un punto d’incontro tra due culture differenti: se si pensa all’Italia del Sud e al Giappone i collegamenti sono ben pochi. Considerando anche le continue migrazioni e immigrazioni di questo periodo storico, che portano necessariamente culture diverse a incontrarsi e scontrarsi. Cosa ne pensi di questa “società multiculturale” di cui si parla tanto? Secondo te è possibile realizzarla e pacificamente o per forza si arriverà a uno scontro violento per l’impossibilità di un reciproco rispetto tra culture diverse? Penso soprattutto alle teorie di Raffaele Alberto Ventura.
Questa domanda anche ne La città senza notte rimane senza risposta e diventa un punto di osservazione. Quando l’incomunicabilità culturale si manifesta, ci possono essere forme di comprensione che per emergere hanno bisogno di tempo, di spazio e di assenza di giudizio. Mi chiedono spesso come mai Salvatore davanti a una donna tanto volubile e instabile non arrivi mai allo scontro frontale; forse questo avviene perché vede “altro” dentro a quegli occhi orientali impenetrabili e a quella maschera serrata nel mistero. Nello stesso tempo anche l’amore di Mariko non è spiegabile, e il suo arrivo in Italia rappresenta l’entrata in un mondo in cui le risulta difficile muoversi. Quindi l’unica strada percorribile per entrambi è l’incontro nel sogno (a volte nell’incubo), dove si attiva un modo di comunicare totalmente diverso.

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La città senza notte avrà una distribuzione anche nei cinema?
Speriamo, è una cosa a cui stiamo lavorando. Con il Festival SguardiAltrove ci potrebbe essere una possibilità, vedremo. Secondo la mia esperienza ci vorrà almeno un anno dedicato alle presentazioni nei festival prima che le case di distribuzione inizino a interessarsi al film. Io comunque sono ottimista perché il film già in pochi mesi ha fatto grandi passi: presentato in anteprima mondiale al 61° Festival di Taormina, è poi passato per altri festival tra cui Cork, dove era nella cinquina delle nomination, il Festival Internazionale Cinema e Donne di Firenze, dove ha ricevuto il Sigillo della Pace e Maya ha vinto come migliore interprete. Infine ha vinto il premio come Miglior film di narrazione a Sydney World Film Festival del 2015.

Hai progetti futuri?
Io e Francesca Scotti abbiamo già iniziato a scrivere un altro lungometraggio in cui continuiamo a indagare sul senso della coppia, del maschile e del femminile, delle diversità culturali e nel quale affiora un argomento che mi è particolarmente caro, cioè la trasmissione del sapere. Anche in questo film un ruolo fondamentale sarà giocato dalla musica.

Alessia Arcando e Benedetta Pini