Con un modo di fare scanzonato e un’estetica iper-contemporanea i Tropea sono diventati una delle realtà più vive della scena milanese italiana underground. Dopo le decine di migliaia di ascolti streaming, i tanti live (l’ultimo al Pride di Milano) e un pubblico che cresce ogni giorno di più, la band sta davvero diventando un progetto di peso nella scena. Prima di un concerto siamo riusciti a rapirli per una birra: loro sono Domenico, Pietro, Lorenzo e Claudio e ci hanno parlato di cringe, meme, scrolling e social network, ma anche di quello che c’è dietro la loro ironia.

Non saprei dirvi il perché, ma Tropea mi sembra il nome perfetto per il vostro sound: con tutte quelle modulazioni e melodie rilassanti è come se ti portasse al mare. Che storia c’è dietro al vostro nome?
D: In realtà, l’hai appena detto tu: abbiamo sentito anche noi il mare, l’atmosfera tropicale, è così che è nato il nome. A dire il vero era ottobre, ed eravamo al baretto a scrollare con il cellulare mentre sparavamo uno dietro l’altro mille possibili nomi, come una band di adolescenti, poi è uscito Tropea a mettere fine a quello strazio.
L: In realtà, ne abbiamo passati un po’ di nomi: all’inizio eravamo i The Droga, poi Rare Pepe (hai presente quel meme della rana verde?), poi Q The Money, poi anche Olive Oil.
D: Questo gruppo è sempre stato un meme di se stesso, si può dire?

Nella vostra bio leggo che si tratta di “Songs about dreams, ASMR, internet subcultures, cringe life and self-awareness”: ci spiegate il nesso fra l’ASMR, le subculture cibernetiche e il cringe?
D: Puoi passare la giornata su YouTube, su TikTok, sui social e incontrare tutte queste cose intrecciate fra loro. Prendi l’ASMR, per esempio: a tanta gente fa un po’ senso, mette imbarazzo. Noi ce la guardiamo. Siamo un po’ degli internauti, dei web-surfer: le nostre canzoni prendono ispirazione da una riflessione posteriore allo scrolling, una riflessione sul perché scrollo. Siamo gente che si muove sull’internet “a proprio disagio”, e le canzoni ne sono il risultato. Ultimamente ci siamo presi bene con TikTok: quella è davvero la patria del cringe e noi ci sguazziamo! Andateci a cercarci, @tropeacringetok.

È appena uscito il vostro primo EP Sad Reacc Only: come mai solo faccine tristi invece che cuori o emoji che ridono?
C: Eh, abbi un po’ di pazienza! Non possiamo ancora rivelare niente, ma non saranno soltanto sad react.

Parlate di cringe, di culture multimediali, di meme e ASMR con un approccio ironico ma consapevole: non puoi essere ironico sulle dinamiche dei social e di internet se non capisci ciò che di marcio c’è dentro.
D: Infatti potremmo dire che si tratta post-ironia. È ironico ma non solo, come se avessi preso l’ironia e l’avessi postata, l’ho “messa a post”!

Quindi è corretto dire che i Tropea nascono dal cringe e dal disagio, come se esorcizzaste un malessere?
L: Tu sei un fottuto psicologo!
D: Gli ingredienti sono canzoni che partono da una base di malinconia e di manie depressive che le dipendenze esasperano, siano relazioni, social network ecc. Sad mp3, per esempio, è nata da quella volta che Pietro si è svegliato e non si ricordava niente della sera prima, quando aveva mandato in frantumi una possibile relazione. La malinconia è alla base dei brani, ma c’è un approccio ironico e divertito nel portarla fuori. Non crediamo nella figura della rockstar depressa tipo “Hey amico, stammi lontano, ho dei problemi con la società e si vede”. Per fortuna ci divertiamo molto a fare musica insieme, finché è così c’è questa alchimia, la Tropeina!
P: 420mg di Tropeina! Tipo la prescrizione del medico.

Ascoltando Lost in Singapore viene da pensare che questo approccio ironico si traduca in una semplicità armonica, melodica e anche lirica: non c’è una ricerca di frasi particolarmente complesse o incastrate nel testo, anzi, suonano quasi familiari. Cosa pensate a riguardo?
D: I testi li scriviamo principalmente io e Pietro. Lost in Singapore è stato proprio il primo, quindi si spera che in quelli venuti dopo ci sia stata un’evoluzione. Quel brano è stato scritto nel 2015, avevo scoperto Mac DeMarco ed era appena uscito Currents dei Tame Impala: ero un nerd che arrivava da ascolti più sofisticati, come la musica anni Settanta o il progressive, perciò la scoperta della semplicità è stata la vera chiave di volta. Se ci pensi, John Lennon scriveva le parole che suonavano meglio, e lo stesso discorso vale per i Tropea: c’è sempre la volontà di trasmettere un contenuto, ma allo stesso tempo di trascriverlo in parole che suonino bene, perché spesso quando provi a dire esattamente quello che vuoi, finisce che il pezzo non funziona.
P: La priorità è sempre stata data alla musicalità del testo, anche perché io come approccio generale ascolto la musica, più che il testo: è fondamentale che suoni bene all’ascolto.
D: Però c’è da dire che abbiamo ascolti e background diversi: Piso (Lorenzo) viene dallo skate-punk, Claudio dal rock e altro, io non disdegno i cantautori tipo Cohen, quindi spesso abbiamo anche un modo di vedere i testi in modo diverso.

Un po’ bohemien e un po’ french touch la scelta di tradurre il singolo Lost In Singapore in francese, Perdù a Singapour AMS. È perché vi piacciono la Tour Eiffel e i croissant o c’è un altro motivo dietro?
D: Quello sicuramente è un motivo! Scherzi a parte, è stato un processo simile a quello già descritto: la volontà di farlo suonare bene e di rendere tutto un meme. Ci siamo detti perché no?
P: E lì abbiamo aperto Google Translate e abbiamo tradotto il brano. Lo abbiamo fatto pure per il ritornello, però in cinese: ci siamo messi ad ascoltare la voce metallica di Google per capire la pronuncia e abbiamo realizzato che era in rima! Non potevamo non cantarlo.

Face Parade comunica un forte senso di smarrimento, è come se tutte le certezze si perdessero in quel minuto di disarmonia finale.
D: Quella è una storia particolare: è un brano che avevo scritto in cameretta un anno prima che ci formassimo come Tropea, poi lo abbiamo adottato come “Special XMas Edition” a Natale dell’anno scorso. Io ero sottissimo per la tipa con cui stavo allora, soffrivo come un cane ed era appena uscito Skeleton Tree di Nick Cave: ascoltandolo facevo caso a tutta la cupezza e alle dissonanze su cui è costruito, ma che rimangono sempre eteree. Ho voluto scrivere questa canzone pensando a Nick Cave e a Leonard Cohen nella parte iniziale e in quella finale; è una canzone un po’ natalizia, ma ha anche qualcosa che rovina il Natale, come il Grinch. Quella parte l’ho concepita come una macchia nel pezzo: partendo dagli accordi dissonanti, ho fatto un po’ di casino sui synth che avevo a casa e sono tornato all’armonia nel finale.
P: È una CRINGE-mas song!

È una sad react?
D: Forse è più una angry react: una voglia di spaccare tutto, sia a livello sonoro sia di struttura del pezzo, un po’ come facciamo dal vivo nel finale di Which One. È anche un modo per non prendere troppo sul serio la melodia e l’armonia.

L’anno scorso è uscito il singolo Superstar in collaborazione con Montag, del quale siete molto amici. La scena milanese è viva e vegeta ultimamente, sentite un senso di appartenenza o non vi interessa?
D: Diciamo che è un discorso complesso: la voglia di fare italiano non si traduce in Superstar, perché il testo non l’abbiamo scritto noi e, per esempio, è in italiano anche Cringe Inferno [temporary song pubblicata il 3 giugno scorso in featuring con El Feo, ndr.]. Su Superstar abbiamo fatto arrangiamento e produzione, ma il pezzo è di Montag. Comunque, a ben vedere, Cringe Inferno non è la traduzione dei Tropea in italiano che ci immaginiamo, anche quella è una meme-song, diciamo. La versione in italiano dei Tropea arriverà, ma non in conseguenza alle logiche dell’it-pop o ai format italiani vigenti, sarà un bisogno di cantautorato non esplicitato. Cerchiamo sempre la semplicità nelle nostre canzoni, e per ora ci sembra che, tradotta in italiano, la semplicità si trasformi in banalità.

Forse il problema della musica indipendente italiana è il format dell’it-pop, che ha vinto sugli altri generi per potenza espressiva e attualità delle liriche…
C: Il problema è che quel format lo hanno adottato tutti, è questo che dice Domenico: se dobbiamo per forza abbracciare qualcosa di predefinito per scrivere in italiano, allora non ci interessa.
D: Il fatto è che i Tropea sono nati, anche se in inglese, dalla volontà di scrivere canzoni, dall’esigenza di dire qualcosa, e spontaneamente l’abbiamo fatto in inglese. In realtà abbiamo pezzi e idee in italiano, ma non sono ancora pronti: devono ancora arrivare a una maturazione maggiore, ci stiamo lavorando. Anche la scelta di scegliere il francese come seconda lingua (Perdù a Singapour) vuole comunicare una presa di posizione: non è che scriviamo in inglese perché siamo gli “anglofili fighi”, è perché se ci vengono in francese li facciamo in francese, se ci vengono in cinese li facciamo in cinese. Arriverà il momento anche per l’italiano.
C: La differenza sta proprio lì: quando ti accorgi qual è il format. Ci sono pochi artisti che salvano la “banalità” con la sincerità. Anche se in quel caso si può parlare di sincerità: è tutta una questione di credibilità.
D: In realtà l’attualità dei testi è stata una scoperta anche per noi, perché da ragazzini ascoltavamo altro, abbiamo avuto modelli anacronistici. Un po’ come quando, nel 2015, ci siamo accorti che c’erano un sacco di artisti come Tame Impala e Mac Demarco che avevano fatto uscire album unici. Quella scoperta mi ha fatto pensare per la prima volta che forse potevo smetterla di vivere nel passato e proiettarmi nel presente, provando a scrivere musica che abbia senso oggi, pur facendo i conti col passato.

Nel vostro futuro prossimo c’è un’estate piena di date, di cui molte ancora tTBA. Siete già al lavoro per produrre un primo full-length?
C: Siamo già al lavoro, anzi non ci siamo mai fermati.
D: Siamo tipo un panificio: quando pensi che siamo chiusi, in realtà stiamo stendendo i panetti!
L: Siamo l’antica friggitoria Tropea!

Riccardo Colombo