È un dramma non poter riprodurre foneticamente la parlata tedesco-mantovana di Moritz Meyns, il frontman del trio Plastic Light Factory: ogni sua affermazione viene arricchita, chiarificata o al contrario resa più sibillina dalla sua inflessione ondulata, dai suoi rallentamenti e le sue accelerazioni improvvise, dai continui scivolamenti tra riflessività e istrionismo. La sua voce nel parlato è paurosamente simile a quella del cantato, apparentata da molte orecchie allo stile vocale dell’Alex Turner degli Arctic Monkeys, ma temperata da un certo deboscio libertino. Del resto anche i Libertines si possono annoverare tra le influenze dei Plastic Light Factory, ai quali però basta un taglio di capelli diverso per attuare gemellaggi virtuali con le tendenze musicali che di anno in anno più li catturano.

Lo scorso 5 ottobre i PLF hanno pubblicato il loro primo EP, Hype. Ad anticiparne l’avvento erano stati i singoli Robyn, che si aggancia all’orecchio dello spettatore con la voracità di un piranha, e Colour of the Morning, energico ma con stile. Il titolo Hype rimanda all’ormai tradizionale festival/festino organizzato in quel di Mantova da Moritz e dai suoi sodali (il batterista Andrea Zanini e il bassista/tastierista Alessandro Belletti) sia per mettere alla prova le proprie canzoni, sia per ricavare ispirazione per scrivere nuovi ed equivoci testi. Ecco dunque cosa ci siamo detti con l’ineffabile Moritz.

Ho osservato che c’è una certa identificazione tra la vostra musica e l’“ambiente” che le gravita attorno: voi avete un clan di amici che si radunano presso il vostro Hype, che è anche un palcoscenico per le vostre canzoni… e l’Hype, con le sue atmosfere, viene celebrato nel vostro EP, tanto che i filmini girati durante il suo svolgimento vengono riciclati per il videoclip di Robyn. Come avete maturato questa concezione circolare, quasi warholiana, della vostra musica?
Vuoi risponderti da solo?

No.
Beh, ottima osservazione e ottima domanda. Hai ragione, il nostro ambiente ha influenzato in maniera importante la creazione del nostro EP, che da questo punto di vista può essere considerato quasi un concept album, dato che le canzoni hanno sempre qualche riferimento agli avvenimenti o alle persone dell’Hype. Il testo di Little Adventures è stato riadattato ai fatti dell’Hype.

Quando scrivete le canzoni cosa c’è prima? Le parole o la melodia?
Prima la tonalità, poi la melodia, poi la voce. Le lyrics sono l’ultima cosa che viene. Sarebbe interessante dare la precedenza ai testi, però noi vogliamo essere sempre molto orecchiabili, molto catchy, così abbiamo dato tantissimo spazio alla melodia vocale, e le lyrics devono adattarsi. Però devono essere belle, quindi a volte abbiamo messo in secondo piano la metrica, ma non tipo i Kaiser Chiefs che scrivono cose a caso, e che ci stanno un casino con la melodia. Abbiamo messo anche delle frasi che non sono molto facili da cantare, proprio a livello di… prosodia? Si dice così?

Plastic Light Factory

Ehm… cambiamo argomento: qual è l’elemento che rende un brano autenticamente Plastic Light Factory?
Abbiamo avuto uno spartiacque dopo l’EP, perché le canzoni dell’EP sono le prime che sono state scritte e risalgono a un momento in cui tutti quanti eravamo molto affezionati all’indie rock: [con un’impennata nel volume della voce] chitarre futuresque taglienti e batterie veloci, basso martellante e robe così. Un po’ 2007. Però dopo ci siamo concentrati verso psichedelia e ’67. La cosa che secondo me caratterizza i nostri brani è il muro del suono: sia in studio che live, con i minimi mezzi ed essendo solo in tre, tentiamo di fare il massimo dei suoni; io uso due ampli con due effetti diversi, il Bellett [Alessandro Belletti] usa due ampli, coi suoni di chitarra su uno e quelli di basso sull’altro, e ultimamente stiamo anche mettendo delle tastiere con cui il Bellett suona il basso con la sinistra e il mellotron e altri mille suoni con la destra. Perché secondo me una canzone è bella se è bella, cioè le canzoni anni ’50 possono essere belle anche se registrate male con tre strumenti in presa diretta. Però poi per raggiungere il passo… trascendentale? Si può dire così?

Ah, beh, per me…
…insomma cerchiamo di valorizzare l’importanza dei suoni. Ecco, la ricerca dei suoni è una cosa molto Plastic.

Voi risentite anche di un’influenza cinematografica nelle vostre attività musicali: Godard e la nouvelle vague sono una costante dei tuoi discorsi, dei vostri brani e dei vostri videoclip (ci sono persino delle inquadrature de Il disprezzo nel video di Colour of the Morning). Perché?
Di solito nei videoclip la gente fa delle cose che non c’entrano niente con la canzone. Noi per quanto riguarda il video di Colour of the morning volevamo fare qualcosa di estetico e secondo me anche Godard era molto interessato a questo aspetto. Tante scene dei suoi film, soprattutto de Il disprezzo, sono solo estetiche, non succede niente: c’è solo una figa su un tetto col mare [NdR: Brigitte Bardot]…

Quindi avete usato Godard per decorarvi?
Sì, è solo una cosa per dare un taglio anni Sessanta, vintage al videoclip.

Perché siete così fissati con gli anni Sessanta? Cos’è che vi piace? Il colore, l’atmosfera?
Non so cos’è. Penso alle foto… perché sono così belle? C’è una grana, un filtro… [brainstorming collettivo sul perché tutto quello che risale agli anni Sessanta sia così bello] poi tornando a Godard, i suoi film rompono gli schemi causa-effetto, è tutto fatto a caso, è tutto psichedelico…

Quali sono i vostri obiettivi adesso?
Come diceva David Bowie, ci interessa solo la fama, avere più pubblico possibile. Però facendo musica che ci piace: i nostri gusti cambiano da un anno all’altro…

Quindi dici che il vostro prossimo album sarà qualcosa di irriconoscibile?
Sì, però sempre facendo musica che non sarà mai mainstream, anche se adesso ci sono così tante band indie che in verità sono mainstream, prodotte da major, o addirittura boyband indie fatte a tavolino, tipo i Blossoms… nel nostro caso è il nostro pubblico che si adatta a noi: ci sarà sempre gente che ci gode in tutto e per tutto, e gente che godrà un album piuttosto che un altro.

Chi vi gode vi segua.

Andrea Lohengrin Meroni