Sono di Biella, sono simpatici e sono ottimi musicisti, ma vivono un grande dilemma: acquistare credibilità nel panorama indipendente (e oltre) servendosi del pop come principale mezzo d’espressione. Proprio l’odiato e amato pop in tutte le sue sfaccettature e accezioni sarà il principale argomento di questa sorprendente chiacchierata con i Pagliaccio, che hanno deciso di raccontarci con sincerità e amarezza le grandi difficoltà incontrate da chi ha scelto di rendere intelligente un genere difficilmente preso sul serio in Italia.

La vostra musica è sostanzialmente pop, un genere superficialmente inteso come leggero orecchiabile ma che è in realtà dotato di una struttura molto più complessa e profonda, soprattutto per quanto riguarda il songwriting. Secondo voi, chi vi ascolta apprezza la patina pop della vostra musica o quello che si nasconde sotto?
Pagliaccio #1: Questa è veramente una domanda da un milione di dollari, sulla quale ragioniamo ogni giorno. È un aspetto che vediamo come positivo, ma che in realtà è un’arma a doppio taglio: la musica che facciamo è molto legata al nostro nome, Pagliaccio, perché è rivestita da una patina molto “facile” e melodicamente orecchiabile che appartiene al pop ma, soprattutto a livello lirico, c’è l’intenzione di trasmettere dei contenuti. Nella percezione comune, questo obiettivo non va a braccetto con l’idea di pop, mentre a noi piacerebbe che ci fosse un pop intelligente, e degli esempi ci sono.

I Baustelle, per esempio.
Pagliaccio #1: Esattamente. E guardando indietro anche Daniele Silvestri, Nicolò Fabi, Max Gazzè. Ecco, noi vorremmo puntare a fare un pop intelligente. Pensiamo che sia possibile rimanere in testa alle persone e farle divertire senza necessariamente comporre lavori di nicchia: ben vengano l’indie e la sperimentazione, ma non ci interessano. Ciò che ci crea maggiore difficoltà è proprio la definizione e il posizionamento nel mercato musicale: per quelli che apprezzano l’indie siamo troppo pop, per quelli che apprezzano il pop siamo troppo indie.

Quindi, il vostro pubblico potrebbe essere una via di mezzo?
Pagliaccio #1: Si, potrebbe esserlo. In realtà noi siamo convinti che proprio a causa di queste definizioni e categorizzazioni ci siano persone che potrebbero apprezzare la nostra musica ma che non ci arriveranno mai. Questo ci fa spesso arrabbiare e ci spinge a trovare canali nuovi attraverso cui promuoverci, comunicare e farci ascoltare. Le definizioni hanno un senso forse per chi scrive, o per chi lavora nel mercato, ma nell’ascolto non hanno poi tutta questa importanza.

È esattamente quello che è successo anche a me. Tendenzialmente sono attratta da altro, ma voi mi avete incuriosita e mi siete piaciuti. A ben guardare, infatti, quello spessore contenutistico che la patina pop sembra celare emerge dalle melodie stesse: siete una band derivativa e avete dei riferimenti musicali solidi, sinonimo di una certa ricercatezza musicale.
Pagliaccio #1: Esattamente, e i riferimenti sono molto vari ed eclettici.

Vuoi dirmene qualcuno?
Pagliaccio #1: Nei nostri ascolti è compreso anche il pop, ma la maggior parte dei nostri interessi musicali appartengono al panorama indie. Al contempo, però, per la nostra musica sogniamo un’attitudine che non sia indie, perché desideriamo parlare a un numero più vasto di persone.

Per quanto riguarda la scrittura, comunque, sicuramente peschiamo nel cantautorato, Bennato innanzitutto, che scriveva testi apparentemente “stupidi” ma di uno spessore pazzesco. Spesso componiamo brani che non contengono nulla di nuovo, ad esempio in uno di questi è presente una citazione di Twist and Shout e direi che più pop di così non si può! Delle volte, quindi, è come se non volessimo inventare nulla musicalmente: prendiamo delle cose già esistenti e le riproponiamo nel nostro linguaggio. Questa è la nostra sfida. Per quanto mi riguarda, talvolta è anche più complicato questo lavoro di ripresa e ricomposizione rispetto allo sperimentalismo indie che, chiuso dentro canoni ben precisi, parla un linguaggio realmente compreso da pochi. Da un certo punto di vista, è sperimentale anche prendere l’esistente e frullarlo con quello che ha formato il tuo background, il tuo modo di raccontare le cose.

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Parliamo, invece, del video musicale appena uscito di Amore Cieco, il featuring con gli Ex-Otago. Com’è nata l’idea di girare un video in animazione?
Pagliaccio #1: È un’idea a cui abbiamo spesso pensato, anche perché, di tutti i video musicali che abbiamo girato in precedenza, eravamo noi i protagonisti in carne e ossa: ci siamo stufati di essere fisicamente presenti nei videoclip, volevamo fare qualcosa di diverso. Non so darti una spiegazione precisa, ma posso dirti che a livello di istinto Amore Cieco ci sembrava l’occasione adatta per un video in animazione. La genesi stessa di questo singolo è molto particolare: Amore Cieco è stato lanciato nelle radio a ottobre e poco dopo ci siamo esibiti in un concerto al buio nell’Istituto dei Ciechi di Milano, siccome la canzone parla di due ragazzi non vedenti. In seguito, in occasione del giorno mondiale della vista, avevamo realizzato un non-videoclip, ovvero un video solo audio, senza immagini. Passato il tempo, però, abbiamo iniziato a sentire l’esigenza di fare qualcosa di più. Già da tempo desideravamo lavorare con Baronciani, ma lui inizialmente non si sentiva di fare un pezzo che parlasse di due ragazzi non vedenti; dopo poco ci abbiamo riprovato, ci siamo compresi e abbiamo realizzato finalmente questo video, che secondo noi è molto efficace perché tratta la tematica in maniera piuttosto sfumata.

Effettivamente la vostra presenza fisica avrebbe forse distolto l’attenzione dello spettatore dal tema principale. Prendiamo per esempio il video musicale di Zerbino: qui comparite fisicamente accanto allo svolgimento della scena, come se le faceste da contorno e indirizzaste il punto di vista della fruizione, ma il rischio è che lo spettatore si perda nelle immagini distraendosi dai suoni, mentre nei vostri brani è fondamentale prestarvi attenzione, come anche alle parole, perché il contenuto di testi così stratificati esige un’interpretazione.
Pagliaccio #1: Esattamente, spesso esiste addirittura una seconda chiave di lettura dei nostri testi, o perlomeno questo è il nostro scopo. Avere 80 Anni e Crociera (del vecchio disco) sono gli esempi di dove vorrei arrivare con i testi: raccontare una storia che a primo impatto presenti un senso manifesto e intellegibile ma che possa in un secondo momento far emergere un significato “altro”. In quanto fruitore di prodotti artistici, mi ha sempre trasmesso di più un’opera che necessitava di un secondo sguardo o di un secondo ascolto per essere compresa. La differenza tra il pop come solitamente è inteso e come lo vogliamo fare noi è proprio questa.

In questo modo, quindi, c’è una maggiore partecipazione da parte dell’ascoltatore, che non riceve passivamente ma incontra attivamente il senso del vostro prodotto artistico.
Pagliaccio #1: Esatto. Nei live tendiamo a spiegare il significato dei nostri brani, ma sono dell’idea che di fronte a un prodotto artistico non sussista la necessità di doverlo spiegare o di doverlo capire nel modo giusto.

Cambiando discorso, mi è spesso sembrato che nella vostra musica ci fossero echi ad Amen dei Baustelle, ma non ho mai capito con esattezza in che modo lo richiamaste. Nonostante nei testi sia tu che Francesco Bianconi dei Baustelle vi serviate di immagini (mossa alquanto astuta se si pensa al loro potere evocativo), penso che sia stata la freschezza della vostra musica, la novità dei suoni a suggerire un’assonanza tra voi e Amen.
Pagliaccio #1: Vero, molto vero. Anche i Baustelle spesso riprendono temi canonici che nel loro linguaggio assumono un aspetto del tutto personale, diverso, e diventano parte di un pezzo esclusivamente loro.

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Avete mai pensato di usare una voce femminile?
Pagliaccio #1: No, sinceramente no. Anche perché quando scrivo mi viene difficile immaginare che i miei testi vengano poi cantati da altri, li scrivo pensando che sia io a cantarli e c’è un legame fortissimo tra il mio cantato e la scrittura. Non credo di essere particolarmente tagliato per fare l’autore di testi per qualcun altro, quello che scrivo lo vedo solo su di me e per me.

E l’elettronica, invece?
Pagliaccio #1: Ecco, qui sta il grande dilemma.

Pagliaccio #2: Nel primo disco c’è qualche inserto, suonavamo con le basi; mentre ne La Matrona quasi nulla, è molto più acustico e ricco di strumenti a corda, tra cui il mandolino e l’ukulele.

Meglio così, secondo me avrebbe cambiato il senso del disco e non avrebbe trasmesso quello che penso fosse vostra intenzione esprimere: la fatica quotidiana.
Pagliaccio #1: Hai ragione, fatica significa anche che suoni tutto, dall’inizio alla fine! In realtà non è stata una scelta vera e propria: abbiamo cominciato a scrivere quasi tutti i pezzi con la chitarra acustica, mentre nel primo disco con la chitarra elettrica. È semplicemente andata così!

Nascono prima i testi o la parte strumentale dei vostri brani?
Pagliaccio #1: Entrambi, senza uno schema preciso. Può darsi che nascano insieme e che poi alcune singole parti vengano riprese e riviste. Quasi sempre partiamo da linee melodiche e idee di testo da cui poi si sviluppa l’arrangiamento, mentre il testo viene rifinito alla fine. Ad esempio, il ritornello di Risiko è nato all’una e mezza della sera prima di andare in studio per registrare il disco.

Siete amalgamati come musicisti, si nota una certa sintonia tra voi.

Pagliaccio #1: Si, il sound è nato progressivamente. Abbiamo fatto circa 300 date live da quando abbiamo raggiunto la formazione definitiva, ovvero dopo l’ultimo disco. Ormai, quindi, tutti i nostri singoli apporti confluiscono in modo coerente a livello di suoni. Sembra forse paradossale, ma anche comporre brani pop ti permette di creare uno stile, un linguaggio personale identificabile. Oserei persino dire che è difficile sporcarsi le mani facendo pop, forse è addirittura più complesso di fare musica di nicchia, ci vuole coraggio.

Il pop è sacro, nonostante spesso risenta di accezioni negative. Ma non dimentichiamo, ad esempio, che anche quello dei Pulp è pop, ben lungi dalla superficialità e dalla banalità.
Pagliaccio #2: Si, diciamo che il pop al di fuori dell’Italia si avvicina molto di più a quello che intendiamo noi, vedi i Radiohead, i Pulp e via dicendo. È un pop di un certo livello. Poi arrivi in Italia, trovi Emma Marrone e ti chiedi: “Come mai?”.
Pagliaccio #1: Mi chiedo da dove potrebbe arrivare tutto questo, forse da uno snobismo totale da parte di chi segue l’underground? Quindi non si osa parlare di pop e si crede che sia meglio affidare il pop a Emma Marrone perché altrimenti “disturberebbe” troppo?

Quindi, diciamo che state sperimentando il pop nell’indie.
Pagliaccio #1: Si, io la penso così, anche se delle volte è dura: è quello che ci incasina di più.

Federica Romanò