La Giusta Distanza è il vostro primo “vero” disco, prodotto tra l’altro da un’etichetta di tutto rispetto (la Woodworm). Se provate a proiettarvi in un futuro prossimo, come pensate che evolverà il vostro sound? Rimarrete fedeli a un rock più “puro” o vi aprirete ad altre influenze?
Penso che sarebbe assurdo non aprirsi a nuovi suoni e influenze: fare musica significa anche e soprattutto ascoltare tanto. Il mio modo di scrivere era già in mutamento mentre componevo La Giusta Distanza. Sul finale, infatti, si possono scorgere mondi già molto distanti dal rock duro e puro che ci si è cucito addosso e al quale abbiamo dato spazio essendo ciò che usciva dalle nostre mani con naturalezza. Siamo molto soddisfatti di quello che abbiamo fatto; io e Davide Lasala ci confrontiamo spesso sulle scelte riguardanti il futuro ed entrambi stiamo studiando nuove vie per proporre qualcosa di altrettanto personale. Mi auguro quindi che il sound si evolva con l’evolversi di noi stessi e di quello che vorremo esprimere.

La tua figura Giorgie è sicuramente quella in primo piano nella band, a partire dal nome ma anche per la natura cantautorale dei testi. Come si articola il lavoro di stesura e produzione dei pezzi all’interno del gruppo?
Ovviamente io sono la figura più esposta dei quattro, sono quella che ora vi sta parlando ed è la mia faccia a comparire sui comunicati stampa. Ma sarebbe sbagliato pensare ai Giorgieness come un progetto solista mascherato da band. È vero che l’urgenza di dire qualcosa è mia, che sono io a portare l’idea del pezzo (musica e parole) in saletta. Dietro, però, c’è un collettivo composto da molte persone, ognuna delle quali è parte fondamentale del prodotto che proponiamo. La band lavora insieme all’arrangiamento, sotto la guida di Davide che, oltre a essere produttore, per amore del progetto ne è diventato anche il chitarrista. Luca, invece, mantiene in equilibrio i nostri due caratteri forti e organizza viaggi e spostamenti. Andrea, che è con me da ormai cinque anni, cura tutta la parte tecnica e mi aiuta in numerosissime faccende pratiche, talmente tante che sarebbe impossibile elencarle tutte. Dietro di noi ci sono Carlo, Laura e Valentina, il nostro ufficio stampa che è anche co-produttore del progetto: fanno un lavoro splendido e mi sostengono umanamente parlando. Il nostro booking Godzillamarket, la nostra etichetta Woodworm e la Sangue Disken ci hanno sostenuto fin dall’inizio diventando parti integranti del progetto.

Quasi tutti i brani di La Giusta Distanza partono da una dimensione personale di esperienze e sentimenti. Il Presidente, però, si addentra in tematiche di stampo politico-sociale, adottando un approccio al testo non molto distante da quello di P!nk in Dear Mr President nel lontano 2006, ovvero una critica rivolta a un potente percepito come distante e del tutto disinteressato a una dimensione più “umana”. È un paragone corretto? E come si inserisce questo brano nell’architettura dell’album?
In realtà non è un pezzo politico e non voleva esserlo, anche se il senso è ovviamente quello che avete colto. Mi piace vederlo più come un dissing, un momento di rabbia ironica verso qualcuno che per altro non è realmente così orribile come appare nel brano; anzi, gli si vuole molto bene. Volevo un testo di rottura, un po’ alla Magari Stasera, che riuscisse a far sorridere rimanendo comunque cinico e arrabbiato. Comunque, molti hanno dato la vostra stessa interpretazione, notando come sia possibile collegare il testo alle figure politiche che tutti conosciamo. Il paragone con la figura del presidente, inoltre, è senza dubbio frutto della visione che ho della situazione in cui ci troviamo (non solo in Italia). Il mio obbiettivo è sempre stato quello di fare musica in grado di far pensare; mi fa piacere esserci in qualche modo riuscita.

Giorgie - Giorgieness

© Chiara Mirelli

Come Se Non Ci Fosse Un Domani è sicuramente il singolo più d’impatto dell’album, e anche il videoclip pubblicato sulla piattaforma Vevo risulta molto curato. Quali ragioni vi hanno portato a scegliere questo brano come “biglietto da visita” del vostro album d’esordio?
È il brano che meglio rappresenta le due anime che mi porto dentro: una dolce e sussurrata e una esplosiva, spesso distruttiva. È forse il mio pezzo preferito dell’album, il primo che ha fatto dire al mio giudice più severo “ecco, questa sei tu”.

Ogni pezzo presumibilmente è frutto di una lunga gestazione e ha una propria storia, ma a quale di questi potresti dire di sentirti più legata, Giorgie?
Che Strano Rumore: un pezzo scritto di stomaco – di stomaco, non di cuore – che ho voluto regalare ai miei ascoltatori. È una canzone a cui voglio bene, forse proprio perché ho dovuto iniziare a voler bene a me stessa per poterlo scrivere.

L’11 settembre si è concluso il vostro tour in giro per il nord e il centro Italia. Quali sono gli aneddoti più interessanti di queste settimane estive passate on the road?
Ce ne sarebbero davvero troppi da raccontare. Una volta, ad esempio, abbiamo suonato sotto il Gran Sasso all’una di notte, e mentre salivamo l’aria rarefatta ci ha fatti diventare tutti scemi. Abbiamo anche fatto un bagno alle due di notte in una piscina da cui siamo dovuti scappare e, soprattutto, abbiamo riscoperto vecchi giochi, primo fra tutti quello del cerchietto con le dita, utile ad ammazzare il tempo. Bisognerebbe scrivere libri sui tour.

Avete avuto l’onore di aprire il concerto dei Verdena il 9 settembre a Desio e non siete nuovi a dividere il palco con nomi noti del panorama nazionale (penso a Morgan e I Tre Allegri Ragazzi Morti) e internazionale (The Kooks e Savages). Quali sono gli insegnamenti che avete tratto a livello performativo da queste esperienze?
Vi siete dimenticati dei Garbage, non per tirarmela, ma è stata forse l’esperienza più forte. Molti di questi artisti citati hanno una storia alle spalle fatta di onesti sacrifici, di momenti belli e brutti. Abbiamo imparato l’importanza della professionalità e dell’umiltà.

Per concludere, parliamo di questo arcidiscusso panorama indipendente italiano. A vostro parere, tra gli artisti emergenti di questo ambiente vi è un minimo comun denominatore, un orientamento condiviso? Quanto vi sentite vicini a questo scenario musicale? E in cosa, invece, credete di differenziarvi?
Siamo in Italia è facciamo musica. Siamo tutti poveri e testardi e ci conosciamo perché in fin dei conti i cartelloni sono sempre gli stessi. Non posso dire di sentirmi parte di una grande famiglia, ma sicuramente come in tutti gli ambienti di lavoro ho trovato persone alle quali ora voglio bene e che posso chiamare amici. Non so se si possa parlare di scena o altro, ma ieri mia mamma mi ha detto di essere fiera del fatto che sua figlia faccia parte di questa generazione di ragazzi che si impegnano, fanno musica e meriterebbero di essere ascoltata da tutti.

P.s. A casa sua si ascolta solo Motta e Calcutta. Giorgieness ogni tanto.

Gaia Ponzoni

Potrebbero interessarti: