Il tempo stringe e la scaletta che scandisce il pomeriggio degli islandesi Fufanu è pienissima. Hanno molto lavoro da fare prima di salire sul palco del Fabrique, in qualità di opening-act del concerto dell’ammaliante e felino John Grant, e di cospargere il pubblico con una fuliggine quasi industrial che è tutta un ossimoro: è controllata nella sua violenza e frastornante nella sua linearità. Proprio perché i minuti sono contati i due soci che costituiscono il nucleo centrale dei Fufanu – il cantante Kaktus Einarsson e il chitarrista Gulli Einarsson – vengono separati e affidati a due diversi intervistatori. È Gulli a finire nelle grinfie dei cervellotici emissari di “1977”.

La musica dei Fufanu – che, al seguito di Grant, stanno promuovendo il loro primo LP, Few More Days To Go – ha ricevuto il plauso di un grande teorico del pop sperimentale come Brian Eno; eppure Gulli non sembra propenso ad auto-analizzare la propria produzione, né tanto meno a indossare i panni del critico di se stesso. Per questa ragione – con i suoi silenzi relativamente lunghi e decisamente eloquenti – lascia che le pindariche domande del suo intervistatore abbiano tutto il tempo di vedersi allo specchio e di pensare: “Dio, quanto siamo pompose!”. Ma, ormai, il danno è fatto, le domande sono state poste e all’intervistatore – col suo striminzito repertorio di fantasie esotiche riguardanti l’Islanda – non resta che tentare di figurarsi le immagini che si agitano dietro gli occhiali da sole di Gulli Einarsson (rave party al rallentatore sul dorso di un vulcano? Danze pagane sul palato di una balena spiaggiata?).Gulli Einarsson

Ecco dunque quello che ci siamo detti con la nostra metà dei Fufanu:

Il grande paradosso della musica new wave e anche di quella dark wave sta nell’abilità di produrre eccitazione nell’ascoltatore partendo da un materiale fondamentalmente molto ripetitivo. Come fate quindi a tirar fuori la vostra intensità da questa base monotona?
Non saprei, penso sia semplicemente il nostro background techno, quindi siamo abituati a suonare la parte ritmica in loop all’infinito.

Sì, ma poi riuscite anche a veicolare emozioni con una voce che rimane sempre distante dal pubblico… [rimango un attimo interdetto nel realizzare che il Fufanu assegnatomi è il chitarrista e non il cantante] Ma forse questa è una considerazione che dovrei fare con il tuo socio canterino. Tu hai qualcosa da dire in merito?
Non saprei. Tentiamo solo di fare cose semplici, ma interessanti, you know.

Ah. Mi diresti il nome di un brano, scritto da qualcuno che ami particolarmente, che rappresenta tutto quello che cercate di esprimere con la vostra musica? Intendo un brano che contiene tutte le atmosfere e gli ingredienti che amate di più.
Non saprei. Forse qualcosa dei Neu, anche loro avevano il pallino per la parte ritmica ripetuta a lungo a mo’ di loop, e allo stesso tempo avevano quella componente rock ‘n’ roll, quell’aspetto noisey. [Si prende qualche secondo per maturare una convinzione definitiva] Sì, i Neu sono un buon esempio: hanno tutto quello che amo musicalmente.

Okay, ma una canzone nello specifico?
Seeland dei Neu.

Mi sai indicare un artista senza il quale i Fufanu non sarebbero esistiti?
Elvis Presley. [A questa risposta salomonica seguono sorrisi imbarazzati, anche se, in effetti, se non fosse per il Re probabilmente saremmo ancora qui a cantare “Vola, colomba bianca, vola” e corrispettivi esteri]

Se poteste scegliere un regista famoso per dirigere un vostro videoclip, chi ingaggereste?
David Cronenberg.

E infine la domanda più ovvia di tutte: c’è un qualche genere di legame “poetico” che vi congiunge a John Grant?
Legame? No, è solo che anche lui vive in Islanda e gli piacciono le nostre cose. È un paese piccolo, tutti conoscono tutti.

Nessuna affinità elettiva?
Nooo.
[Viene da chiedersi che cosa mai avranno da raccontarsi i Fufanu e Grant nel corso delle loro interminabili traversate in pullman. Forse organizzano maratone cinematografiche a base di film di Cronenberg, che anche Grant cita indirettamente nel passaggio più sinistro e umoristico della title-track del suo nuovo album, Grey Tickles, Black Pressure: “They say let go, let go, let go, / you must learn to let go. / If I hear that fucking phrase again / this baby is gonna blow / into a million bit of bits / Of tiny pieces don’t you know / just like my favorite scene in Scanners”.]

Andrea Lohengrin Meroni