Lontano dalle mode e con tanta voglia di spaccare tutto. Il progetto Yonic South nasce nella provincia tra Mantova e Bergamo, dalle idee di Damiano (Bee Bee Sea) e di Lorenzo. L’attitudine underground del gruppo e la rara energia delle canzoni assemblate insieme ai due batteristi e al bassista non passano inosservate, soprattutto live: il primo EP Wild Cobs esce per La Tempesta International, e da quel momento la band suona ovunque in Italia e poi esce dai confini nazionali con il primo tour europeo. I riff, la grinta e la potenza delle canzoni rendono gli Yonic South uno dei progetti con più carattere in tutto il panorama contemporaneo. Per questo li abbiamo intercettati qualche giorno fa, per fare due chiacchiere davanti a una birra a proposito del futuro, dei motivi che spingono le persone a unirsi nel segno del garage rock e della loro passione per i Twix. Intanto segnatevi questa data: 16 ottobre, Circolo Ohibò, dove li potrete sentire live!

Iniziamo da una cosa essenziale: spiegatemi meglio questa storia che siete nati “da un coito di John Dwyer alla guida di una Citroen Picasso alla ricerca di un kebabbaro” …
Damiano: Diciamo che è un po’ come se fossimo i figli non molto intelligenti di Dwyer… come se la cosa fosse rimasta all’atto. Poi parlo di un Dwyer in certe condizioni… ovviamente!
Lorenzo: Una sorta di schizzo involontario, ecco. A chi non è capitato! A base di Twix e di San Miguel, chiaramente.
Davide: Non parlatemi di San Miguel!

Siete di Brescia, una città grande abbastanza per offrirvi diverse opportunità: com’è iniziato tutto?
Davide
: Secondo me le diverse realtà si sono connesse bene all’interno del gruppo. Io e Giovanni abbiamo conosciuto Damiano, Lorenzo e Giovanni (batterista) a progetto già avviato, nel segno della musica: ci siamo intercettati ascoltando le cose che facevamo, così è nata una vera affinità. La scintilla è stata il Lio bar di Brescia, il ritrovo di tutti i musicisti della città: è una realtà piccola, ma crea davvero un bell’ambiente ed è così che abbiamo iniziato a suonare insieme.
Lorenzo: Per noi della provincia nord mantovana/bresciana è sempre stata quella la calamita, per il semplice fatto che è il contesto più vivo da scoprire in città.
Davide: Avevamo tutti voglia di attingere dalla scena garage, che non è nemmeno punk ma è rock, in particolare dalla scena californiana: quello secondo me è essenziale per riportare le persone ai concerti e a prendere in mano la chitarra.
Damiano: Forse adesso si è persa un po’ di attitudine a suonare, ma c’è senz’altro qualcosa che sta crescendo: i ragazzi si stanno riavvicinando agli ambienti musicali da cui veniamo anche noi.
Giovanni: E si sta prendendo il suo spazio perché c’è lo spazio per farlo nella scena.

Potentissimo e senza compromessi, il vostro sound arriva davvero in pancia come il punk-rock più grezzo. Non è proprio una scelta convenzionale, in questo mondo nuovo di beat, Ableton e sovraincisioni.
Damiano: Abbiamo lavorato per costruire qualcosa che rappresentasse davvero quello che siamo nella vita e quello che siamo con gli strumenti in mano, anche e soprattutto a livello di suoni.
Lorenzo: Tutto nasce dalle jam in sala prove e all’inizio c’è sempre un gran casino, che poi viene sistemato per produrre le tracce. Abbiamo rispettato la natura delle canzoni.
Damiano: L’aggiunta di altri elementi sarebbe superflua, inutile e soprattutto aggiungerebbe aspetti che in realtà non fanno parte delle canzoni e del gruppo, per questo non ci sono state sovraincisioni in quasi nessuna delle tracce dell’EP.
Giovanni: Questo deriva anche dalla nostra attitudine punk, la filosofia del “come as you are”, per intenderci. E poi bisogna anche essere capaci di sovraincidere!

E l’attitudine punk è davvero tangibile nelle canzoni e in tutto il progetto. Ultimamente questa parola si usa così a sproposito, che viene da chiedersi che cosa significhi davvero essere punk, nel 2019.
Davide: Per noi restare fedeli alla linea punk deriva da un discorso di connessione: il punk è davvero un collante fortissimo per cinque ragazzi con gli strumenti in mano, facilita il processo di scrittura e di performance. È il discorso di prima: non ha senso abbellire il sound, se poi complica le cose nella pratica della musica. Forse è questo il punk: non complicarsi le cose, anche in senso un po’ pigro e poco “borghese”!
Giovanni: Secondo me bisognerebbe coniare un nuovo termine, perché tutti gli ambiti in cui la parola “punk” viene usata oggi (moda, blogger, pubblicità) non c’entra assolutamente niente con quello che realmente rappresenta. Si è arrivati a derive un po’ strane a riguardo.
Davide: E poi Lemmy è morto, bisognerebbe chiamarlo “post-Lemmy” e non “punk”!
Damiano: Secondo me il punk è ancora il miglior modo per essere davvero autentici e trasmettere qualcosa di vero: è una comunicazione pura, diretta, senza compromessi. Poi è ovvio che lo facciamo perché siamo cresciuti con quella roba lì, siamo diventati musicisti perché abbiamo incontrato un certo tipo di musica e di gruppi da giovani.
Lorenzo: A maggior ragione se vieni dalla provincia industriale tra Brescia e Mantova come noi, sei stufo di quello che il tuo contesto ti offre, hai voglia di andartene fuori. Devi andare a cercare le situazioni giuste per te, e la voglia di uscire da una specie di gabbia scatena questa esigenza. Il punk è sempre stato prima di tutto un’esigenza.
Damiano: Ma nemmeno in tutti i grandi centri la situazione è la stessa. A Milano per esempio non è così spinta, diciamo che le cose si sono pettinate molto e non è semplice trovare le condizioni per fare quello che vogliamo fare. Se invece penso a Bologna, quanti concerti ci siamo fatti lì! Quella è davvero una situazione punk.

Il vostro primo EP Wild Cobs è uscito per La Tempesta International e racconta la vera storia complottista di un disastro atomico che rende gli abitanti di un paesino sperduto nelle Ardenne schiavi di pannocchie giganti antropomorfe. Cosa vi ha tanto affascinato in questa storia per scriverci un intero EP?
Damiano: La storia è vera, non si è mai scoperto il motivo di questo disastro. Si racconta fosse un esperimento della CIA, niente a che fare con gli alieni. È stata una serie di coincidenze per cui ci abbiamo scritto sopra, come se avessimo già i titoli e avessimo costruito le canzoni su quello, unendo i pezzi del puzzle.
Davide: Anche se in realtà il clima che evoca il sound è lontano dalla storia che raccontiamo.
Damiano: Secondo me è tipo un film di Tim Burton: spettrale ma divertente!
Lorenzo: Per noi è stato spontaneo, ma è naturale che poi le persone che ascoltano i brani ci costruiscano un immaginario intorno.

Ascoltando le canzoni e leggendo i testi, a me sono subito venuti in mente gli anni Settanta, per l’atmosfera rivoltosa e il tema del mistero nucleare.
Davide: In realtà, questa affinità con gli anni Settanta io non la sento. Vedo il progetto più affine alla cultura hardcore e ai gabber, alle rielaborazioni postume del punk, piuttosto che a quello grezzo delle origini: quello era il nostro punk, quello che pian piano si è trasformato nella “sala 2” dei club. Si può essere punk in una veste diversa, a meno che tu non sia integralista: è una cosa che rimane molto genuina e questa natura è comune anche ad espressioni del concetto che nel tempo hanno trovato un loro linguaggio e una loro estetica.
Damiano. Pensa al video di PUS, abbiamo scelto dei video di una serata hardcore piena di gabber che ballano a ritmo di musica e ci abbiamo messo sotto quella canzone: il risultato è perfetto!

Avete suonato in tantissimi eventi in Italia e all’estero in effetti. Bisogna dire che un progetto come il vostro è un pesce fuor d’acqua in Italia. Dove vi trovate più a vostro agio?
Damiano: All’estero abbiamo fatto un tour europeo, in più abbiamo qualcosa in ballo per dicembre tra Svizzera e Germania, senza andare troppo lontano. In realtà è interessante la questione, non è detto che all’estero ci si trovi meglio: a Perugia, per esempio, ci siamo trovati in un contesto abbastanza atipico ed è stato davvero bello.
Davide: Secondo me abbiamo riunito realtà molto distanti, dal neo-gabber alla vecchietta che è venuta a chiederci un disco facendoci critiche costruttive, ai ragazzini che con noi non c’entrano nulla e che erano lì per altro: anche loro sono stati coinvolti dalla nostra musica.
Lorenzo: Alla fine alla gente piace il casino, è quello che unisce, la voglia di divertirsi e fare un po’ di baccano! È anche il motivo per cui il garage arriva così tanto alle persone.
Damiano: All’estro in generale c’è più rispetto e intenzione: anche se non sanno chi sei, ti rispettano e ti stanno ad ascoltare, sono lì per scoprire la tua musica e sono pronti a ricevere quello che hai da dire. In Italia trovi quello che è nella sala ma non ti dà retta, o quello che al palco nemmeno si avvicina e rimane fuori al bar. Noi speriamo di crescere ancora all’estero per uscire un po’ da questo contesto, ci sentiamo sicuramente più affini al gusto straniero. Uno dei vantaggi dello scrivere in inglese è la possibilità di essere ascoltati da molte più persone, è un linguaggio universale. Sicuramente il contesto  straniero è molto più vicino agli Yonic South, al di là di tutto il bello che ci sta succedendo in Italia.

Avete registrato quasi tutto in presa diretta e l’energia viva si sente eccome. Quasi nessuno registra con questo approccio nel 2019: c’è una precisa scelta artistica dietro?
Damiano: È più un discorso di gusto e di “sostenibilità” economica e di tempo, detto terra a terra: è stato molto più rapido e funzionale. È stato funzionale all’EP e alla musica, faceva parte dell’approccio della band. Anche la scelta di produrre soltanto il vinile è funzionale: ormai è l’unico supporto fisico che vale la pena avere. È vero che è tornato di moda, ma secondo me è davvero l’unica cosa bella da avere.
Davide: se non suoni a metronomo come noi è l’unica cosa che puoi fare. Se poi nemmeno vuoi fare sovraincisioni, a maggior ragione. Le registrazioni non devono allontanare dalla natura delle canzoni, ma rendere al meglio la personalità della band.
Lorenzo: È anche per conservare lo spirito originario del gruppo. Sy per esempio è stato uno dei primi pezzi ed è stato concepito live: c’era un giro, c’era un piccolo arrangiamento ma era davvero una jam. Quel pezzo lo abbiamo dovuto sistemare poi in studio per dargli una struttura.
Davide: Su Wild Cobs è come se saltasse la puntina, 37 è tipo un treno che va dritto!
Lorenzo. Wild Cobs ha più del singolo, lo abbiamo capito al primo ascolto! È epilettica, mentre 37 e Sy sono più riff.

Brescia è grande, ma non abbastanza per creare una vera e propria scena. Nel frattempo in Italia si stanno creando tante realtà nuove e diverse fra di loro: in che contesto musicale vi inserite, e cosa ne pensate di tutto quello che si sta muovendo in Italia negli ultimi anni?
Damiano: Insomma, penso che davvero siamo da un’altra parte con la testa e nei modi, seguiamo decisamente di più quello che sta succedendo all’estero, rispetto a tutta questa cosa dell’itpop e della nuova musica italiana che sta venendo fuori. È comunque segno che molti ragazzi stanno facendo cose nuove e contaminate, ma è senz’altro diverso da quello che sta succedendo all’interno della band.
Lorenzo: Noi siamo coscienti delle realtà che ci sono intorno a noi, ma non ci interessa: lavoriamo alla nostra musica seguendo ben altri modelli e canoni.
Davide: Di certo se uno arriva ad ascoltare gli Yonic South ha un atteggiamento ben più ricettivo della media, perché presuppone la ricerca di un approccio più lontano dalla massa. Forse gli Yonic South piacciono anche perché rompono i presupposti che si sono creati in questi anni nella musica italiana indipendente, e quindi anche le aspettative di chi ci viene ad ascoltare.
Lorenzo: Poi dal nulla ti trovi il capo de La Tempesta che ti scrive e vuole lavorare con te. Forse anche lui ha intravisto questa cosa, questo voler scardinare i perni del momento.
Damiano: In realtà ci siamo trovati catapultati nella dimensione dell’etichetta, de La Tempesta, del MI AMI e dell’Ohibò anche in modo più veloce di quanto pensassimo, ci suona un po’ strano e quaisi non eravamo pronti nemmeno noi.
Giovanni: Al MI AMI le persone ci hanno trovato sul palco senza conoscerci davvero e hanno ascoltato il set e le canzoni, è arrivata l’energia. Le critiche sono arrivate da persone che erano fuori dal nostro mondo, e forse è del tutto normale, ma sentire persone a cui le canzoni sono piaciute tanto pur non essendo dentro il nostro contesto è stato bello e appagante. Siamo in una situazione in cui non è semplice trovare qualcuno che abbia interesse a seguire quello che fai e la tua musica, perciò appena passa un treno lo prendi al volo!
Damiano: Secondo me sono un po’ una castagna matta gli Yonic South, ma non è detto che non ne nasca qualcosa di buono.

Cosa c’è nell’immediato futuro degli Yonic South?
Damiano: C’è un grosso progetto in ballo: una cosa un po’ matta, una sorta di medley lunghissimo. Siamo molto ispirati in questo periodo, vedremo cosa succederà. Per ora è soltanto un grande concept in divenire, speriamo si concretizzi presto. Nel frattempo questo fine settimana andiamo in Svizzera a Vevey e a Basilea, giusto per caricarci un po’ in vista della data all’Ohibò!

E adesso spiegatemi questa ossessione per i Twix!
Lorenzo: ne hai mai mangiato uno?
Damiano: prova a mangiarne un po’, tipo 37, e poi mi dici!

Riccardo Colombo