Dopo aver lavorato diversi anni nelle case discografiche Ricordi e BMG Ariola, dal 2000 Antonio Vandoni è il direttore artistico musicale di Radio Italia solo musica italiana e Radio Italia TV. Nel corso della sua carriera Vandoni ha curato la direzione artistica di più di 400 eventi musicali live nelle piazze di tutto il mondo lavorando a stretto contatto con artisti nazionali e internazionali, tra cui Depeche Mode, Sting, Eros Ramazzotti, Gianni Morandi, Giorgia, Ultimo, Jovanotti, Tiziano Ferro. Abbiamo deciso di incontrare Antonio per farci raccontare qualcosa di lui, delle sue esperienze professionali e dei suoi grandi progetti.

Come hai iniziato ad avvicinarti alla musica?
Ho amato la musica fin da bambino. È un bene primario, fisiologico e ne abbiamo tutti bisogno. Da questa forte passione ho intrapreso un cammino meraviglioso fatto di coincidenze incredibili. Sono stato molto fortunato.

Qual è stato il percorso che ti ha portato a debuttare nella casa discografica Ricordi?
Mi ricordo benissimo i miei primi due colloqui. Il primo l’ho fatto con il direttore generale Fabio Boldi e con Mara Maionchi. Nonostante la mia inesperienza nella discografia, mi presero perché lessero nei miei occhi la passione, la voglia di fare e di donarmi agli altri. Il secondo colloquio fu molto divertente: mi ammise Mara stessa ma mi disse che non voleva prendermi perché le carte le dicevano che ero un ragazzo sfortunato nella vita. Ovviamente, lo disse come battuta. Oltre a essere una signora molto preparata, è anche incredibilmente divertente. Da quel giorno è stato un susseguirsi di soddisfazioni con i più grandi artisti nazionali e internazionali per cui ho lavorato.

E per quanto riguarda Radio Italia?
Io conoscevo il fondatore della radio, Mario Volanti, ancora prima di fare il discografico, e più che l’azienda stessa di Radio Italia, ho scelto di lavorare prima di tutto proprio con la bella persona che è Mario Volanti. Per me le aziende le fanno le persone, sono determinanti e io mi relaziono con queste tutti i giorni. A Mario devo il mio più grande grazie perché mi ha insegnato questo lavoro con la stessa passione che avevo io per la radio e per la musica.

Parli spesso di gratitudine, deduco che per te sia molto importante questo valore.
Onestamente, in questo ambiente non esiste molto la gratitudine. Io faccio questo lavoro non per sentirmi dire “grazie”, ma perché mi fa stare bene e vedere il successo raggiunto da un artista per me è già appagante, mi riempie di gioia. La gratitudine si riceve nel momento in cui hai la possibilità di fare questo mestiere e quando vedi realizzato un sogno, anche quando si tratta di un sogno altrui.

Verso la fine degli anni ’90 la discografia si è scontrata con l’era digitale e con la nascita del canale video, come hai vissuto e affrontato questi cambiamenti?
Ricordo che un giorno un mio amico mi disse: “Vieni a casa mia, ti devo fare vedere una cosa!”. Aveva comprato il CD dei Dire Straits e io rimasi sconvolto dalla qualità incredibile di quel piccolo supporto. Si tratta, in ogni caso, di un cambio di fruizione della musica. Mentre l’approccio è rimasto intatto, anzi è stato semplificato. Io, da romantico, ammetto che ho a casa colonne e colonne di CD che rimangono però impolverati, perché adesso con Spotify e con un semplice click riesco ad accendere a tutta la discografia. Oggi questo cambiamento mi permette di trovare tutto il repertorio di un artista, una volta era tutto molto più macchinoso.

I social media e le piattaforme streaming stanno rivoluzionando tutto il campo della comunicazione. Come immagini il tuo lavoro tra dieci anni?
Il cambiamento non sarà immediato, ma sicuramente fra qualche anno le radio non saranno più in FM, ma saranno legate a internet, collegate a radio web. Il mio lavoro invece non cambierà, perché ci sarà sempre il bisogno di accontentare i nostri ascoltatori e di conoscere nuovi artisti.

Quali difficoltà si possono incontrare facendo il tuo lavoro?
La mia più grande difficoltà è la paura di sbagliare: sai quante proposte musicali arrivano in redazione ogni giorno? Centinaia! E ben poche riescono ad andare in onda. Ogni mattina dico a me stesso: “Spero di fare meno errori possibili”. Il nostro rischio è quello di non proporre i progetti migliori, perché la musica è prettamente opinabile e bisogna riuscire a scindere dal tuo gusto musicale, dall’esigenza del mercato e soprattutto dal bisogno dei nostri ascoltatori. Per noi è importante il gusto della gente e, anche se non è per niente facile trovare il giusto equilibrio, i risultati ci stanno dando ragione.

Ti ricordi il primo artista che hai seguito nella tua lunga carriera?
Certo, al mio primo Festival di Sanremo. Era il lontano 1989. L’artista da me seguita era Aida Cooper, oggi attuale corista di Loredana Berté che portò, anche a suo dire, un pezzo non bellissimo.

Sei stato giurato di diversi talent che da 18 anni a questa parte hanno rivoluzionato il modo di fare musica, TV e radio. In tutti questi anni, che idea ti sei fatto dei talent?
Io ho fatto diverse volte il giudice e ringrazio i talent per aver fatto emergere artisti capaci come Alessandra Amoroso, Emma, Giusy Ferreri, Marco Mengoni e tanti altri. Nel corso degli anni però ho notato che vengono troppo spesso visti come l’unica via d’uscita per un artista. Si sono creati dei preconcetti, sia tra il pubblico sia tra gli artisti per i quali passare per un talent sembra l’unico modo per emergere come musicista. Ci sono in realtà diverse altre strade per poter fare carriera.

È vero, ma diventare musicista oggi è piuttosto complesso. Quali consigli daresti a un giovane aspirante artista: meglio studiare, “lanciarsi” sui social network o fare un talent?
Dipende dal prodotto, perché alcuni sono perfetti per i talent, altri no. Io consiglierei loro di fare palco, di suonare dal vivo perché è l’unica strada che funziona da sempre: impari facendo esperienza, hai visibilità e ti crei il tuo pubblico. Inoltre, anche la scuola è fondamentale perché permette una formazione, una base tecnica in particolare per gli interpreti. Ai cantautori, invece, consiglio di trovare la propria identità perché è importante avere una peculiarità, un’ impronta facile da riconoscere.

Nell’arco della tua carriera sei stato prima promoter e poi direttore artistico, quanto è cambiato il tuo ruolo?
Il direttore artistico accoglie il promoter e le sue proposte ma oggi devo ammettere che è molto più difficile rispetto a una volta, perché l’offerta è maggiore, decuplicata. Quest’estate, in soli tre mesi, sono entrato in contatto con centosettanta singoli solo di musica italiana. Tu dimmi: come fai a piazzare così tanti singoli? È un’impresa difficile. Gli spazi sono limitati, quindi si cerca di proporre più cose possibili. Se la radio fa audience deve avere una logica precisa, perché chi ascolta la radio lo fa per cantare, per riconoscersi, per ascoltare musica italiana e per ricordarsi momenti della sua vita.

Se potessi tornare indietro che consigli daresti al giovane te?
Un mio consiglio è non farsi mai travolgere e non essere mai protagonista delle cose. In questo ambiente lavorativo sono gli artisti i veri protagonisti. È come assistere la vita, non la subisci. Se un evento ha successo sai che è stato determinato da tanti fattori e alcuni di questi non dipendono da te; in questo modo impari ad affrontare la situazione con maggior tranquillità.

Dalle tue parole emerge una visione esistenziale molto fatalista, quasi alla Heidegger. Qual è il tuo pensiero sul rapporto tra la vita e il successo?
Io sono fatalista e anche esserlo vuol dire affrontare ogni cosa senza farsi coinvolgere emotivamente, in questo modo vivo più serenamente. Essendo tutto determinato da tanti fattori, non mi esalto quando ottengo delle vittorie e non mi deprimo quando non riesco a ottenerle. La vita è un libro già scritto che per fortuna non abbiamo ancora letto. Ce l’ha qualcuno in custodia, quindi è inulte provare rancore, dolore. Non cambia nulla, è già tutto scritto.

Da un lato determinazione e voglia di fare, dall’altro… distacco?
Esatto, mi fa piacere che tu abbia colto questo aspetto. Il risultato conseguito ieri da un artista a cui ho assistito mi sa già di passato, perché ogni giorno è diverso dall’altro. Mi aspetto di tutto, come quando ascolto un disco nuovo.

Molto interessante. I prossimi progetti legati a Radio Italia?
Il 4 ottobre saremo a Malta con 12 artisti e, ovviamente, saremo in diretta radio e video. Poi inizia la stagione live qui nel nostro Auditorium di Cologno e il tutto sarà rigorosamente suonato dal vivo.

Velitchka Musumeci