Alberto Dipace nel suo primo disco Travelling, pubblicato a luglio 2015, esplora i più disparati territori sonori: su uno sfondo free jazz si stagliano un uso elegante dell’elettronica e alcuni elementi dell’avanguardia. Come suggerisce il titolo del disco, Dipace propone un suggestivo viaggio, o meglio, più viaggi: quello dell’ascoltatore, all’interno della musica contemporanea, e quello dei musicisti della band, che partono dai loro personali bagagli musicali in direzione di scelte melodiche, ritmiche e sonore sempre nuove.

Sul canale Youtube della tua casa discografica, la Emme Records, ci si imbatte in un pensiero di Ornette Coleman, che diceva di essere “interessato a tutta quella musica che non si possa riassumere con una parola di uso comune, qualunque musica che sia nata per conformarsi a uno stile”. Tu ritrovi la tua musica in queste parole? Qual è la filosofia della tua ricerca musicale?
Allora, ritrovo l’evoluzione della mia musica in queste parole. Io sono un pianista, e ho una base di partenza classica – fondamentale per il pianista, non si può fare musica senza conoscere Bach, le Suite inglesi o le sonate di Beethoven. Poi ho fatto il passaggio al jazz e, dopo aver incontrato Andrea Massaria – chitarrista di Trieste che ho incontrato a Venezia – ho avuto l’esigenza di andare un po’ oltre. Quindi, il punto di partenza è sempre la musica colta – e questo è effettivamente una base che si sente nel mio lavoro –, però l’evoluzione è totalmente libera. L’ascolto e l’interplay tra i musicisti della band sono fondamentali: c’è di base un’idea lanciata dal leader o dagli altri musicisti, la quale viene sviluppata attraverso i parametri del free. Non un free arrabbiato, tipico della seconda metà del ‘900, ma un free contemporaneo, basato sulla libertà di visionare ogni parametro che dà vita al suono (la melodia, l’armonia, il riff fondamentale, l’effettistica). Tutto ciò viene poi mescolato e messo insieme a vari parametri, invece, musicali. Per esempio, un’idea colta può dar vita a una serie di cose che non sono rinchiudibili in un contenitore, si tratta di musica contemporanea, cioè del momento in cui viene concepita e suonata, poi tutto può tornare come prima o avere un’evoluzione, però non ci sarà mai il tema, che è impensabile perché parliamo di improvvisazione libera. Ciò che viene messo su carta, infatti, non è più libero, è imprigionato, è una cosa che a quel punto può essere rieseguita, quindi non si tratta più di improvvisazione, di creazione. Anche l’esecuzione può essere difficilissima, ma non vuole essere questo il senso della libera improvvisazione.
Il mondo accademico cerca di chiudere la musica dentro i programmi istituzionali, che devono esserci, per carità, ma il jazz stesso non è una musica accademica, è una musica di tradizione orale. Sì, ci sono gli standard, c’è un tema scritto, un’armonia da cui partire, però il modale, ad esempio, è già più libero. George Russell diceva “ogni accordo ha la sua importanza”. Lui, infatti, si immaginava una barca in mezzo al Mississippi che procedeva piano piano fermandosi in ogni stazione, le quali corrispondono a un accordo diverso dotato di vita propria e che come tale va rispettato e analizzato. Non c’è per forza un circolo, un centro tonale e una risoluzione sulla tonica.

Nella home del tuo sito personale compare la celebre definizione di Duke Ellington: “By and large, jazz has always been like the kind of man wouldn’t want your daughter to associate with”…
[Interrompe la domanda] Assolutamente, perché è una musica pericolosa, e nessun padre vorrebbe mai che la propria figlia uscisse con un uomo instabile mentalmente! Questo elimina tutti i paletti, si pone come libertà assoluta.

Partendo da questa citazione, che rapporto hai tu con i grandi del jazz e con la classica che si sente molto nel tuo lavoro?
Allora, il rapporto con il jazz… Il jazz ha sicuramente avuto dei grandissimi. Ti dico, Bill Evans sopra tutti, musicista che ha inventato il piano trio – da pianista devo citarlo per forza –, Jarrett e Miles Davis per il concetto. Ma, se vogliamo parlare di veramente grandi, bisogna andare indietro di un po’ di anni. Dovrei parlare di Beethoven, di Mozart, di Schubert, di Brahms, per non parlare dell’Italia, che ha giocato un ruolo fondamentale, basti pensare che leggiamo musica su un pentagramma grazie a un certo Guido Monaco di Arezzo. Ma è in Bach che c’è tutta la musica, punto. Poi, vedi? Anche lui ha avuto un’evoluzione negli anni. Adesso, quindi, bisogna riconoscere che stiamo arrivando a una musica più contemporanea che va oltre tutto questo, oltre i canoni del jazz. È necessario che questo concetto venga compreso da più musicisti. Ho assistito a numerosissime jam session che si trasformano in gare di velocità, e la musica viene meno. Oppure c’è chi si mangia i Real Book dalla mattina alla sera. Ok, bisogna studiare, però poi si deve andare oltre, oppure si diventa un esecutore, il che va bene, ma il jazz non è una musica da esecutori, è una musica improvvisata. Pensa a Charlie Parker, se si fossero fermati tutti lì non ci sarebbero stati l’hard bop, il free, ecc. Io ho paura che si debbano aspettare sempre 40-50 anni per riconoscere un movimento, un genere, un momento musicale, invece bisognerebbe goderselo mentre lo si vive.

Adesso una domanda un po’ stronza – “vai! sono quelle che voglio!” reagisce Dipace – , forse un po’ fuori luogo per la musica che fai. Noi ci occupiamo per lo più di musica pop, che ha come elemento essenziale il testo; raramente abbiamo parlato di musica strumentale, quindi per noi la risposta è interessante. Non hai mai sentito bisogno di un testo, della parola?
Questa è una domanda molto interessante anche per me! Quello che intendi tu solitamente lo trovi nel cantautorato: quando ascolti musica d’autore trovi anche dei bei testi poetici, colorati spesso e volentieri da una parte strumentale eccezionale, il ruolo della quale, però, a quel punto necessariamente cambia. Quando, infatti, scrivi delle parole in metrica già ti imponi un certo riff o una certa musica. Nel mio caso non è così, perché la parte strumentale è quella principale e fondamentale, che fa un po’ da prima donna. E poi il testo è scritto, racconta la musica con modalità linguistico-testuali, e le dà un senso. Il testo, inoltre, racchiuderebbe esclusivamente il senso trasmesso dalle poche persone che lo hanno scritto. La mia musica, invece, non vuole avere un senso, o meglio, vuole avere il senso che riceve da ognuno di noi musicisti globalmente intesi in modo tale che arrivi a molti, dando libertà all’ascoltatore. La mia musica è infatti una musica di ricerca, in continua evoluzione: un testo la chiuderebbe in un momento ben preciso della vita, come un blocco che non dovrebbe esserci, in quanto la mia musica ha una forma ciclica, non semplicemente ripetitiva, ma che tende all’infinito, lasciando libertà di pensiero. Un testo, per quanto bello e grande, è unico, invece la musica deve essere illimitata diversamente nel corso del tempo.

Tra i vari seminari e workshop ai quali hai partecipato, mi ha colpito particolarmente quello in cui era presente anche Patrizio Fariselli, storico pianista degli Area. Hai voglia di parlarmi di questo incontro?
L’ho incontrato in un seminario che ha tenuto uno o due anni fa al Conservatorio di Perugia. Non è venuto come componente degli Area, ma come il ricercatore Patrizio Fariselli. Ha parlato del modo di porsi nell’improvvisazione, e forse lui è uno dei più forti in questo senso in Italia. Dopodiché ha fatto un’esecuzione in piano solo e poi si è unito – se non ricordo male – a un quartetto con archi e fiati, insieme ai quali ha improvvisato. È stato bello sentirlo parlare perché faceva né più né meno questo discorso che sto facendo io a te: esprimeva il senso di libertà da un punto di vista anche molto psicologico, perché, alla fine, questa musica può scaturire esclusivamente da un pensiero, appunto, libero. Se io fossi nella vita un esecutore accanito, se studiassi dalla mattina alla sera esclusivamente opere scritte, se non facessi ricerca e non sperimentassi i parametri del free mi limiterei molto. Mi piace dire: “pensa largo, pensa aperto”. Chiaramente la musica ben fatta è sempre bella, ed è strettamente legata a un pensiero personale e alle emozioni, che possono essere positive o negative, sia per chi suona che per il pubblico. E Fariselli ha fatto proprio questo discorso, non ha parlato di tecniche pianistiche o di arrangiamento, ha parlato di pensiero. È un modo di vedere la musica, magari non molto armonico, ma io la vivo così. Buon Patrizio! Che bella persona!

Travelling è il tuo primo disco, anche se prima non eri certo digiuno di composizione, penso ad esempio a Midnight (la composizione per pianoforte e orchestra sinfonica) – “sì, erano altri tempi e altri pensieri”, commenta Dipace. Dopo questo tuo battesimo discografico, quali sono i tuoi progetti per il futuro immediato?
Ci sono alcune idee. Ne sto parlando adesso con il mio insostituibile compare Andrea Massaria. Ci sono già dei nomi, che ovviamente non ti dirò! [Ride] Sicuramente punteremo a un lavoro acustico con alcuni effetti, stile che Andrea usa molto. Siamo indecisi: un trio con Andrea e una ritmica che colori il tutto, oppure un quartetto pianoforte, chitarra ed effetti insieme a una parte percussiva che ami colorare molto. L’idea è di rimanere sulla linea dell’improvvisazione e sulla ricerca, assolutamente, dando un po’ più importanza alla parte melodica. Ci sono una serie di parametri con cui impostiamo la nostra musica, noi ne abbiamo scelti due come componenti fondamentali di questo nuovo lavoro: la melodia e il ritmo. In realtà, ci sono tre parametri di partenza quando si pensa a un lavoro, quindi il terzo, che sceglieremo prima di partire, sarà quello che poi plasmerà anche il modus operandi. Orientativamente, continueremo in questa direzione e ci sposteremo probabilmente un po’ più al Nord Europa come sonorità.

Luca Paterlini