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Cosa c’è di meglio della notizia che il catalogo di una “Signora Band” sta per essere ripubblicato in una nuova pantagruelica edizione, gravida di contenuti extra?
Beh, di meglio c’è sicuramente la certezza che la “Signora Band” in questione – una volta gratificati i nostalgici – sazierà anche i golosi di novità mettendo sul fuoco anche qualche tocco di carne fresca. Nel caso dei Kitchens of Distinction, sembra purtroppo che al primo di questi due passaggi non seguirà il secondo: gli amanti di questa band inglese per palati fini dovranno accontentarsi di ripassare la loro gloriosa discografia, che lo scorso 3 marzo ha rivisto la luce sotto forma di un cofanetto pubblicato dalla One Little Indian. In realtà nessun verbo potrebbe essere più improprio di “accontentarsi”, data la qualità degli album che i KoD, capitanati dal dotto e politicamente impegnato Patrick Fitzgerald, hanno sfornato tra il 1989 e il 1995, prima di sciogliersi e ritornare in azione nel 2013 per imbastire un nuovo LP solidissimo, lo ieratico Folly.

Gli album inclusi nel lussuoso cofanetto (assieme a una raccolta di B-sides e di registrazioni effettuate presso la BBC) sono i seguenti: Love Is Hell, Strange Free World, The Death of Cool e Cowboys and Aliens. Questi titoli descrivono una traiettoria – forse non ascendente, ma assolutamente non discendente – tra lo shoegaze propriamente detto e un gusto più pop (non dream-pop – mi raccomando – perché questa definizione fa venire l’orticaria a Mister Fitzgerald). Ma nella transizione non sono mai venuti meno i punti di forza dei KdO: gli stupefacenti panorami sonori creati dalla chitarra di Julian Swales e la verve letteraria del frontman Fitzgerald, lyricist dalla penna aguzza. Proprio a Fitzgerald 1977magazine si è rivolta – via mail – per togliersi qualche curiosità, prima che i KoD tornino a eclissarsi, avvolti dalle loro tipiche fitte coltri chitarristiche.

Tra i tuoi testi qual è quello che hai scritto perché sentivi la maggior urgenza emotiva per farlo?
Quello di 4 Men in particolar modo è un testo che sentivo di dover scrivere. Volevo essere esplicito riguardo ai miei desideri.

Tra i vostri brani mi ha sempre colpito Thought He Had Everything per la sua capacità di dire cose dolorose e crudeli senza abbandonare il vostro stile etereo quasi fino in fondo. L’unica traccia che io conosca in cui questa duplicità sia usata in modo tanto efficace è 1963 dei New Order. Ti viene in mente qualche altro brano con la stessa capacità?
Beh, questo è un modo di leggere la canzone che non mi aspettavo. Adoro come un testo possa essere interpretato/frainteso dagli ascoltatori nella loro maniera personale. Forse I’m Not In Love dei 10cc fa qualcosa di simile, no?

Quali sono i soundscapes chitarristici di Julian [Swales] di cui andate più fieri?
A Julian piace One [of Those Sometimes Is Now]. Per quanto mi riguarda, direi Mad As Snow.

Forse la qualità che maggiormente impedisce alle vostre sonorità di sembrare datate è la loro carica emotiva. Quale musica ti commuoveva mentre scrivevate i vostri primi quattro album e quale ti commuove oggi?
All’epoca: Beatles (She’s Leaving Home / I Want You) / Siouxsie & the Banshees (Happy House) / Echo & the Bunnymen (A Promise) / Velvet Underground (What Goes On). Adesso: Francis Poulenc (Songs, in particolare Hotel) / Richard Strauss (Last Four Songs) / Frank Ocean (Blonde) / Wildhood (Vert) / Blood Orange (Freetown Sound).

È fin troppo facile affermare che Folly sia un album maturo, sia perché giunge dopo un lungo periodo di silenzio, sia per l’omogeneità nei suoni e nelle tematiche. Tu come ti poni verso questa etichetta di “album della maturità”: ti sembra legittima o riduttiva?
Sarei deluso se non fossimo maturati. Suonare allo stesso modo sarebbe così monotono, così retrogrado, così stagnante. Folly era un modo interessante per vedere cosa avevamo appreso nel corso degli anni, per poter chiudere così le porte del mondo dei Kitchens. [ahia!]

Qual è – secondo te – lo stato di salute del dream-pop nel 2017? C’è qualche band giovane che ti piace in questo ambito, magari tra quelle emergenti?
Non ne ho idea, sono spiacente. Il dream-pop non è mai stato una mia passione. I piagnistei eterei non mi commuovono.

Andrea Lohengrin Meroni