Siciliano di origine e milanese per adozione, il regista e sceneggiatore Lorenzo Mannino è giovane ma ha le idee molto chiare sull’idea di cinema che intende perseguire. Il cortometraggio I catch you (a night mare in search o fan author) – appena selezionato per il premio miglior cortometraggio all’Etna Comics 2019 – si inserisce nel quadro di una trilogia noir già avviata nel 2015 con l’omaggio spielberghiano CT Duel e proseguita nel 2017 con Là dove c’è troppa luce. Abbiamo fatto due chiacchiere con Lorenzo per conoscere meglio il suo progetto.

Il tuo ultimo cortometraggio, I catch you (nightmare in search of an author), segue Là dove c’è troppa luce, che aveva già visto la nomination a numerosi festival internazionali come l’Oniros Film Awards, il  Global Youth Film Festival di Rangpur o il Queen Palm International Film Festival. Puoi raccontarci come è nata l’idea di questo trittico noir thriller e come si è sviluppato il progetto?
L’idea di un progetto unitario è nata in itinere: stavo scrivendo la sceneggiatura di Là dove c’è troppa luce e mentre il personaggio del protagonista Nick prendeva forma ho pensato che potesse essere collegato in qualche modo a Caruso, il controverso poliziotto di CT Duel. Leggendo poi il racconto Ti prendo di Gianluca Vittorio (Milano d’autore, Morellini Editore, 2014) ho scoperto il personaggio di G e, dopo aver deciso di trarre un nuovo cortometraggio da questo racconto, l’idea della trilogia ha preso forma. È proprio dai personaggi, infatti, che prende avvio la mia scrittura: lavoro verticalmente sulle loro figure, sul loro background e sul loro passato per poi operare orizzontalmente ricostruendo il contesto in cui vivono, le scelte che compiono e le relazioni che intrattengono con gli altri personaggi.

I tuoi cortometraggi rivelano un esplicito accostamento al cinema di genere, sebbene poi rivelino elementi di altra natura, in parziale evasione dai confini canonici del noir o del thriller. Come hai affrontato il lavoro sul genere e quali sono stati i tuoi modelli in questo senso?
Sono da sempre affascinato dal cinema di genere, dal western urbano di Micheal Mann al poliziesco all’italiana degli anni ’70, ma ero alla ricerca anche di qualcosa di nuovo, ibrido, che scardinasse le regole del genere tradizionale per aprirsi di più alla realtà che viviamo ora. In questo senso, il lavoro sul genere compiuto da Tarantino o Carpenter è stato un modello imprescindibile. Oggi assistiamo a uno scontro importante, tra una generazione vecchia, stanca, che non ascolta più, è aggressiva (penso al personaggio di Mr T, ma anche al modo in cui Caruso affronta “il ragazzino” protagonista di CT Duel) e una generazione nuova, a cui apparteniamo noi, che fatica a trovare la propria voce in questa società che ha sempre fretta. Milano è l’ambientazione ideale di un simile conflitto: i suoi non luoghi, discoteche, strip club e centri scommesse, sono ideali per ritrarre un mondo che consuma tutto il consumabile, che consuma il tempo e le persone.

A proposito di conflitto, l’aspetto linguistico delle tue sceneggiature è motivo di particolare interesse. In I catch you, in particolare, l’incontro/scontro tra il meridionale G e il milanesissimo Mr T passa anche dal piano linguistico: si tratta dunque anche di conflitto culturale?
Siamo ciò che parliamo. L’accento, il dialetto e le espressioni idiomatiche regionali esprimono cose che la lingua e la scrittura non possono esprimere. Tramite la lingua i personaggi impongono la propria forza e la propria debolezza e oggi è impossibile definire le persone a prescindere dalla propria provenienza geografica, da qui l’ironia legata agli stereotipi sul “terrone” che la fidanzata di G riversa sul protagonista.

C’è un elemento ricorsivo nei tuoi tre cortometraggi: il plot twist finale. Come mai questa strategia narrativa?
Mi piace riflettere sulle maschere che indossano i personaggi – e ognuno di noi con loro. Caruso, Nick e Mister T hanno tutti alle spalle un passato poco chiaro, torbido e introspettivo che tentano di occultare. Siamo tutti ambigui e ognuno di noi ha qualcosa da nascondere su sé stesso ed è proprio questo che mi interessa: indagare le zone d’ombra di noi uomini e svelarne le contraddizioni.

C’è un personaggio di I catch you di cui non abbiamo ancora parlato ma che riveste un ruolo fondamentale nelle dinamiche narrative e visuali del cortometraggio: il duende.
Il duende è una figura folklorica iberica e latinoamericana di origine antichissime, un demone infestatore delle case. Con il tempo tuttavia il termine duende passa a indicare uno stato di possessione quasi, di estasi creativa, che spesso nella cultura popolare è associata al flamenco. È un personaggio omaggiato nel frontespizio del racconto da cui è tratto il corto e non poteva mancare, anzi, ho scelto di dargli largo spazio e rappresentarlo sotto forma di apparizione lisergica, in penombra e illuminato da riflettori rossi. Era importante che fosse un personaggio legato alla cultura mediterranea, poco importava in fase di scrittura che fosse siciliano o napoletano. Non è la prima volta che un elemento supernaturale fa la sua comparsa nei miei corti: le visioni di Nick, le scommesse sempre vincenti di G e il duende stesso sono piccoli elementi di realismo magico che ci rendono supereroi caduti. Siamo tutti supereroi falliti ed è su questo che voglio spostare l’attenzione.

A proposito di creatività e fallimento, è inutile ripetere quanto sia difficile per un regista tanto giovane emergere sulla scena cinematografica contemporanea. Come affronti questa missione e come ti rapporti alle evidenti difficoltà di trovare uno spazio proprio?Torna protagonista il duende! Non abbiamo molta scelta in questo senso: io come tanti colleghi nella stessa situazione non dormiamo, pensiamo solo a questo, siamo disposti a sacrificare tutto per portare a termine il lavoro, non sapremmo come fare e pensare ad altro. Ci sono mattine in cui ti svegli e hai quella cosa dentro, hai il duende che ti anima e ti dice che devi scrivere, è un fatto corporale. È una lotta, è vero, ti devi muovere continuamente, ti devi far conoscere e devi soprattutto convincere le persone costantemente della qualità del tuo lavoro.

Prima di lasciarci, possiamo strapparti qualcosa sui tuoi progetti futuri?
Mentre curo la distribuzione e promozione di I catch you, c’è un nuovo progetto che si è affacciato in me: l’idea di tornare sui personaggi di Caruso, di Nick e di G e questa volta di farli incontrare nel quadro di un soggetto unitario. Il progetto, ora in fase di scrittura, si intitolerebbe The mist city (con riferimento a Milano, di nuovo l’ambientazione delle vicende) e vede, oltre al ritorno dei tre, l’ingresso di nuovi personaggi e l’espandersi delle rispettive vicende personali per fare luce sul passato di ognuno di loro, lasciato precedentemente in ombra negli altri corti, e indagare sulle motivazioni personali che li hanno resi quello che sono.

Giorgia Maestri