Dopo aver lavorato per artisti del calibro di Mahmood, Gemitaiz e Achille Lauro e essersi portati a casa dischi d’oro e di platino per le loro produzioni, Kang Brulèe e Polezsky hanno fatto uscire il loro EP-manifesto: Leit Motiv. Il concept delle cinque tracce esplora la dimensione trans-mediale con cui sono state sviluppati i brani stessi, tra poesia, fotografia, synth, colonne sonore e cinema sperimentale – uno su tutti quello della regista ucraina Maya Deren -, per riflettere sul complesso rapporto fra analogico e digitale. Un lavoro complesso e stratificato che abbiamo deciso di farci spiegare direttamente da loro.

È appena uscito Leit Motiv – EP. Qual è il concept del lavoro?
Abbiamo preso in prestito il termine “Leit Motiv” da Richard Wagner, un tema ricorrente che fungesse da fil rouge tra le varie composizioni. In questi brani lavoro abbiamo trattato diversi temi, che spaziano dalla poesia al cinema, dalla fotografia all’ecosostenibilità: il leitmotiv che li collega è la nostra visione artistica trans-mediale e questo progetto ne è il manifesto.

Il brano d’apertura, Percezione meccanica, si apre con una poesia recitata da una voce affannata e ipnotica, ed è l’unica componente lirica del disco. Com’è nato questo brano?
L’idea di Percezione meccanica è nata da una riflessione sul rapporto fra noi, come producer, e gli strumenti che utilizziamo in fase creativa. Lavorare a una traccia passando tante ore davanti allo schermo del computer richiede molta concentrazione, finisce per causare un senso di straniamento e alienazione dal mondo esterno. Con i computer comunichiamo attraverso un linguaggio di comandi informatici, dunque il rischio è quello di trasformarci a nostra volta in macchine. Con questo brano in particolare volevamo rappresentare attraverso la musica questo processo di spersonalizzazione in cui si rischia di cadere nella ricerca della perfezione: l’uso di una voce che nel corso della traccia gradualmente si distorce e diventa robotica descrive la trasformazione dell’uomo in macchina.

Il singolo Maya D (feat. Il Tre Beats) è ispirato ai film e alla filosofia della regista surrealista ucraina Maya Deren. Come l’avete scoperta?
Eravamo in studio, stavamo guardando un video in cui Angelo Badalamenti suona Laura Palmer’s Theme e racconta la creazione della colonna sonora di Twin Peaks di David Lynch. Siamo rimasti affascinati dalla visione onirica del regista, così abbiamo fatto una ricerca sulle sue fonti di ispirazione e i suoi mentori. Così abbiamo scoperto i film di Maya Deren e in particolare ci ha colpiti il suo cortometraggio Meshes of the Afternoon. Daya D è un tributo al lei e alla sua regia, surreale ed evocativa.

Che impatto ha il cinema sul vostro immaginario?
Il del cinema ci ha sempre affascinato, offre infinite possibilità di stimoli e arricchimento artistico. La simbiosi che nei film unisce immagini e musica veicola in modo potentissimo sfumature emotive diverse. Di recente avuto l’opportunità di lavorare ad alcune colonne sonore per cortometraggi, tra cui Olvidate de eso, diretto da Manuel Marini. Per noi è stato molto stimolante creare suoni che prendono vita insieme a una sequenza visiva, arricchendola e potenziandola.

Analogico digitale tocca un tema molto discusso negli ultimi anni: l’infinita querelle tra strumentazione analogica e apparecchi digitali. Questa traccia dimostra che possono convivere?
Il nostro scopo era proprio fare coesistere queste due forme senza contrapporle, creando un paesaggio sonoro comune a entrambe. Il suono caldo dell’analogico completa la versatilità del digitale e dei virtual instrument in generale. La contrapposizione sussiste anche nella fotografia. Per questo motivo abbiamo scelto di documentare la session di Berlino di questo brano attraverso due macchine analogiche usa e getta e le fotocamere digitali dei nostri smartphone. Ci piaceva l’idea di creare un collegamento tra le due dimensioni, musicalmente e visivamente.

Siete producer d’oro e di platino, avete alle spalle una serie di collaborazioni con artisti di livello. Come cambia il lavoro tra quando lo fai per te stesso e per qualcun altro?
Il nostro background musicale da producer è di cruciale importanza, ci ha permesso di fare arrivare la nostra musica a un pubblico più ampio, siamo molto riconoscenti agli artisti che ci hanno dato la possibilità di creare musica adatta alle loro inclinazioni. Abbiamo imparato tantissimo da queste esperienze. Il nostro intento è quello di realizzare un’idea senza pensare a quale sarà la sua forma finale, si tratti di un beat o di una traccia sperimentale.

Quanto, secondo voi, Leit Motiv – EP si differenzia dai vostri lavori solisti – About Nightmares and U di Polezsky e Short Story of a Bedroom di Kang Brulèe?
Questo nuovo EP è una summa di ciò che siamo oggi in termini musicali, che raccoglie e sintetizza le nostre due essenze. Ma ci ha anche spinti ad andare oltre la nostra comfort zone, facendoci conoscere ambiti culturali che non avevamo mai sondato prima. Tutte le tracce dell’EP sono frutto di questa visione.

Visto quanto avete lavorato in passato e quanto continuate a produrre, non sembrate tipi che rimangono fermi per molto. C’è da aspettarsi qualche nuova uscita nel prossimo futuro?
Sicuramente questo periodo ci ha messi a dura prova, ma stiamo continuando a fare musica assiduamente, condividendo tante idee anche a distanza. È un approccio diverso da quello a cui siamo abituati, ma ci può dare chiavi di lettura differenti. Nell’immediato futuro uscirà un progetto al quale abbiamo iniziato a lavorare insieme ad altri producer in questo periodo di lockdown. È è stato bello poter realizzare qualcosa di collettivo durante un periodo così difficile per tutti.

Riccardo Colombo