Martino Consigli, in arte IRBIS37, è un rapper di Milano, quartiere Bovisa, classe 1997. Il suo ultimo singolo Ragazzini, concretizza l’esigenza di chi, come lui, sente il bisogno di esprimersi a tutti i costi. Attraverso un’ampia sperimentazione musicale, si impone sulla scena emergente con l’intenzione di fare musica eludendo etichette di genere e cogliendo quindi a pieno lo spirito di questo tempo, oltre a quello delle generazioni passate: il comune denominatore è l’espressione di sé, senza limiti né cliché. Abbiamo fatto due chiacchiere con IRBIS37.

Partiamo dal tuo nome: i giornali lo hanno spesso utilizzato per riferirsi a tre persone (tu e i tuoi due produttori), invece lo usi solo per definire te stesso, giusto?
Io e i miei due produttori abbiamo iniziato questo percorso discografico insieme, ed effettivamente abbiamo lavorato e vissuto la musica insieme. Quindi suonando nei festival e in giro per l’Italia in tre, la gente ci ha visto come un gruppo e lo ha associato a noi: veniva fuori “gli IRBIS37”, che è un po’ cacofonico, no? Io sono stato da sempre IRBIS37 e loro lavorano insieme a me, ma ognuno ha il suo percorso artistico personale. Per fortuna piano piano questo disguido si sta risolvendo e la gente ci sta vedendo meno come un trio: a causa della pandemia, stiamo lavorando da soli, rintanati nelle nostre case e la nostra individualità spicca di conseguenza.

Quindi come nasce il nome IRBIS37?
Questo nome viene da lontano, è legato alla mia infanzia. “IRBIS” proviene dalla mia street art, quando ero ragazzino mi chiamavano così, taggavo e scrivevo le mie cose. Mentre il “37” è un numero che girava nella mia compagnia, eravamo un po’ tutti strippati e lo vedevamo dappertutto. Nasce tutto quando eravamo piccolini. Un giorno arriva un nostro compagno e dice: “ragazzi, sto vedendo il 37 ovunque, che cazzo devo fare?”. Tutti lo prendevamo in giro ma da quel momento anche noi abbiamo iniziato a vederlo ovunque. Chi lo sfotteva è stato coinvolto, una cosa contagiosa che ha assunto un significato differente per ciascuno di noi. A me il 37 è rimasto nella musica, ad altri invece sulla maglietta da calcio. Vecchie storie di vecchie compagnie. Alla fine arrivi a 23 anni, fai musica da sempre e queste piccole cose simboliche diventano importanti perché formano la tua identità. Quando sei un cantante, questo genere di avvenimenti accaduti durante l’infanzia o l’adolescenza insieme alle scelte che hai fatto diventano il modo con cui ti presenti al grande pubblico.

Sei un artista giovane con una lunga carriera davanti. Quali sono state le tappe fondamentali del percorso che ti ha portato fin qui?
Prima di incontrare Universal, tre anni fa, lavoravo con un gruppo di amici d’infanzia e ho iniziato a fare musica con loro. Mi hanno dato una mano e mi hanno seguito per le prime questioni legate al management. Quello è stato l’inizio del mio percorso musicale: senza di loro non sarei mai arrivato a questo punto, gli voglio bene. Con loro ho intrapreso un percorso professionale, perché tutti possono rappare per strada, ma pochi si spingono più in là per farsi conoscere.

Quanti anni avevi?
Ero appena uscito dal liceo, mi sono preso un anno sabbatico perché prima di andare all’università volevo capire se questa cosa con i miei amici sarebbe decollata, poi è arrivata la Universal. Non ho proseguito con gli studi, ora studio solo la musica. Quello è stato il primo passo, poi ho iniziato a lavorare con Logos.Lux (Davide Fanelli) e dNoise (Giorgio Miccolupi) facendo grandi passi avanti. Abbiamo fatto Bocca d’oro insieme e ho iniziato il mio percorso discografico. Aver suonato un annetto in giro per l’Italia tra festival e spettacoli mi ha fatto apprezzare il valore della gavetta: è stata un’esperienza ricca. Purtroppo per il Covid non abbiamo potuto portare in tour l’ultimo disco e questo è stato un grande dispiacere, infatti adesso stiamo lavorando con la speranza di condividere la musica con le persone. Fare concerti è ancora meglio che realizzare musica: durante i live i fan riconoscono i brani e ti urlano in faccia il testo, è una sensazione appagante e divertente. Quando è saltato il tour di Un Altro Cielo c’è stato un cambio di programma estremo che mi ha portato a riorganizzarmi. Sto rimettendo le cose in ordine e partirò a cannone grazie al duro lavoro.

Parlando dei live, hai fatto tanti concerti e ora che non si fanno più, come vivi questa situazione?
Mi manca un po’ quel ritorno energetico. Senza la socialità per un artista è difficile, qualunque creativo chiuso come un criceto fa fatica. Il mercato e il lavoro sono a Milano e quindi devo avere base lì. Ma penso che sia una città che, senza la socialità, perde parecchio. Se togli le serate, i parchi e i concerti, dove vai? Te ne stai a casa. Io devo vivere, quindi probabilmente scapperò in una città di mare, ma non ti dirò il nome perché sarebbe uno spoiler.

Qual è il rapporto che hai con i tuoi produttori? Come vi siete conosciuti?
Tanti anni fa, io e Logos eravamo al parco Sempione. Avevo 18/19 anni, ci siamo conosciuti tramite mio cugino perché erano amici. Rappavo, avevo dei pezzi su YouTube e lui mi disse che li apprezzava, ma ancora non faceva i beat. Abbiamo iniziato insieme e ha comprato il necessario. È stato un grande stacanovista, poi è arrivato Giorgio che è un chitarrista e l’ha aiutato insegnandogli teoria musicale, perché Davide non aveva una base. Così iniziammo un percorso che stava funzionando, ma sapevamo di essere acerbi, avevamo bisogno di prendere tempo per maturare. Faremo musica per sempre, ora abbiamo una base che ci sostiene.

Parlaci del tuo lavoro con Undamento. Come ti sei trovato? Come ti ha fatto sentire essere stato l’unico feat. di Frah Quintale?
Frah è un grande, mi sono sentito gratificato. E’ una figata, non lo sto vedendo tanto ultimamente, mi trovo benissimo con lui perché è un mio grande amico e un maestro, sul palco si sa muovere benissimo e gli ho aperto un po’ di concerti. Undamento è un’etichetta che ha sempre proposte interessanti e gli voglio bene.

Com’è nata Ragazzini, la tua ultima uscita? E perché il rosso?
Nel mio caso il rosso indica la passione e l’amore, mentre il bianco la pace. Ragazzini è nata perché dopo il periodo di lockdown sentivo l’esigenza di intraprendere questa direzione, e poi il punk è il primo genere musicale al quale mi sono appassionato e volevo rendergli tributo. Conoscendolo ho imparato tanto, sicuramente ha influenzato il mio percorso, ma non faccio solo punk. In verticale per esempio è un pezzo reggaeton, magari un altro artista avrebbe scelto un ordine diverso per le canzoni, ma noi le abbiamo scritte e realizzate in questo modo. Il messaggio che vorrei dare è: fanculo le playlist e le etichette che ci devono necessariamente associare, se io voglio fare quella musica, la faccio. E non voglio che un sistema mi impedisca di portarlo al pubblico. Voglio fare arrivare tutto.

Le tue canzoni sono molto eterogenee, i tuoi generi di riferimento cambiano spesso. Questa sperimentazione è finalizzata alla ricerca di uno stile o questo è il tuo modo di esprimerti con la musica?
Sperimentando puoi capire cosa ti piace, arricchendo il tuo background. Non facendolo si tende a ripetersi. Come avevo voglia di sperimentare anni fa, voglio rifarlo adesso. Ho voluto spaziare per scoprire qualcosa di nuovo e trovare una mia chiave stilistica nuova. Godermi il percorso è bello tanto quanto il punto di partenza e di arrivo.

L’amore è un sentimento che si ritrova spesso nei tuoi testi, in tante declinazioni. Quanto peso ha l’amore nella tua vita?
Sono una persona molto passionale, nelle mie canzoni faccio un mix, può sembrare che io parli sempre a una ragazza ma potrebbe anche essere mia nonna. Sono una persona che vive in modo molto passionale, e sono molto innamorato della mia ragazza, che mi stimola e mi dà spunti per la scrittura.

I tuoi testi raccontano storie. Ma ora che le esperienze di socialità si limitano notevolmente, come trovi l’ispirazione? Cosa deve esserci attorno a te che ti permetta di scrivere, di immedesimarti, di emozionarti e quindi raccontare?
Mi ispirano le realtà. Posso farmi ispirare da una situazione difficoltosa, che potrebbe essere mia o delle persone. Può essere un momento, o quando ci sono questioni più o meno spiacevoli. In questo periodo scrivo per necessità, per esempio quando litigo, fa bene perché è psicanalitico. Altre volte lo faccio solo per il piacere di farlo. È un gioco, quando sono felice o quando ci sono dei conflitti diventano ispirazione. Rimanendo in casa non trovo molta ispirazione: il cinema ti può ispirare, il mare, scappare, sbagliare o scopare.

Lorella Greco