Dopo un 2018 costellato di successi e la consacrazione con Regardez Moi prima e Lungolinea, Frah Quintale è sparito per un po’, prendendo le distanze anche dai social senza dare alcuna spiegazione. Poi è iniziato il 2020, che nel giro di un mese si è trasformato in una delle puntate più surreali di Black Mirror, costringendoci a rimanere chiusi nelle nostre case, ed è stato forse questo contesto ad aver spinto Frah Quintale a uscire allo scoperto, rivolgendosi ai fan attraverso la sua musica e tenergli compagnia in un periodo difficile. Contento e Buio di giorno, entrambi usciti per Undamento, sono espressione della versatilità del rapper, fatta di flow rapido e cantato mescolata alla musica alternativa. Intanto Frah ha trovato casa a Milano, va in studio, butta giù barre e sviluppa i concept dei suoi video; insomma, si sta divertendo, e ce lo ha raccontato.

Invece di partire dalla musica, prendiamola larga: come ti sei avvicinato al mondo del writing e cosa ti sei portato dietro di quel mondo?
Mi sono avvicinato al mondo dei graffiti e del writing grazie a mio fratello più grande: tra la fine degli anni ’90 e l’inizio dei Duemila lui dipingeva parecchio e io ero sotto con il disegno e i fumetti. Mi esaltava seguirlo e vedere i suoi lavori in fase di creazione, così a 11 anni decisi di provare. Se nei graffiti copi palesemente ti sgamano subito, e di conseguenza sei uno sfigato, quindi ho sempre cercato di partorire idee e di essere il più originale e stiloso possibile: è un concetto che applico anche nella musica.

Quindi è stato il writing il canale che ti ha spalancato le porte del rap?
Assolutamente sì. Quando ho iniziato, 20 anni fa, era tutto nuovo. Ho avuto anche io un periodo in cui volevo fare break dance e andare sullo skate, però sentivo di esprimermi meglio con i graffiti, anche se non era economicamente sostenibile (ero piccolo e le bombolette costavano tantissimo). Il rap, al contrario, era accessibile. Così ho iniziato a fare freestyle con alcuni amici in garage: ci ascoltavamo i primi dischi rap in italiano (uno su tutto 3 Mc’s al cubo dei Sacre Scuole, su cassetta audio) e poi buttavamo giù rime fino a che non faceva buio.

Su Instagram hai dichiarato di aver composto Buio di giorno in un periodo abbastanza nero per te…
Buio di giorno l’ho scritta nei primi giorni del 2020. Mi ero appena fermato dopo essere stato in giro praticamente un anno e mezzo, fra eventi e tour; dormivo in studio qui a Milano perché ancora non avevo trovato casa e nonostante la mia vita fosse cambiata in meglio avevo ancora delle cose in sospeso da sistemare. Così sono andato in cortocircuito: ora ne sto uscendo, e devo dire che il lockdown mi ha aiutato, non solo artisticamente. A me la solitudine piace, avevo bisogno di prendermi una pausa da certi ritmi e tornare in studio senza pressing. Ora sono tornato a respirare l’atmosfera e le vibe delle recording session, e lo faccio a ritmi tutti miei.

In studio, in tour, a casa: qual è la situazione dove ti trovi più a tuo agio per scrivere canzoni?
In studio c’è una magia e una situazione particolare che non si trova facilmente al di fuori. Magari sto disegnando qualcosa e il secondo dopo sto scrivendo una strofa: è come una valvola che si apre.

Ai tuoi lavori musicali associ sempre copertine e artwork con una precisa identità visiva: anche questo immagino sia qualcosa che ti porti dal writing.
Mi piace seguire una linea estetica riconoscibile. Amo guardarmi intorno e pescare dall’arte e da quello che mi gasa. Credo che in Italia il pubblico sia molto più ricettivo di quello che si vuole far passare: prima viene la musica, certo, ma se proponi una bella immagine, forte, la gente si appassiona e va a documentarsi. Ho conosciuto Michele Papetti, un illustratore che ha curato alcuni dei miei ultimi artwork e con il quale mi ritrovo molto. Poi ci sono anche quelle volte uso dei miei disegni come copertine dei singoli, come la rivisitazione dell’artwork di Redbone di Childish Gambino per il remix di Buio di giorno.

Nel tuo ultimo video, Contento condividi foto, appunti, il tuo sketchbook. Ci sono artisti che lasciano trasparire poco del loro mondo al di fuori della musica, ma tu no (penso anche a Gravità). Pensi che questo sia un tuo tratto distintivo?
Nel caso di Contento, era un po’ che volevo realizzare un video usando immagini di repertorio, vecchie polaroid e immagini prese dal mio sketchbook: sono il mio mondo, mi rappresentano al cento percento. Anche le parole della canzone si associano bene a un video montato in quel modo. Credo che mi contraddistingua il mio modo di lavorare: niente di studiato a tavolino.

Un altro rapper che cura in prima persona le copertine dei suoi dischi è Gemello
Lui lo faceva già dieci anni fa, fin dai tempi del Truceklan. Quei disegni erano in linea con il suo mood e i suoi testi, e oggi sono diventate delle opere d’arte.

In un’intervista di qualche tempo fa Gué Pequeno diceva che la vera hit di Sinatra era 2%: com’è nata questa collaborazione?
Io e Gué abbiamo alcuni amici in comune nella zona di Brescia e ci eravamo sentiti quando ancora esisteva il progetto Fratelli Quintale. La scorsa estate mi contattò proponendomi di scrivere il ritornello di un suo pezzo: pensavo dovessi mandargli la registrazione, invece mi ha voluto incontrare direttamente in studio. Quando ci passi una giornata a registrare capisci come e perché è arrivato a quei livelli: oltre a essere un cultore di musica a 360 gradi è davvero disponibile e preparato. È uno dei pochissimi che sono riusciti a resistere nel tempo senza mai perdere coolness.

Quando hai tempo libero cosa ascolti?
A me piace partire da zero e cercare roba nuova. Poi se trovo qualcosa che mi piace davvero ci vado in fissa e posso ascoltare la stessa traccia anche venti volte di fila. In generale mi piace fare digging in giro tra SoundCloud e Spotify.

Due dischi (uno italiano e uno internazionale) da spedire nello spazio e regalare agli alieni.
Per l’italiano generalizzo e dico un disco qualsiasi di De André, internazionale dico Legend di Bob Marley.

Matteo Squillace