È uno dei progetti underground più longevi ancora attivi sulla scena milanese, tra i primi ad aver introdotto l’estetica lo-fi e le camicie colorate. I Nobody Cried For Dinosaurs sono finalmente tornati. A quattro anni dall’ultimo lavoro Ten Billion Years Later (2016) e dopo un super-tour in Giappone, sono usciti lo scorso 24 aprile con Where Do We Go? e Where Did You Go?, due singoli “gemelli” che segnano una netta evoluzione nel percorso della band, lasciando presagire novità elettrizzanti per il futuro. Beh, non potevamo che contattarli e parlarne direttamente con loro, per farci raccontare di più sulla nuova direzione che prenderanno i NCFD post-lockdown e su quello che succede nella vivissima sala prove di viale Majno, in Porta Venezia.

Siete dei veterani della scena indie-rock milanese. Era un po’ che aspettavamo il vostro ritorno, cos’è successo nel frattempo?
Federico: Ci sarebbe tantissimo da raccontare! La novità più significativa è stato l’arrivo di Claudio e Iulian, che ha reso il progetto una vera e propria band. Poi c’è stato anche il tour in Giappone nel 2017, due settimane davvero pazzesche. L’evoluzione della band è stata un po’ rallentata dagli altri impegni personali, tra il lavoro e l’avvicinamento ai trent’anni. Tutto sommato, però, ha tutto contribuito a questo ritorno.
Iulian: In questi anni ho sempre cercato di ramificare il più possibile i miei interessi artistici, collaborando con i Flamingo, facendo il turnista con i Manitoba e come producer. Il bello è che è iniziato tutto proprio quando sono entrato nei NCFD.
Claudio: Io sono stato molto impegnato con i Tropea, e tra l’altro la persona che ha suggerito ai NCFD di prendermi come batterista è stata la stessa che lo ha consigliato ai Tropea, Elia Pastori, il batterista di Mahmood e NAVA.

Dopo il vostro ultimo EP, Ten Billion Years Later, ecco due nuove tracce. Da quanto tempo ci lavoravate?
Federico: Proprio di recente ho ritrovato alcuni video dei tempi in cui abbozzavamo la canzone in sala prove. Il primissimo reperto di Where Do We Go? risale all’agosto 2016! Where Did You Go? ha avuto invece una genesi molto più rapida: è nata l’idea di una versione più soft ed elaborata dell’altro singolo, e da lì l’abbiamo plasmata direttamente in studio. I tempi si sono dilatati molto a causa dell’instabilità della formazione, ma anche per la lunga pausa che ci siamo presi al ritorno dal tour in Giappone. Questo singolo è molto rappresentativo di questa nuova fase del progetto, abbiamo lavorato molto alla ricerca delle giuste sonorità, e dopo è stato tutto in discesa.

Where Did You Go? sembra suggerire che il progetto si avvia in nuova direzione: si può considerare un punto di svolta?
Gabriele: Non la definirei una svolta o una direzione, quanto piuttosto una precisa scelta. Where Do We Go? rappresenta la direzione, tanto negli elementi quanto nel sound, mentre Where Did You Go è più un pezzo “jolly”, una variazione sul tema.
Federico: Nasce infatti da un approccio più sperimentale, che porteremo avanti anche nelle prossime uscite, ma non con quelle specifiche sonorità. Ultimamente stiamo lavorando per fare sì che tutti i brani siano riconducibili alla nostra scrittura, ma al contempo esplorino direzioni diverse: Where Did You Go? ha una vibe molto chill, vaporwave, tipo “Music For Study”, per intenderci. Intanto, stiamo lavorando a un altro brano strumentale che risulta invece molto più aggressivo. Insomma, non vogliamo precluderci la possibilità di sondare molteplici ambiti musicali. Dal nostro punto di vista, questi brani sono una significativa evoluzione rispetto al passato, anche in termini di complessità: abbiamo cercato di rendere il nostro songwriting meno classico, slegato da precisi pattern, tanto che siamo arrivati al ritornello in 7/8 di Where Do We Go? e al concept di un double single con brani speculari.

In questo brano c’è anche il sassofono di Pietro Lupo Selvini, cantante dei Tropea. Com’è nato?
Gabriele: L’attitudine collaborativa ci ha sempre contraddistinti. Semplicemente abbiamo pensato: “Quanto sarebbe figo avere un sax qui?” E così ci siamo messi a cercare il modo per farlo succedere; lo avevamo fatto anche in passato per altre parti strumentali. Avere tanti amici che suonano a livello professionale sicuramente rende più facile la nascita di collaborazioni. Anche in questo caso, è stato Claudio il trait d’union.
Claudio: Ci sono senz’altro dei punti in comune tra tutti noi, a cominciare dal fatto di suonare nella stessa sala prove, ma anche il Picchio non è da sottovalutare. Non esiste mai una dinamica precisa in queste cose: frequentiamo tutti lo stesso quartiere e gli stessi luoghi, così le varie amicizie in comune intessono una rete più ampia. Il fatto poi che questi progetti funzionino, non è merito dell’amicizia ma del talento, ovviamente!
Federico: Ci siamo sempre divertiti a suonare insieme dal vivo; magari i Tropea invitavano me sul palco a suonare Which One e noi Pietro. Quando abbiamo aperto i Viito al Rocket c’era anche lui, e il suo sax ha reso tutto davvero magico. Quindi è venuto naturale coinvolgerlo nelle registrazioni di Where Did You Go?. Ci piacerebbe collaborare presto con altri amici musicisti.

Sembra che l’inglese stia tornando nella musica indipendente italiana, dopo qualche anno di solo italiano.
Federico: Non credo sia una coincidenza. Le band della scena a cui siamo più legati sono proprio quelle che cantano in inglese, Tropea e Flamingo su tutti, e io e Gabriele abbiamo vissuto proprio quella fase pre-itpop in cui l’unica possibilità era l’inglese. Ora stiamo cercando di ricreare una coesione tra i progetti che scelgono questa strada, che oggi non è per nulla facile, e creare scena anglofona coesa e visibile, così che gli stessi discografici e gli organi stampa inizino a vederla come tale e valorizzino questi progetti. In questo senso, ultimamente qualcosa si sta muovendo, e sono nate iniziative validissime come Italian Music Export.
Claudio: Credo che il superamento della diffidenza nei confronti della musica italiana cantata in inglese sia avvenuto nel pubblico, ma non tra gli addetti ai lavori. Di fatto, scegliere questa strada ti preclude alcune possibilità, come lo spazio nelle uscite stampa o la selezione per le playlist italiane di Spotify – emblematico che non esista più Italians Do It Better, la playlist Spotify dedicata proprio a questa scena, è un vero peccato.

In questo senso, è ancora possibile suonare indie-rock nel 2020?
Federico: Fino a un certo punto è stato il genere egemone, ma del resto fa parte del normale ciclo delle tendenze musicali. L’indie rock ha avuto il suo apice di popolarità negli anni Zero, e oggi si è frammentato in una miriade di nicchie, che per me è bellissimo. Ci sono anche diverse release internazionali che mantengono la direzione indie rock, come i Peach Pit, canadesi. Insomma, sono convinto che si possa assolutamente suonare indie rock oggi, ma con la consapevolezza di non essere più mainstream.
Gabriele: Forse l’Italia non è il luogo ideale per trovare del buon indie rock. Ma si sente aria di cambiamento, un nuovo scenario indie sta rinascendo in questo periodo nei club underground, è lì che trovi le micro-nicchie e ti diverti tantissimo.

Una delle vostre esperienze più significative è stato il tour in Giappone di tre anni fa. Raccontateci qualche aneddoto!
Federico: Proviamo a fare un esperimento: facciamocelo raccontare da Claudio, che era l’unico non presente. Com’è andata in Giappone, Claudio?
Claudio: [ride] Ho sentito troppi racconti su quel tour! Allora… so che avete preso un sacco di treni, che vi siete ubriacati ogni sera, che avete fatto karaoke, che Federico ha comprato una chitarra in una sala prove da un tipo losco… La formazione era particolare: Fede suonava la batteria, Gabri alla chitarra e alla voce, Iulian al basso, “il Jay” (chitarrista giapponese dei Flamingo) alla seconda chitarra e Lavinia (Flamingo) alla tastiera. Il resto dovreste raccontarmelo voi ragazzi.
Gabriele: È stata un’esperienza fantastica, come fossimo nel Paese dei Balocchi, o su un altro pianeta, perché è davvero tutto diverso, dalla socialità agli ambienti. Tutto è nuovo, da scoprire, come tornare neonati. Quando siamo tornati è stata dura riabituarsi alla vita normale…
Iulian: Il primo ricordo che mi viene in mente, così, è che una sera io e Gabriele siamo finiti a bere con il cantante dei Crossfaith, una band metal giapponese famosissima.
Federico: La mia storia assurda è che ai tempi avevo un amico di penna giapponese, Nobu, che avevo conosciuto su un blog bulgaro dove avevano recensito sia il nostro progetto sia il suo, DYGL. Nel frattempo, loro erano diventati famosi in patria, tanto che il loro disco Say Goodbye To Memory Den (2017) era stato prodotto da Albert Hammond Jr. degli Strokes. Appena siamo arrivati in Giappone gli ho scritto e lui mi ha invitato a un loro secret show dove suonavano anche gli I Saw You Yesterday e i GRIMM. La cosa più imbarazzante è che quella sera dovevo incontrare Nobu prima dello show, ma non riuscivo a trovarlo, finché non l’ho beccato a caso nella folla!

Cosa dobbiamo aspettarci dai NCFD per questo 2020?
Federico: Nemmeno noi sappiamo cosa aspettarci da questo 2020, la situazione sanitaria evolve di continuo. Abbiamo un po’ di materiali pronti e qualcosa ancora da registrare, appena si potrà, speriamo di poter uscire con un EP alla fine dell’anno, in attesa di tornare a suonare dal vivo. Non vediamo l’ora di tornare a spaccarci in sala prove, ultimare le canzoni ancora in cantiere e salire su un palco!

Riccardo Colombo