Fiele (al secolo Valerio Mariani) è uno degli autori della scena indipendente italiana che vale la pena tenere d’occhio: testi ricchissimi di immagini, filosofia e un apparato musicale di struggente bellezza che rielaborano e aggiornano al nostro tempo la lezione di maestri come Townes Van Zandt, Nick Drake e Bill Callahan. E lo scenario immaginifico evocato dalla sua musica è viaggio da fare almeno una volta. Hyper – Romance, l’opera prima rilasciata lo scorso 7 ottobre, colpisce per il connubio tra produzione, contenuto e le storie che si lasciano raccontare in poco più di mezz’ora. Di musica, passioni, rapporto con il mondo digitale e anche di cosa si aspetta nel prossimo futuro, abbiamo parlato direttamente con lui.

Chi è Fiele?
Sono una persona che crede nella condivisione. Fiele è il nome che mi dò quando cerco di condividere con gli altri delle sensazioni che ho raccolto nelle mie esperienze, cantandole nelle mie canzoni.

Hai iniziato il lavoro sull’album intorno al 2011 per pubblicarlo oggi, quasi dieci anni dopo. Come mai tutto questo tempo?
Sì, 2011-2020 può sembrare un tempo molto lungo, in realtà il 2011 (circa) è l’anno in cui ho iniziato a scrivere la prima canzone fra quelle presenti nell’album, che è Road to Singapore. La maggior parte delle altre le ho scritte poi negli anni seguenti, fino al 2016 quando effettivamente ho iniziato a lavorare agli arrangiamenti con Giovanni Mancini. La produzione è durata circa un anno e mezzo, poi un periodo di stasi in cui mi sono dedicato ad altro, fino a quando è arrivata l’esigenza forte di condividermi e di chiudere il cerchio.

Hyper – Romance, perché questo titolo? Ce lo avevi fin dall’inizio o è arrivato a compimento del lavoro? E se dovessi parlare del tuo disco, come lo racconteresti?
Inizialmente il titolo era assente, l’idea era di farlo uscire come untitled, non c’era un vero e proprio tema, ma piuttosto un percorso a tappe, un itinerario. Poi mi sono reso conto che sarebbe stato sbagliato trattarlo come una semplice raccolta di canzoni, perché c’è un atteggiamento comune in tutti i brani, un filo rosso dato da me e dalle mie esperienze, e mi è sembrato che questo filo rosso potesse essere ben rappresentato da un certo ideale di natura, empirismo, amore, tutte cose che ben si sposano con il “Romance”, nelle sue varie accezioni, correnti e declinazioni semantiche.

L’album sembra seguire una via molto personale in ogni brano, eppure ogni canzone ha qualcosa che la collega alla precedente. Hai cercato di creare questo fil rouge o i brani si sono incatenati tra loro, quasi senza volerlo?
Sì, ho cercato di disporre le canzoni nella maniera che mi sembra migliore possibile per la fruizione. Ho lasciato quelli che forse sono i miei due pezzi preferiti come primo e ultimo, per aprire e per chiudere l’album, mi sembrava giusto così. Nel mezzo ho cercato di creare un percorso.

Una cosa che colpisce sono i riferimenti musicali e filosofici: cosa ti ha ispirato nella composizione?
La maggior parte delle canzoni sono molto poco ragionate, soprattutto nei testi, più che scriverle di mio pugno mi verrebbe da dire che le subisco. Sono trasposizioni di quello che è il mio stato d’animo in quel momento. Poi dopo chiaramente continuo a lavorarci sopra nel tempo, le sistemo pian piano. L’unica eccezione è Téchne, lì c’è stato un lavoro più attivo e cosciente in cui ho cercato di unire anche delle immagini prese dalla filosofia che studio.

Nell’era digitale pensi che la musica indipendente abbia più possibilità di emergere rispetto al passato? Come ti poni nel contesto social dei nostri tempi?
Non ne sono molto convinto. Sinceramente preferisco la vecchia gavetta, i live, il riscontro con le persone, epoche non molto distanti in cui Devendra Banhart veniva scoperto in un locale per motociclisti da Michael Gira degli Swans. Però è vero anche che ormai viviamo con il digitale, e bisogna fare i conti con questo, che sicuramente porta anche dei vantaggi.

Alcuni brani del disco potrebbero essere parte di una colonna sonora di un film. Ti affascina il mondo del cinema?
Mi piace che i miei album suonino come una colonna sonora. Il cinema mi affascina molto, è un mezzo potentissimo che può combinare vari fattori, fra cui anche la musica.

Musica, filosofia, Cinema. Oltre questo, come riempi le tue giornate?
Leggo, gioco, faccio passeggiate nei dintorni. Attualmente queste sono le mie giornate. Ma in realtà mi sono sempre fatto in quattro fra il lavoro e i viaggi a Roma per l’università.

Ad oggi l’album è disponibile solamente in streaming, sei al lavoro per realizzare delle copie fisiche?
Sì, ma ho sempre visto la stampa dei CD come un qualcosa da associare ad una serie di concerti live, per cui credo che farò questi due passi insieme.

Sperando di lasciarci presto alle spalle questa pandemia, hai in mente di portare il disco in giro? quali sono gli obiettivi del prossimo futuro?
Ci sono stati dei periodi in cui ho suonato tanto dal vivo, sia a Roma che in Ciociaria, poi di colpo ho smesso, semplicemente non mi andava, paradossalmente preferivo lavorare come cameriere. Adesso in realtà le cose stanno cambiando di nuovo ed ho grande voglia di suonare live questo album, sto tenendo d’occhio la situazione Covid-19, che vivo con grande attenzione, e nel mentre inizio a ragionare sulle varie possibilità di rendere l’album dal vivo. Mi sto anche divertendo molto, a casa, a suonare Non al Denaro, Né all’Amore, Né al Cielo di De André, album che ho divorato da adolescente e che ancora oggi ascolto con coinvolgimento, magari porterò in giro anche quello. Confido che entro primavera saremo tutti più tranquilli e spero sarà un buon momento per far fiorire questi progetti.

Gabriel Carlevale