Voto

7

Zak (Zack Gottsagen) è affetto da sindrome di Down e sogna di diventare un wrestler professionista. Evaso dall’istituto che lo ospita per raggiungere la scuola del suo idolo Salt Water Redneck e iniziare la carriera dei suoi sogni, si unisce alla fuga di Tyler (Shia LaBeouf), un pescatore di granchi senza licenza, che scappa da un duo di criminali della zona. Nelle lande ancestrali della laguna delle Outer Banks sulla costa della Carolina del Nord, tra mezzi di fortuna e incontri rocamboleschi, ai due si unisce Eleanor (Dakota Jonson), la tutrice di Zack, e insieme vivono un’avventura fisica e spirituale, una ballata sulla forza dell’amicizia che riesce a sopperire alla solitudine esistenziale. Perché, alla fine, gli amici sono la famiglia che ti scegli. Un concetto piuttosto naïf, da hashtag basic su Instagram, eppure un evergreen, tanto ingenuo quanto efficace nel delineare un mondo in cui è l’empatia, e non il conflitto, la forza che muove le cose.

Scritto e diretto da Tyler Nilson e Mike Schwartz, In viaggio verso un sogno – The Peanut Butter Falcondisponibile dal 1 giugno sulle principali piattaforme streaming tra cui MioCinema – è impregnato di questo ottimismo di fondo. Come un romanzo picaresco alla Mark Twain, il film si inserisce nel filone del buddy movie più classico, rappresentativo di quell’attitudine da anima libera e vagabonda inclusa nel pacchetto del sogno americano – vedi Into the Wild. Ma, come da tradizione, il viaggio non è che un pretesto per un racconto di formazione dalle dinamiche relazionali inconsuete, a metà tra Little Miss Sunshine (2006) e Un mondo perfetto (1993) di Eastwood. Nonostante la cornice delle vicende del film sia quella dell’opulenta provincia Americana della West Coast, la vicenda non si addentra mai nel merito della critica sociale: il racconto rimane leggero, privo di sottotesti, costituito preminentemente di accostamenti, a tratti forzati, di situazioni da cartolina, limitandosi a veicolare una riflessione, seppur profonda, sul concetto di bene e male. 

Pecore e lupi, timorati di Dio e spregiudicati. Face vs heel, per dirla col glossario del wrestling. Il conflitto alla base di ogni storia fin dalla notte dei tempi si declina nel film proprio attraverso la metafora di questa disciplina. In bilico tra lo sport estremo e lo spettacolo simulato, la differenza tra personaggi buoni e personaggi cattivi si innesta sugli stereotipi che determinano a priori le relazioni tra i performer, che determina a sua volta le reazioni degli spettatori – tifo o insulto. In questa narrazione ostentatamente artificiosa, la contrapposizione fissata a priori viene a cadere: non esistono buoni e cattivi dai contorni definiti, ma solo il pregiudizio che decodifica i comportamenti come giusti o sbagliati sulla base di chi li attua. Come un percorso catartico, il film scardina questo insieme di bias per costruire un rinnovato sistema di valori da cui ripartire.

Angela Santomassimo