Voto

7

In nome di mia figlia del regista francese Vincent Garenq, continuando un filone cinematografico in voga negli anni ‘50, affronta un caso giudiziario che vede coinvolto il commercialista André Bamberski e la figlia Kalinka, scomparsa nel 1982 in circostanze poco chiare a soli 14 anni.

Fulcro dell’intero film è la magistrale interpretazione di Daniel Auteuil (André), capace di rispecchiare con equilibrio e sobrietà i sentimenti del protagonista, rimasto completamente solo al termine del processo. In contrasto con la rilevanza psicologica assegnata al padre di Kalinka, tutti gli altri personaggi coinvolti, dalla madre al suo nuovo compagno, il dottor Krombach, vengono presentati solo superficialmente e faticano a emergere all’interno della vicenda, nonostante la loro effettiva importanza. I numerosi primi piani che colgono le emozioni più profonde del protagonista mostrano come il passaggio in secondo piano degli altri personaggi sia una precisa scelta di regia, nonostante rallenti il ritmo della pellicola rendendola nel complesso piuttosto pesante.

Il perfetto realismo della rappresentazione è il valore aggiunto del film, che non si perde in superflui sfoghi emotivi e si concentra sui meccanismi giudiziari, troppo spesso causa di rallentamenti nella scoperta della verità.

Caterina Polezzo