Spesso le maestranze che lavorano nel dietro le quinte dei set cinematografici, correndo da una parte all’altra ininterrottamente per fare in modo che tutto funzioni come dovrebbe, passano ingiustamente inosservate, come se ci dimenticassimo che senza di loro tutta quella magia che ci rapisce al cinema non sarebbe possibile. Carlo Rambaldi è stato uno di loro, nello specifico uno dei migliori effettisti della storia del cinema, che lavorò a pietre miliari come Alien (1979), E.T. l’extraterrestre (1982) e King Kong (1976), vincendo ben tre Oscar. Ma non era solo il mago degli effetti speciali, Carlo Rambaldi era anche un artista, che ha fatto della propria opera una ricerca continua, ossessionata verso un’unica, ambiziosa idea: creare emozione attraverso il movimento. La mostra adesso in corso al Palazzo delle Esposizioni di Roma, fino al 6 gennaio, realizzata grazie a Makinarium che ha raccolto l’eredità dell’artista, ripercorre le tappe del suo percorso, dall’infanzia fino al culmine della carriera con i vermi di Arraks per Dune di David Lynch. 

La passione per la meccanica nasce in Carlo Rambaldi in età giovanissima, quando da bambino aiutava il padre Tino nella sua officina di motociclette e biciclette. La sua perspicacia per gli ingranaggi si traduce presto in curiosità: vuole capire per davvero come funzionano i meccanismi di ogni oggetto. Quando non aiuta il padre, infatti, il piccolo Rambaldi disegna, e viene notato dai pittori della città per il suo incredibile talento così precoce. Nel 1935 Carlo ha soli 10 anni, ma viene folgorato durante la proiezione di King Kong (1933): quando vede l’animazione del leggendario gorilla che interagisce con veri attori, realizzata da Willis ÒBrien con la tecnica dello stop motion, ne rimane incantato. 

Studi per espressioni facciali di E.T., Carlo Rambaldi

Carlo non sa nulla di quella tecnica, ma si sente ispirato: “Sente nell’animo il desiderio di potersi dedicare all’animazione di personaggi con tutto se stesso” scriverà il figlio Victor nella sua biografia del padre. Da quel momento Carlo realizza marionette, pupazzi snodati e modelli meccanici, finché non decide di trasferirsi a Roma, dove inizia a lavorare a Cinecittà. Per vent’anni lavorerà con i migliori registi italiani: da Silvio Amadio a Alberto Lattuada, da Lucio Fulci a Mario Bava, da Luchino Visconti a Marco Ferreri. Per vent’anni realizzerà effetti di ogni genere in oltre 50 pellicole, fino alla chiamata che gli cambierà per sempre la vita: Dino De Laurentiis lo informa che ha fatto il suo nome per lavorare a Los Angeles nel remake di King Kong diretto da Merian C. Cooper ed Ernest B. Shoedsack. Carlo conclude il suo lavoro in Italia con L’ultima Donna di Ferreri e vola in California. 

Il suo periodo americano è lungo e prolifico almeno quanto quello in Italia. Lì Carlo pensa, costruisce e rende popolare una normale anormalità: rendere dolci gli incubi, trasformare gli sguardi feroci di un alieno con la bava alla bocca in pura emozione, sino a portare il pubblico a parteggiare per lui quando viene espulso dalla Terra dagli umani, alla fine non così tanto più umani delle creature mostruose. A questo austero inventore della bassa ferrarese scomparso sette anni fa bastava una matita per creare una leggenda. Gli fu sufficiente un dito per dare un’anima a un piccolo marziano e un occhio gigante, o meglio l’occhio di un gigante, per entrare con discrezione nelle famiglie italiane degli anni Sessanta: era l’occhio di Polifemo che Ulisse trafigge nel quarto episodio della miniserie televisiva L’Odissea della Rai introdotta dalla lettura di Ungaretti alcuni passi del poema.

disegni ET
Studio con proporzioni e movimenti di E.T., Carlo Rambaldi

Rambaldi si cimentava tra le prime paure casalinghe della generazione di “Carosello”, era la falegnameria che dette valore a Pinocchio televisivo e la morsa ingegneristica che stritolava il collo di Clara Calamai in Profondo Rosso. Macchine, pelli finte, disegni e mani giganti, un progetto tirava l’altro: “Vorrei dire che sto lavorando per soddisfare il bambino che mi porto dietro”, raccontò con una punta malinconica nel 1984, all’indomani della sua collaborazione con Lynch. 

Ecco che allora il Palazzo delle Esposizioni si trasforma in una sorta di stanza delle meraviglie: oltre ai materiali del film Il Racconto dei Racconti di Matteo Garrone, Makinarium propone in mostra una grandissima varietà di oggetti di scena e lavori da altre produzioni recenti, come la pecora realizzata per l’incipit di Loro di Paolo Sorrentino e materiali di Recycling Man, il proof of concept ideato e diretto da Carlo Ballauri

Con il cast di ET dopo la vittoria dell'Oscar
Con il cast di ET dopo la vittoria dell’Oscar

Carlo Rambaldi riuscì a umanizzare la mostruosità al punto che nessuno si sarebbe sorpreso se a ritirare l’Oscar come miglior attore protagonista ci fosse andato E.T. in carne e ossa. E non neanche c’è da stupirsi se l’artista dovette difendersi dalle accuse di maltrattamento e crudeltà verso gli animali sorte durante la realizzazione di Una Lucertola Con La Pelle Di Donna di Lucio Fulci: le sue creature erano talmente verosimili che per liberarsi una volta per tutte dagli attacchi fu costretto a portare in tribunale i modellini per dimostrare che si era trattato interamente di un film di finzione.

Le sue sculture, esposte adesso a Roma, sono effetti speciali visuali dal valore inestimabile, frutto di una maestria artigianale che oggi stiamo perdendo: sono esseri cibernetici con un cuore umano che batte, quello del suo creatore, capace di divertire e commuovere intere generazioni.

Anna Pennella