Voto

7

In molte località del Trentino ogni 5 dicembre viene organizzata una parata in cui sfilano uomini travestiti da Krampus, figure diaboliche caratteristiche del folklore popolare legate alla figura di San Nicolò che rapiscono i bambini cattivi: la versione dolomitica del più classico uomo nero. Il lungometraggio di Stefano Lodovichi In fondo al bosco prende spunto da questa tradizione carica di esoterismo, attorno alla quale costruisce un thriller intenso e coinvolgente, riuscendo a farci credere quasi fino alla fine che i Krampus siano davvero usciti dal bosco.

Durante questa festa, infatti, il piccolo Tommi scompare – lo spezzone di cronaca televisiva abilmente riprodotta ci suggerisce che non è il primo caso di sparizione – e iniziano le ricerche, invano. La perdita del bambino porta al collasso la famiglia, già incrinata dalla figura poco sobria del padre, o così sembrerebbe. Il dramma familiare è uno dei cardini della trama, pienamente riuscito grazie all’intensità psicologica dei personaggi nella loro evoluzione – o distruzione – individuale e nello svilupparsi delle loro relazioni dopo che, a cinque anni dalla scomparsa, Tommi viene ritrovato. Il ritorno del bambino in paese creerà scompiglio e confusione: ogni personaggio pare abbia qualcosa da nascondere.

Gli elementi basilari per la buona riuscita di un thriller sono dunque presenti, ben calcolati e sviluppati, a parte qualche piccola incongruenza a livello di regia e sceneggiatura assolutamente sopportabile. Si assiste, così, a un intreccio ben sviluppato, in cui l’esoterismo si fonde in maniera fluida con una realtà altrettanto oscura ed equivoca. Il tutto realizzato nel paese di Croce di Fassa, ai piedi delle Dolomiti, località che rende la fotografia un ottimo valore aggiunto.

Andrea Passoni

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