Voto

5

Durante la Seconda Guerra Mondiale un gruppo di ragazzini francesi ebrei, sfuggendo più volte dai propri aguzzini nel tentativo di raggiungere la Svizzera, impara che bisogna fare affidamento solo su se stessi e che la libertà non è più un diritto, ma un privilegio per pochi. Nonostante siano portati a maturare prima del tempo, i protagonisti non rinunciano mai alla loro innocenza, si aggrappano con forza alla fantasia evasiva, ai buoni sentimenti e a brevi momenti di gioco. In fondo non resta loro nient’altro, ma è ciò che è rimasto loro per sentirsi liberi e profondamente umani.

L’umanità e la semplicità di ognuno di loro traspaiono non solo dalle interpretazioni, limpide e naturali, ma anche dalle modalità di ripresa: la camera non abbandona per un istante Fanny e la sua brigata, insistendo sui primi piani e sulle vive emozioni. La paura, l’incertezza, la nostalgia di casa e brevi lampi di felicità rubano la scena al contesto di riferimento, incorniciando la vicenda in un luogo imprecisato e senza tempo, sul quale aleggia sempre, però, un’atmosfera di pericolo imminente.

Nonostante le buone premesse, il problema sostanziale della pellicola si concretizza nell’eccessiva linearità narrativa, che poco coinvolge e suggerisce l’esito finale, sbriciolando la tensione faticosamente accumulata e riducendo di molto l’incisività complessiva del film.

Anna Magistrelli