Una delle immense potenzialità dei film d’animazione risiede nella capacità di trasmettere messaggi forti e trattare tematiche importanti attraverso la familiarità e la magnificenza del disegno animato, attenuando la pesantezza di alcuni contenuti e, allo stesso tempo, rendendoli d’impatto. In questo senso, Jean-François Laguinoie è un maestro: Gwen, Il Libro di Sabbia (Gwen ou le livre de sable, 1985), La tela animata (Le Tableau, 2011) e Le stagioni di Louise (Louise en hiver, 2016) sono solo alcune delle opere realizzate dall’animatore francese di fama mondiale, interrogando tanto sé stesso quanto il pubblico su concetti come la solitudine, l’attesa, la civiltà e la natura. Ciò che accomuna i titoli della filmografia di Laguinoie è la concezione del viaggio come percorso di formazione, di scoperta di sé e dell’altro. È questo il tema centrale anche deel suo ultimo film, Il viaggio del principe (Le voyage du prince), scritto a quattro mani con l’animatore Xavier Picard e presentato in anteprima italiana al Pesaro Film Festival nella sezione Circus.

Il viaggio del principe è un’ideale sequel di Scimmie come noi (Le Château des singes), lungometraggio realizzato dal regista francese nel 1999 che illustrava le dinamiche di un popolo di scimmie antropomorfe sopravvissute a un cataclisma, divise in due società nemiche. Un giorno, la giovane scimmia Korn decide di andare a visitare il popolo opposto per capire quali fossero i presupposti di questa presunta diversità tra le due, e da qui, vent’anni dopo, Laguinoie prende le mosse per tornare a riflettere sui meccanismi e le conseguenze della discriminazione, questa volta filtrando la narrazione attraverso gli occhi di un anziano principe proveniente da un regno ignoto, naufragato su una spiaggia vicino alla moderna città del popolo dei Niukos. Il viaggio ha inizio quando l’orfano Tom, una volta trovato il principe, decide di portarlo nel Museo dove lavorano i suoi genitori adottivi, la biologa Elizabeth e il professor Abervrach, banditi dall’Accademia delle Scienze per aver ipotizzato l’esistenza di altre civiltà oltre alla loro. Tom, incaricato di trascorrere del tempo con lo straniero per imparare il più possibile sulla sua cultura, stringe con lui un forte legame, messo tuttavia a rischio dalla volontà cieca del professore di presentarlo ai colleghi come prova della veridicità della sua tesi e venire così reintegrato nell’accademia.

Ambientata in un’epoca storica indistinta, il film rimanda in modo palese al tardo Ottocento dominato dalla convinzione positivista secondo cui qualsiasi popolo al di fuori dell’Occidente fosse inferiore, primitivo e brutale, in virtù di una presunta “superiorità della razza bianca”. Nel film, gli accademici sono i portavoce di questa linea di pensiero, che prima rifiutano e poi aggrediscono lo straniero, costringendolo a fuggire. Laguinoie e Picard ci portano così a riflettere sulla xenofobia e il razzismo sistemico presenti anche all’interno della nostra società: il discorso pubblico tende a bollare come “nemico” non tanto chi rappresenta una minaccia diretta, quanto chi risulta utile marcare come tale, ai fini di preservare lo status quo o di perpetrare un certo tipo di politica. È chiaro infatti che l’anziano principe non sia pericoloso, è solo spaesato e mortificato dal trattamento svilente a cui è sottoposto in quanto “diverso”. Non solo: è aperto e curioso nei confronti del mondo dei Niukos, affascinato dal loro stile di vita sofisticato e tecnologico, entusiasta di apprendere il più possibile da questa nuova cultura. Per gli accademici, tuttavia, il principe è portatore di una difformità dalla norma che rappresenta un pericolo per il sistema sociale vigente: accettare lo straniero in quanto pari significherebbe mettere in dubbio le proprie rassicuranti certezze.

L’unico modo per liberarsi di questa minaccia e lasciare intoccato lo status quo è dunque quello di dimostrare pubblicamente la pericolosità del principe e la sua inferiorità morale, intellettuale ed evoluzionistica, attraverso una strategia di comunicazione ben studiata – viene imprigionando in uno zoo e classificato come “Simius Barbarus”, si distribuiscono film dal titolo Le Monstre Venu d’Ailleurs (Il mostro venuto d’altrove) – per la costruzione di un nemico pubblico attraverso il ricatto della pauraCome disse Umberto Eco, “non tanto la minacciosità ne faccia risaltare la diversità, ma la diversità diventi segno di minacciosità”. In questo equilibrio tra fantasia e accuratezza storica, la narrazione, lineare, acuta e priva di retorica, muove una critica al razzismo e alla sua persistenza all’interno della nostra cultura, spesso sorretta da una propaganda all’insegna dell’odio e della paura, riflettendo su come questo contesto alimenti xenofobia e sospetto verso il prossimo. Propria della corrente positivista ottocentesca, infatti, è la grande esaltazione del progresso scientifico, rispecchiata perfettamente dalla città dei Niukos: alti e imponenti palazzi si erigono su dritte strade oltrepassate da individui passivi e silenziosi, che “non hanno niente da dirsi perché fanno la stessa cosa ogni santo giorno”; ma anche grandi fabbriche e centri commerciali che macinano prodotti la cui costante precarietà è il risultato dell’obsolescenza programmata. Come spiega il piccolo Tom al curioso principe, il divertimento tramuta in impegno, la conoscenza diventa mero apprendimento e la libertà è solamente illusoria.

A questo stile di vita si contrappone quello del popolo di Canopia, un paese costruito sulla cima di alberi altissimi che accoglie Tom e il principe durante la loro fuga. Sfruttando sistemi alternativi ed ecologici, come l’energia eolica e il moto degli uccelli, e cibandosi solo di frutta e verdura, le scimmie antropomorfe di Canopia vivono lontane dal consumismo dell’industrializzazione, libere dal vincolo del lavoro e dedite all’osservazione delle stelle, allo studio della filosofia e alla riflessione interiore. Questo tipo di attività, come spiega uno degli abitanti, ha permesso loro di aprire la propria mente, smarcandosi dall’ideologia miope della città dei Niukos, considerata “incapace di evolversi”.  La contrapposizione tra i due popoli, capitalista e razzista il primo, sostenibile e inclusivo il secondo, snocciola quella che è la presa di posizione degli autori, nonché il messaggio del film: la perdita di contatto con la natura, percepita come ostacolo alla sempre più vorace espansione urbanistica, la totale devozione al consumo, vissuto come bisogno, e la necessità – passiva quanto rassicurante – di definire sé stess* e la società attraverso costrutti e dogmi, che sostituiscono il libero pensiero, sono aspetti che alimentano un atteggiamento di totale chiusura nei confronti dell’altro; al contrario, il ritrovato rapporto con la natura e la riscoperta di sé in quanto esseri umani, prima che membri di una società, costituiscono la chiave per un mondo privo di discriminazioni.

Il viaggio del principe si rivela non solo un manifesto antirazzista ed ecologista, ma anche un’opera dalla forte valenza didattica, che fornisce al pubblico gli strumenti di auto-educazione all’inclusività e alla riscoperta della propria umanità. Ma è anche un elogio alla figura del bambino e alla sua “superiorità” spirituale, incarnata dal giovane Tom: mentore del principe durante il suo viaggio, è l’unico personaggio genuinamente interessato a lui, incuriosito da ciò che potrebbe imparare e insegnare. Entrambi, infatti, affrontano un percorso di formazione e conoscenza, il principe nei confronti dei nuovi mondi in cui si è imbattuto e Tom nella scoperta delle proprie origini. A differenziare le loro visioni è un particolare estremamente simbolico: l’anziano principe, allegoria dell’età adulta, è rappresentato affamato di sapere ma incapace di sentire, tanto da non comprendere le ragioni dietro lo stile di vita dei Canopia. Nella città sospesa tra gli alberi, invece, Tom trova finalmente pace: capace ancora di stupirsi e spoglio di qualsiasi pregiudizio, è guidato dall’amore per le piccole cose di cui riesce a comprenderne l’immensità, insegnandoci che forse, a volte, basterebbe semplicemente essere

Diletta Culla