Voto

8.5

Tommaso Buscetta è forse una delle figure più controverse e ambigue della nostra Storia: da “boss dei due mondi” a “infame traditore”, è stato il testimone chiave che ha permesso a Giovanni Falcone di imbastire il Maxiprocesso di Palermo del 1992. Non un pentito ma un “uomo d’onore”,  Buscetta ha rilasciato 487 pagine di confessione ai danni di chi (i corleonesi di Salvatore Riina e Giuseppe Calò) – a sua detta – sarebbe stato colpevole di aver tradito gli ideali di Cosa Nostra, calpestandone il codice d’onore e la vocazione di salvaguardia del popolo. Sono proprio le singolari convinzioni del traditore, la contraddittorietà della sua condotta e l’ambivalenza delle dichiarazioni rilasciate ad affascinare Bellocchio, che sfida il pubblico a prendere una posizione nei confronti dell’infame Tommaso Buscetta, colpevole eppure collaboratore di giustizia, patetico eppure assassino.

I tempi dilatati delle sequenze iniziali culminano della rappresentazione pantagruelica del maxiprocesso: qui, tra atti osceni e violenza, si consuma il grottesco scontro finale tra lo Stato e la Mafia, nei corpi di 475 imputati, oltre 200 avvocati difensori e una Corte d’Assise piuttosto disarmata. Uno scontro, questo, che non vede vincitori ma solo sconfitti: il bellissimo confronto tra Buscetta e l’amico di un tempo Giuseppe Calò basterebbe da solo a condensare i 145 minuti di pellicola. Il tempo della narrazione pare sospendersi mentre i due siedono l’uno accanto all’altro, si guardano appena negli occhi e sanciscono il tramonto del mito della “mafia buona che non uccide donne e bambini”, svelando la natura spietata e criminale di un’associazione a delinquere che non risparmia nessuno. Chi è traditore, dunque? E quali i valori traditi?

Accanto a inserti documentari che sono ormai tipici della ricostruzione che Bellocchio fa della Storia (Buongiorno notte, Bella addormentata), montaggi paralleli di ejzenstejniana memoria legano i detenuti in cella a felini in gabbia: Riina è una iena irrequieta, Calò una tigre pronta all’attacco. Suggestioni oniriche e sequenze surreali intervengono a suggellare l’indecifrabilità e l’ambivalenza delle vicende portate in scena: il moltiplicarsi di schermi che inquadrano i detenuti in carcere e, ancora, le immagini in loop nei televisori delle celle in cui un’accorata Rita Schifani invita i mafiosi a mettersi in ginocchio e chiedere perdono durante i funerali di Falcone, monito ossessivo di una colpa che non può essere cancellata. Una ricostruzione frammentata e contraddittoria di vicende e personaggi multiformi, oscuri, bugiardi e compromessi.

Giorgia Maestri