Voto

7

“C’è verità, e verità”, spiegava Lionel Hutz a Marge in un antico episodio dei Simpson: vale a dire che esiste una verità concreta, fatta di accadimenti certi, e una verità adattata, di comodo, creata ad hoc perché un certo status quo non venga compromesso. Ed è la dialettica tra questi due tipi di verità a costituire il fulcro de Il terzo omicidio, film del 2017 passato in concorso a Venezia e distribuito solo ora in tre città (Milano, Torino, Bologna), che a differenza delle due precedenti opere dell’autore passate in Italia negli ultimi 15 mesi, è quella in cui la razionalità prevale nettamente sull’emotività e anche le relazioni affettive sono funzionali a sviscerare le complessità psicologiche dei personaggi. Misumi, accusato di due omicidi distanti trent’anni l’uno dall’altro, ha instaurato un rapporto con la figlia del suo capo perché gli ricorda la sua vera figlia ormai lontana, con la quale il legame è perso per sempre. Il brillante avvocato Shigemori ha un rapporto difficile con la scapestrata figlia adolescente Yuka, che lo contatta solo perché a volte è conveniente avere un buon avvocato dalla propria parte.

Le famiglie del film non sono altro che strumenti per assicurare la continuità della specie e reiterare i rapporti gerarchici preesistenti: la “giustizia”, immutabile e intoccabile totem che non può e non deve farsi domande, è il bersaglio principale di Kore’eda, che non spiega, non sentenzia, ma si fa domande, e mostra un pluriomicida, Misumi, che non prende posizione e si prende gioco dei suoi interlocutori, plasmando a loro piacimento la propria identità. Tutti, infatti, vogliono che le cose rimangano come sono, che nessun avvenimento, per quanto sconvolgente, turbi il lento e solido scorrere della vita, che chi possiede privilegi, magari acquisiti per mera discendenza, li mantenga e chi non ha mai avuto niente rimanga senza niente.

Il film si chiude sull’avvocato Shigemori, brillante e giovane ma attanagliato dai dubbi, mentre scruta il cielo alla ricerca di qualcuno che lo stia guardando o giudicando; proprio lui che per professione e discendenza ha sempre indagato e giudicato, ingranaggio di un sistema immutabile come quello della giustizia giapponese. Quella nipponica è una società pressoché immobile, dai movimenti impercettibili, come quelli della regia di Kore’eda, fatta di immagini statiche e movimenti lenti, proprio come lo scorrere della vita di chi ha sempre avuto i privilegi e la facoltà di decidere. La vera vittima del terzo di cui parla il titolo è infatti un “nessuno” in cui ciascuno proietta il proprio punto di vista, le proprie idee e immagini mentali, che si prende gioco di tutti, anche chi è chiamato a decidere del suo destino. Ogni personaggio, seppur ossessionato dai dubbi e dalle domande, dovrà assecondare il flusso delle cose che fa funzionare il mondo, in attesa di un giudizio che, un giorno, forse arriverà per ciascuno.

Alessandro A.