Voto

7

“Sto esaurito pecchè nun veco niente ‘è nuovo”. Le parole del rapper Ralph P accompagnano le immagini di una Napoli che si è ormai sedimentata nell’immaginario collettivo. Le strade trafficate, il viso di Maradona che si staglia in un enorme murales, ragazzi che faticano onestamente e quelli che invece sono piegati alla criminalità. Come i due giovani che per un territorio di spaccio discutono e si sfidano, quasi con goliardia. La tensione esplode in una sparatoria tragicomica che porta nel cuore della notte i due scugnizzi, e con loro lo spettatore, nella residenza di campagna del boss Antonio Barracano (Francesco Di Leva), nominato con devozione “il sindaco”.  Il risveglio di don Antonio sancisce l’inizio di una giornata fatta di incontri che il padrino concede a uomini in difficoltà che hanno bisogno di “un santo in paradiso”, e che si inseriscono come tasselli in un domino drammaticamente destinato a cadere.  

Il fisico massiccio e minaccioso del sindaco, la cui rabbia e violenza spesso sembra stiano per scoppiare irreversibilmente, si scontra con la sua dialettica tagliente ma controllata. La sua saggia capacità di giudizio ponderato oscura i reali e oscuri motivi per cui gli è dovuto un tale rispetto. Barracano è percepito non solo come un uomo di potere da cui cercare un aiuto, ma anche come un mentore a cui chiedere consigli sinceri. I suoi suggerimenti e avvertimenti non hanno come fine il tornaconto personale, ma un cambiamento che spezzi quel “niente ‘è nuovo” che apre il film. Dalla sua posizione conferitagli dalla criminalità il boss cerca di raggiungere una pace che possa giovare a una comunità che sembra non avere la possibilità di redimersi. Per poter conquistare questa utopia il sindaco sembra disposto a tutto, anche ad affrontare una tragica sorte.

Mario Martone con Il sindaco del Rione Sanità (premiato con il Leoncino d’oro all’ultima edizione del Festival del Cinema di Venezia) ha così portato sul grande schermo la famosa pièce di Eduardo De Filippo. L’iconografia che definisce un preciso cinema di genere, quello dei gangster movies, si unisce a un racconto che procede tramite fitti dialoghi, ambientato in interni e contraddistinto da una recitazione melodrammatica. Il risultato è quindi un sorprendente incontro tra arte teatrale e cinematografica capace di affascinare il pubblico. Un esperimento sicuramente audace, necessario per tutti i prodotti di narrazione sulla mafia che, dovendo inserirsi in un genere ormai più che consolidato, rischiano di diventare fotocopia uno dell’altro. Martone ha portato nel panorama della produzione italiana qualcosa di innovativo che si spera possa spronare altri registi a proporre progetti altrettanto coraggiosi capaci di rinfrescare e mettere in discussione il nostro cinema che il più delle volte sembra essere atrofizzato e chiuso nelle stesse formule. Ha dimostrato che il rischio paga e che è possibile vedere qualcosa di assolutamente nuovo anche quando sembra persa ogni speranza.

Francesca Riccio