Filo conduttore della filmografia di Ingmar Bergman è la spiritualità, indagata attraverso varie declinazioni del binomio vita e morte: Il posto delle fragole (1957) parla di anzianità, Sussurri e grida (1971) di perdite simboliche e Scene da un matrimonio (1973) di matrimonio. E non è immune da questo tema la sua opera più nota, Il settimo sigillo (1957), in cui la morte compare sul serio, in carne e ossa.

Il protagonista Antonius Block (Max von Sydow) è un cavaliere reduce dalle crociate che si imbatte in un oscuro personaggio: la morte (Bengt Ekerot). E decide di sfidarla nella più famosa partita a scacchi della storia del cinema, giocandosi la sua stessa vita. Il film inizia dunque dove molti altri finirebbero, con la conclusione di un viaggio che in questo caso non è altro che l’inizio di un percorso di crescita per il cavaliere, che lo porterà a riflettere sul senso della propria esistenza.

Bergman articola con rara maestria alcuni dei quesiti esistenziali su cui l’uomo riflette da sempre, tessendo complesse allegorie anche a livello visivo attraverso il contrasto tra luci, ombre e atmosfere crepuscolari. Pur ambientato in un periodo storico come il Medioevo, Il settimo sigillo non pretende infatti di formulare una realtà storica, ma conduce un’indagine atemporale e astratta sul senso della vita.

Lo scontro tra il cavaliere e la morte rimanda infatti all’eterno scontro tra fede (in cui il cavaliere smette di credere) e conoscenza (di cui la morte è portatrice), legando a doppio filo il film al pensiero contemporaneo occidentale, in particolare alla filosofia nichilista, impersonificata nel film dallo scudiero Jons (Gunnar Bjornstrand).

Le domande sulla trascendenza, sull’esistenza e su Dio poste dal cavaliere sono indirettamente rivolte anche allo spettatore e destinate a non trovare mai una risposta: “Perché non è possibile cogliere Dio coi propri sensi? Per quale ragione si nasconde tra promesse, preghiere sussurrate e incomprensibili miracoli? Perché io dovrei avere fede nella fede degli altri?”. Ma sotto traccia scorre la domanda regina di tutte le domande: che cos’è la morte? Non esiste risposta, ma una Bergman la suggerisce: la morte è la prima antagonista dell’esistenza, grazie alla quale riusciamo per lo meno ad accertare la sussistenza della nostra vita.

Il film diventa così il simbolo di un’epoca, il Novecento, in cui si rifletteva su quei grandi quesiti che oggi, in cui è in corso una specie di “eclissi della morte”, vengono invece ignorati, perché pensare infastidisce, costa e fa soffrire. Bergman, invece, vuole fare soffrire lo spettatore, metterlo nella condizione di porsi delle domande anche a rischio di non trovare mai risposte. Ed è questo il motivo per cui vedere oggi Il settimo sigillo, tornato in sala in versione restaurata, è più essenziale che mai: riscoprire quella spiritualità che un tempo era tutto e che oggi sembra non valere più nulla.  

Mattia Migliarino

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