Voto

8

Manuel Lopez Vidal è uno dei politici più in vista della Spagna. È ricco, ambizioso e punta dritto al vertice del partito di maggioranza. Il suo cammino verso il successo viene improvvisamente interrotto dalla rivelazione di intercettazioni compromettenti e da uno scandalo economico. Il regno su cui aveva messo le mani gli si rivolta contro, e gli amici di una vita lo pugnalano alle spalle, indicandolo come unico capro espiatorio.

Il regno è un thriller politico di grandissimo ritmo: a un inizio volutamente lento, che permette allo spettatore di conoscere una serie di personaggi rotondi, immersi nell’universo politico finzionale, corrisponde uno sviluppo in levare, che porta a una conclusione forsennata e disperata. Manuel decide di disobbedire al partito e prova ogni strategia possibile per tornare al potere, ignorando la famiglia, le amicizie e il popolo che lo ha eletto. Ma il suo destino è segnato: l’ultimo atto della sua ribellione è consumato in diretta televisiva, tra scandali e corruzione, quando ormai chiunque lo ha lasciato solo.

La scelta di stringere il fuoco per tutta la pellicola sul personaggio principale fa entrare lo spettatore dritto nella sua mente e gli permette di vedere il mondo con i suoi occhi. In questo senso le lunghe inquadrature che lo rincorrono e i frequenti piani strettissimi esaltano la sua figura (e la grandissima prova di Antonio della Torre, già superlativo in La vendetta di un uomo tranquillo). La sceneggiatura, buona e incalzante sui continui rivolgimenti di trama, viene dunque percorsa esclusivamente dal punto di vista di Manuel: è possibile distaccarsene solo in chiusura, negli ultimi minuti e fino all’ultimo, roboante comizio televisivo di un politico messo all’angolo.

Ambrogio Arienti