Uscire sconfitti dalla giungla dei talent riuscendo a tenersi ben stretta la propria identità artistica, quell’elettronica dal sound internazionale che li ha fatti emergere dalla massa e li ha resi ciò che sono oggi. Stiamo parlando di Sem&Sténn, che nel giro di una manciata di anni sono nati, sono passati per X-Factor 11 conquistando pubblico e critica e ora hanno trovato la loro dimensione artistica, consapevoli e coraggiosi. A un anno di distanza dall’album d’esordio OFFBEAT (2018), arrivava il singolo in italiano, K.O.: il primo vero tentativo di fare queer-pop nella scena nazionale. E proprio oggi esce il loro nuovo lavoro, OK VABBÈ: una dimensione inedita che mescola l’approccio elettronico con la direzione pop imboccata dal duo, pioniere di una vera e propria scena, un nuovo capitolo nel panorama della musica italiana. Nel frattempo, la coppia è diventata un simbolo della comunità LGBT a Milano.

Li avevamo incontrati già in tempi non sospetti, quando nel lontano 2016 ci eravamo innamorati del progetto e li avevamo intervistati. Ora abbiamo deciso di parlarci di nuovo e farci raccontare quante cose sono cambiate da allora.

Giacomo Licheri

Sono passati due anni da X-Factor 11, uno spartiacque decisivo per la vostra carriera. Guardandovi alle spalle, quanto è stata importante quell’esperienza?
Per noi è stato bellissimo. Eravamo già in giro da un po’ e ci occupavamo di tutto da soli, booking, scrittura, produzioni. X Factor è stato il nostro primo approccio con dei professionisti per strutturare qualcosa di grande, un momento di crescita artistica notevole e anche un bel lancio per raggiungere un pubblico più ampio: da artisti indipendenti siamo passati ad avere un seguito più corposo, è servito tanto anche quello. X-Factor ci ha permesso di entrare in questo mondo al di là dei rifiuti e dei “no” che abbiamo ricevuto, visto che il progetto era visto come borderline e un po’ estremo. Siamo entrati nel gioco, ma questo non ha alterato il controllo che abbiamo sempre mantenuto sulle nostre scelte artistiche e cerchiamo sempre cercato, fin dal primo giorno, di fare qualcosa che non segua le tendenze. Poi non ne siamo usciti vincitori. Da quel momento è iniziata la battaglia per cercare etichette e persone che credessero nel progetto, e puoi immaginare che il queer-pop-elettronico sia una bella sfida. A quel “marchio” si è aggiunta quella di “ex-talent”, che non è ben vista dagli addetti ai lavori e influisce molto su come arriva la tua musica alle persone. Insomma, c’è sempre uno stereotipo contro cui dobbiamo combattere.

Il vostro primo lavoro in studio, OFFBEAT (2018, INRI/Metatron) è stato il seguito naturale di quell’esperienza. Che effetto fa riascoltare Baby Run (feat. Manuel Agnelli) o Bravo dopo tutto quello che è successo in questo periodo?
Baby Run è stato il primo pezzo che abbiamo scritto insieme, lo cantiamo dal 2016, se non da prima! Lavorando al pezzo abbiamo conosciuto Manuel a X-Factor, lui si è gasato da morire e abbiamo deciso di registrarlo insieme. È passato un anno da OFFBEAT e adesso siamo già sul nuovo progetto, che è pure in un’altra lingua e scritto con un gusto sonoro un po’ diverso. È strano riascoltare i vecchi lavori, anche se è passato così poco, ma ci stiamo evolvendo e di questo siamo molto contenti.

E infatti è appena uscito K.O., il vostro primo brano in italiano. Che cosa è cambiato dall’approccio internazionale che ha segnato i vostri primi passi?
È stata una sfida: l’idea era quella di fare qualcosa di davvero nuovo, qualcosa che non avevamo mai sentito in Italia. La lingua è stata uno stimolo: abbiamo preso tutti i nostri modelli e i nostri riferimenti e li abbiamo trasposti in una lingua, l’italiano, che solitamente non si sente in quei generi. Penso che per cambiare le cose in Italia, per creare una nuova wave, il compromesso della lingua sia inevitabile. È stata anche un’esigenza comunicativa, per arrivare in modo più diretto al nostro pubblico, pur mantenendo “il nostro mondo” nelle produzioni. All’inizio è stato un trauma scrivere in italiano, avevamo un blocco, ma dopo è stato come tornare a casa dopo molto tempo. Un progetto italiano simile ad altri sarebbe stato sicuramente più appetibile per il mercato nazionale, ma a noi interessa fare qualcosa di unico e di autentico. È stato difficile “sverginare” l’Italia in questo senso, ma il riscontro che ha avuto K.O. in un mese ha già superato quello che ha avuto OFFBEAT in un anno, e questo è un segno di quanto il brano stia arrivando alle persone.

Ascoltando la traccia, con quelle vibe da club, il primo pensiero va a M¥SS KETA. È un segnale del fatto che vi sentite più a vostro agio nella scena italiana adesso?
Ancora non del tutto, in realtà, ma crediamo che K.O. ci stia aiutando ad entrarci sempre di più. Quando abbiamo pubblicato OFFBEAT il nostro progetto sembrava una sorta di satellite che girava intorno al mercato musicale italiano senza mai entrarci, perché la lingua è un grosso ostacolo per far arrivare la musica alle persone. Con M¥SS KETA troviamo alcuni (pochi, a dire il vero) elementi comuni: il riferimento ai club e alla scena queer fanno parte della nostra esperienza, è dove siamo nati artisticamente. Ci sono molte differenze nel nostro sound rispetto al suo, ma abbiamo un approccio molto simile per quanto riguarda la sessualità, la libertà d’espressione e la voglia di fare qualcosa di divertente e trasgressivo in italiano, diverso dalla malinconia che l’indie ci propina da anni, ma diverso anche dalla trap. Abbiamo anche fatto concerti insieme, abbiamo condiviso un produttore, quindi sicuramente ci sono punti di contatto fra di noi e lei, oltre a una grande stima. Di lei ci piace anche come affronta la questione del ruolo della donna nella musica: nessun altro ha toccato il punto in modo così diretto.

Siete stati uno dei simboli del Pride di Milano e un punto di riferimento per la comunità LGBT nella musica italiana. Pensate che ci sia più libertà d’espressione su questi temi all’interno del panorama musicale italiano o credete che ci siano ancora tanti paletti da abbattere?
Quando abbiamo iniziato questo percorso ci sentivamo molto speciali: eravamo i primi artisti dichiaratamente gay a fare queer-pop in Italia. Abbiamo poi capito perché eravamo gli unici… C’è ancora molta ipocrisia intorno alla questione. Molti artisti potrebbero contribuire largamente alle cause della comunità LGBT per via della loro esposizione ai media e al pubblico, ma forse non è conveniente. Di recente siamo stati al concerto di Troye Sivan: mi ha impressionato il fatto che il concerto fosse sold out e che il pubblico fosse così coinvolto nella sua musica. Questo mi fa pensare che il pubblico giusto per questa musica ci sia eccome, ma il messaggio deve arrivare anche ai piani alti della discografia italiana. Abbiamo preso tante porte in faccia per il fatto che siamo gay: in Italia vuol dire trash, viene associato alla “macchietta” che appare in televisione. La nostra spontaneità ha sempre avuto un prezzo, ma non ci vediamo diversi: è anche il compito dell’artista esprimere se stesso al cento per cento, per questo ci sorprende vedere artisti che si privano della loro autenticità in virtù della convenienza.

Di recente è uscito un brano insieme a DUILIO, Abramovic, una collaborazione che vi vede in un contesto un po’ diverso...
DUILIO è un caro amico, ci è piaciuto davvero tanto il brano, anche lui è un po’ visionario, ha la stessa nostra voglia di cambiare le cose e ci siamo trovati su una lunghezza d’onda affine. Oltre a cantare la nostra parte, abbiamo anche affiancato DUILIO nel girare il video. Per noi ogni progetto è come una nuova vita.

Il video di K.O. è un trionfo d’estetica glamour anni ’80, la stessa che ha contraddistinto i video di Baby Run e You, Your Friend, Another Guy. Che cosa significa, secondo voi, essere glam oggi e come può essere rilanciato un concetto che ha teoricamente esaurito la sua parabola tempo fa?
Bisogna partire dall’autenticità: essere coraggiosi, essere se stessi è l’attitudine che alla fine funziona meglio. Tutti noi abbiamo un aspetto “extra” in qualcosa: parlando con le persone, però, si percepisce ancora la paura del giudizio, che impedisce di essere quello che vuoi, di indossare ciò che vuoi. La cosa più glam nel 2019 è essere sé stessi, “loud and proud”! Il video di K.O. racconta un po’ il concept del brano e di tutto il disco. Parla dell’arrivo ad Agarthi, la città sotterranea degli Dei secondo l’induismo, dove le divinità scappavano dalla noia dei mortali per rifugiarsi in questo luogo di bellezza e di piacere. Quando abbiamo scritto K.O. eravamo in una fase di decompressione post-tour, post-album e post-tutto, pensavamo di non riuscire più a rialzarci: invece abbiamo scoperto di avere una nuova energia. Per questo il brano parla anche di rinascita, e la scena del battesimo è la più emblematica in questo senso. Per noi è importantissimo creare un immaginario uditivo e uno visivo che si completino a vicenda e arrivino all’ascoltatore, coinvolgendolo in una vera e propria esperienza sensoriale. In questo abbracciamo la filosofia di Bowie “sound and vision”. In Italia questa idea è scomparsa dopo gli anni Settanta: se guardi il Festival di Sanremo le luci sono sempre le stesse, le performance fatte con lo stampino, e questo è molto triste. Per fortuna all’estero c’è sempre più voglia di collaborare con artisti visivi in ambito pop-mainstream.

Cosa c’è da aspettarsi per il vostro futuro?
Stiamo lavorando al disco, siamo ancora in fase creativa. Nell’imminente rilasceremo alcuni singoli che anticiperanno il progetto finito. Negli altri brani ci saranno influenze diverse, collaborazioni interessanti, brani diversissimi tra di loro. Basta pensare che il singolo in arrivo è completamente diverso da K.O.! Dopo l’estate arriveranno singoli e date, non vediamo l’ora.

Riccardo Colombo