Non è facile occuparsi di cinema in Italia. Tra gli allarmismi sulla morte del cinema che tornano ciclicamente da decenni, la mancanza di fondi, lo scarso coraggio e la pigrizia dei produttori, le strettoie della distribuzione, le remore degli esercenti, il bigottismo del pubblico e lo snobismo della critica, la situazione è piuttosto tragica. Eppure i festival continuano a esistere, a crescere e a moltiplicarsi, ed è lì che trova spazio vitale il cinema più creativo, brillante e coraggioso, italiano e non. 

Ci sono autori, produttori, esercenti, distributori e critici che amano troppo il cinema per smettere di crederci. Ed è a loro che si deve tutta quell’area di cinema fuori dagli schemi e privo di edulcoranti che è forse l’unico destinato a salvarsi. Tra i vari nomi che stanno emergendo ultimamente, c’è anche quello di Margherita Ferri, che ha presentato il suo primo lungometraggioZen – Sul ghiaccio sottile, in occasione del Gender Bender Festival a Bologna.

Leggendo su di te nel web, ho visto che hai girato due documentari. Com’è stato il passaggio alla finzione?
Personalmente non ho trovato una grossa differenza nel passare dal documentario al cinema di finzione. Quello che ho in mente è il cinema d’autore, cioè un approccio e un linguaggio cinematografico chiari e definiti sulla tematica in esame, volti alla ricerca di un messaggio universale; è una linea che ho sempre seguito, dal documentario che ho girato su un gruppo di giocatori di poker professionisti a Zen – Sul ghiaccio sottile.

E per quanto riguarda il passaggio dal corto, con cui hai alle spalle molta esperienza, al lungo con Zen, come hai gestito la diversa narrazione?
Chiaramente gestire la narrazione di un lungometraggio in maniera armoniosa è complesso; Zen, però, ha avuto uno sviluppo molto lungo, quindi c’è stato anche del tempo per assorbire l’anima della storia e svilupparla in novanta minuti. Avevo molta paura per via del microbudget a disposizione (200.000 euro, ndr): dovendo girare in poche settimane e con una disponibilità economica limitata, senza averlo mai fatto prima, temevo di non riuscire a raggiungere il minutaggio di un lungo. In questo aspetto i tutor di Biennale College provenienti da tutto il mondo con la loro esperienza sono stati fondamentali. Il loro consiglio fu quello di raccontare una storia piccola, senza troppi eventi ed intima. Ed è in effetti ciò che ho fatto con Zen.

A proposito di Zen, come hai gestito il casting?
La mia scelta principalmente era quella di non prendere attrici professioniste o ragazze appartenenti a scuole di teatro, perché temevo che potessero snaturare quella naturalezza estrema che invece volevo conferire alla protagonista, attorno alla quale ruota tutto il film. Per il protagonista avevo bisogno di una persona che assomigliasse al personaggio, ovvero un ragazzo F to M che non avesse ancora iniziato il percorso di transizione, oppure una ragazza con un aspetto tom boy. Io e la troupe abbiamo tenuto una serie di laboratori in alcune scuole di montagna intorno a Bologna, poi abbiamo fatto un casting a Fanano, la location principale del film, e un altro più tradizionale a Bologna: per il cast finale abbiamo unito varie personalità che ci hanno colpito durante tutti questi incontri.

Cosa ti ha spinto a scegliere Eleonora Conti per il ruolo di protagonista?
Scegliere è stato molto difficile. Sapevo che il personaggio giusto era da qualche parte nel mondo e dovevo trovarlo, perché tutto il film ruota attorno a lui: un minimo errore avrebbe fatto fallire l’intero lavoro. Ci sono state varie fasi nella scelta, che ho affrontato con il supporto della mia acting coach. A colpirmi di Eleonora è stata la sua capacità naturale di immergersi nelle scene, di essere sempre credibile e di non uscire mai dal personaggio. Ed è straordinario se pensi che non aveva alcuna esperienza di recitazione, neanche nel laboratorio di teatro della scuola della scuola. Abbiamo lavorato molto su questa sua spontaneità e nel risultato, a mio parere, si percepisce.

Analizzando l’accoglienza critica di Zen, ho notato che è stata ricorrente la definizione “film di formazione”. Ti ci ritrovi?
Direi di sì. La storia ruota attorno al percorso di crescita di un personaggio. Il “film di formazione” non è ancora un vero e proprio genere cinematografico, ma ha un’ampia letteratura di riferimento all’interno della quale lo inserisco molto volentieri. Film di formazione, di maturazione.

Sceglierei “maturazione” mi piace molto di più, lo sento più intimo come termine.
Lo usano in spagnolo. In inglese invece è coming of age. Tutte accezioni diverse del medesimo concetto e tutte interessanti. Il senso è sempre lo stesso: il passaggio da un’età della vita a un’altra; in questo caso un passaggio d’identità, di genere vero e proprio.

Guardando Zen non ho potuto fare a meno di notare alcuni riferimenti ad autori come Xavier Dolan o Gus Van Sant per alcune scelte estetiche e formali.
Alcuni sono veri e propri omaggi a questi due autori enormi e agli altri miei punti di riferimento. L’uso dello slow-motion, per esempio, è stato concepito fin dall’inizio come omaggio a Dolan; in particolare la camminata nel corridoio è ispirata a una delle scene più belle di Lawrence Anyways, quella in cui Lawrence arriva a scuola la prima volta dopo la transizione e tutti si girano a guardarla. Io ne ho ribaltato la percezione: nel film di Dolan è un momento positivo, in Zen di angoscia. Abbiamo voluto riproporre la stessa alienazione di quella scena incredibile, cercando di trasmettere le esatte sensazioni che si provano nel momento in cui tutti gli occhi sono addosso a te perché sei diverso.

Zen è stato presentato all’interno del Gender Bender Festival, il cui focus è posto proprio sulla tematica dell’identità, affrontata da film delicati e coraggiosi. Ne ho visti molti, com Girl, film splendido su una transizione M to F premiato a Cannes, o commedie francese irriverenti. Di italiano, però, c’è ancora poco, vero?
Assolutamente sì, non c’è nessuno che ne parla. Se dovessi pensare a un elenco di film che non parlino necessariamente di identità di genere ma anche solo di omosessualità con un certo tipo di sensibilità e con un approccio emancipato, faccio veramente fatica a trovarne. Penso a Özpetek, ma si muove nel commerciale. In generale, in Italia si fa fatica a produrre cinema d’autore. Gli argomenti di punta sono altri, i produttori hanno ancora paura a confrontarsi con le tematiche LGBT. E te lo dico per esperienza, perché prima di incontrare Ivan e Chiara, che sono saltati a bordo di Zen senza timori, tanti altri produttori mi hanno detto no. Penso altrimenti all’esordio di Carlo Lavagna, Arianna, un film che parla di una persona intersessuale, ma fa sempre parte della nicchia. Il problema principale sta nella filmografia mainstream, dove di film lesbici prodotti in Italia negli ultimi anni ci sono solo Io e Lei, con Sabrina Ferilli e Margherita Buy [ride]. Il confronto con l’estero non esiste.

E Chiamami col tuo nome?
Quello è un gran film, Guadagnino si muove in un circuito internazionale e coproduce fra l’Italia e l’America. Ed è anche uno dei riferimenti di Zen. Il successo che ha avuto è un buon segno di ciò che il pubblico italiano inizia a volere.

Carlotta Magistris

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