L’idea di raccontare il mito della fondazione di Roma è originale e rischiosa. Attorno a Il primo re ha così preso forma un clima di aspettative e terrore che ha trasformato il film in un vero e proprio caso mediatico, dividendo pubblico e critica in due netti schieramenti contrapposti. Non ha fatto eccezione la nostra redazione, che è stata letteralmente spaccata in due. Convinti che un punto di vista forte e motivato meriti sempre di essere espresso, abbiamo deciso di non edulcorare nessuna delle due posizioni per arrivare a una critica pacata che mettesse d’accordo tutti, ma di proporvele entrambe in tutta la loro fermezza. A voi la scelta!

PRO

Prima che un racconto storiografico, Il Primo re è il racconto di un dramma individuale dalle conseguenze universali, delle gesta di due uomini, Romolo e Remo (Alessio Lapice e Alessandro Borghi), che fondarono il più grande impero della storia d’Occidente: una storia di sangue, di un sacrificio dilaniante ma necessario. Fratelli condannati dalla sorte divina al uno scontro fatale che romperà quel loro legame apparentemente indissolubile: c’è spazio per un solo Re.

A colpire, all’interno di un racconto vibrante e raccontato per gesti e simboli – le poche battute, peraltro, sono espresse in proto-latino –, è il modo in cui i personaggi evolvono in rapporto alla modifica delle dinamiche di potere e all’approssimarsi della fondazione della Città: i due fratelli fuggono da Albalonga e Remo si prende cura di Romolo, ferito in battaglia, ma la sua affermazione come rex indiscusso lo porterà all’eccesso, al più classico impazzimento da accumulo di potere. L’occhio cinematografico si fissa a lungo su Remo per testimoniare la serpeggiante crescita della sua follia: in gioco è il rapporto tra uomo e dio, tra domini e servi, in una sorta di mitologia delle dinamiche di potere, del culto primitivo e della lotta per la sopravvivenza.

Regge l’impatto con il soggetto complesso e il metraggio esteso una monumentale cura degli elementi di regia: il tempo è scandito dal montare di un lento crescendo energico, la macchina da presa si divide tra piani ravvicinati che incorniciano i volti stravolti dei protagonisti e scene di lotta magistralmente curate (nelle dinamiche crude e violente, nell’ambientazione, nel trucco) e l’ossuta struttura dei dialoghi porta lo spettatore a concentrarsi sulla fisicità dei corpi e l’icasticità delle poche battute.

Il primo re casca sul cinema italiano come un oggetto alieno: il figlio bastardo di un kolossal e di un film d’autore.

CONTRO

Da ancora prima che Il primo re uscisse in sala, per mesi si è gridato al miracolo, a un film che avrebbe finalmente portato il cinema italiano verso il salto di qualità. Sicuramente l’intenzione di Matteo Rovere era quella e l’obiettivo si può dire raggiunto. Ma puntare su produzioni strettamente di genere, con grandi budget e i soliti nomi noti in cartellone, è davvero la strada da intraprendere per una rinascita del cinema italiano (ammesso che ce ne sia davvero bisogno)?

Le prime remore sorgono da un’analisi dell’impianto tecnico del film. Funzionano il sound design curato ed efficacemente esasperato, che acuisce le percezioni aptiche trasmesse delle immagini; il montaggio energico e adrenalinico, che restituisce il lato migliore di ogni interprete; e la recitazione impeccabile – Borghi su tutti e non è da meno Tania Garribba nei panni della vestale Satnei. La fotografia grandiosa, richiesta dal genere, insiste su raggi di sole di taglio, nebbie mortifere, contrasti netti e immagini che si soffermano tanto sulla natura selvaggia e indomabile quanto sui corpi martoriati dalle fatiche. Ma è qui che al regista Matteo Rovere inizia a scappare la mano: pulviscolo da bosco delle fiabe e contrasti altissimi, per quanto attribuibili al genere cinematografico, rendono le immagini iper spettacolarizzate e sterili. Il sentire ancestrale che si vorrebbe trasmettere è così mortificato e allo spettatore non vengono lasciati spiragli emotivi che gli permettano di accedere al cuore del film. Ma forse, un cuore, questo film non ce l’ha.

Non aiutano la colonna sonora, che stride con il respiro epico della storia, e la regia, pretenziosa e maestosa, che finisce col sovraccaricare un film già di per se colmo di dramma, urla, sangue, battaglie, fuoco, azioni violente e atmosfere mitiche. La sceneggiatura tenta così una qualche introspezione psicologica del rapporto tra i due fratelli, ma si compiace eccessivamente dei momenti critici, sviluppati secondo tempi che smorzano la tensione e annoiano, e dipinge le dinamiche tra i due con una superficialità disarmante: carichi in potenza di sentimenti ancestrali profondi che vorrebbero puntare dritto alle viscere dello spettatore, si smorzano ben prima di raggiungerle. Ecco che si rompe definitivamente il contatto empatico con lo spettatore.

Un prodotto di genere eseguito da manuale, che piacerà a chi dal cinema vuole essere intrattenuto e cerca un impatto emotivo immediato e circoscritto alla permanenza sala. Non piacerà invece a chi ha a cuore un’idea di cinema come un’arte che parli alla sua sensibilità, si infiltri nelle sue viscere e, in qualche misura, intervenga sulla sua interiorità. La questione centrale è: vogliamo davvero che il cinema italiano riparta da qui? All’interno di un panorama cinematografico dove ultimamente stanno emergendo, zitti zitti, film complessi, sensibili e intimi che tuttavia faticano a raggiungere budget ragionevoli a essere prodotti, forse bisognerebbe fermarsi a riflettere prima di esultare al miracolo.