Voto

7.5

Dalle quattro pareti di una camera da letto virtuale, dodici giovani donne in dialogo con le altrettanto giovani registe Lisa Billuart-Monet e Daphné Leblond, plasmano, con la loro sola spiazzante sincerità, una dimensione sospesa in cui non esiste tabù né incomprensione. Tenendo alta la bandiera della versatilità della sessualità femminile, le voci del documentario Il mio nome è Clitoride – distribuito da Wanted Cinema – sono una sinfonia sicura, che non ammette pregiudizio e denuncia la sua inconsapevolezza, diventando un grido di battaglia, nonché vero e proprio vocabolario, della rivolta contro un’ignoranza sociale di genere costruita e pilotata. L’anatomia del piacere che urla contro l’anatomia della sua negazione.

Il mio nome è Clitoride restituisce un mosaico fatto di pezzi di intimità raccolti da vite differenti: orgasmi falliti, depilazioni scomode e masturbazioni taciute divorano ogni filtro innescando un’empatia consolatoria ma soprattutto fortificante, fondata sul non dire nulla di nuovo ma di dirlo comunque, ancora e ancora, perché non è mai abbastanza. Citando ma non riducendo il discorso a una riflessione sull’egemonia della sessualità maschile, Il mio nome è Clitoride è concentrato su sé stesso, su un femminismo sano che trova il giusto modo per guardare a quei libri di testo in cui il sesso è mera tecnica e il clitoride è accessorio che nessuno ti dice essere grande quanto un pene. Rivendicando un godimento sessuale che non ha niente di accessorio, Il mio nome è Clitoride riesce in ciò che ogni storia dovrebbe riuscire: la creazione di uno spazio universale in cui riconoscere il vissuto e comprendere il mai provato. Verso quell’educazione sessuale di cui il ventunesimo secolo ha disperatamente bisogno per diventare attuale e per la prima volta trasparente.

Chiara Ghidelli