Iran, oggi. Hesmath (Ehsan Mirhosseini) è un padre affettuoso e un marito devoto, ma dove va al lavoro alle tre di notte? Pouya (Kaveh Ahangar) è un soldato ed è costretto a uccidere un prigioniero contro la propria volontà. Javad (Mohammad Valizadegan), anche lui militare, ottiene una licenza e raggiunge la fidanzata per il suo compleanno, ma un segreto rovinerà il loro rapporto. Per Bahram (Mohammad Seddighimehr) la visita della nipote è l’occasione per rivelare la sua vera identità. Dopo Goodbye (2011), Manuscript Don’t Burn (2013) e A Man of Integrity (2017), Mohammad Rasoulof torna a raccontare l’Iran con un film antologico diviso in quattro storie le cui riflessioni superano i confini del paese e si caricano di un valore universale.

La pena di morte, macro-argomento del film, costituisce una sapiente sineddoche etnografica per affrontare la questione del male nel mondo interpretandolo non come un paradosso logico/teologico (perché se esiste Dio esiste il male?), ma secondo un doppio filtro critico, sia antropologico (perché l’uomo compie il male?), sia assiologico (funzionale a identificare una possibile tassonomia morale). Esempio di questa struttura la prima della quattro storie: può Hesmath essere un buon padre e un buon marito e occuparsi di esecuzioni sommarie? È un’informazione che cambia il nostro giudizio su di lui? Ma è moralmente da condannare chi ha compiuto il male in quanto costretto da una legge coercitiva al di sopra di lui?

La domanda, cardine delle note riflessioni di Hannah Arendt – ad esempio nell’arcinoto La banalità del male, diventato poi un docufilm per la regia di Paul Andrew Williams -, torna nel caso sia di Sia Javad che di Hesmath, che rispondono come fece il generale nazista Eichmann durante il processo di Norimberga (il gerarca nazista a capo della soluzione finale). La scena collettiva nel dormitorio del carcere della seconda storia offre un’accurata esegesi del tema del film: le battute si rincorrono in una matassa inestricabile (“io non lo posso fare, non posso essere costretto a uccidere un essere umano” dice Pouya; “se non lo farai tu, sarà il tuo migliore amico a toglierti lo sgabello, questo è l’Iran, questa è la legge,” commenta un altro soldato; “e non si può vivere senza legge” aggiunge un altro ancora), in cui la denuncia del regime iraniano diventa l’espediente per sondare un tema vecchio quanto l’Antigone di Sofocle – è giusto ciò che è legge (diritto positivo) o ciò che è giusto è per me (morale)? A differenza del recente Antigone (Deraspes, 2021, Canada), che ha adattato malamente il testo sofocleo, la riflessione sollevata da Il male non esiste non mai è semplicistica né risolutiva, non spiega cosa è giusto o sbagliato, si limita a porci di fronte a una scelta e a stare a vedere cosa decidiamo di fare.

La responsabilità ricade sul regime autoritario iraniano, ma se stringiamo l’obiettivo è l’essere umano che esercita il male nei confronti di altri esseri umani. È questa la visione cinicamente drammatica del film riassunta da Rasoulof: conta ciò che permette di sopravvivere a se stessi.

Davide Spinelli