Voto

6

Giulio Ricciarelli esordisce con il suo primo lungometraggio Il labirinto del silenzio e vola fino alla candidatura agli Academy Awards per il Miglior film straniero, cimentandosi in un progetto non facile che costeggia pericolosamente il baratro de “l’ennesimo film-report sulla Shoah”.

L’urgenza di presentare sul grande schermo fin dove la Verità e la Giustizia possano portare si avverte da subito, e conferisce alle fasi iniziali della pellicola un andamento incalzante. Il fulcro non risiede nell’orrore dei campi di concentramento di Auschwitz o nella sofferenza dei sopravvissuti – sapientemente omessi o solo accennati –, bensì nella presa di coscienza di un popolo, quello tedesco, progressivamente scosso dall’avvocato Radmann. In un mondo dove l’abnegazione e la censura la fanno ancora da padrone, come si può far aprire gli occhi a una gioventù che ignora totalmente il significato di “sterminio di massa”? La pellicola di Ricciarelli si fa garante di verità affossate e negate per più di un decennio in nome del rispetto della vita e della dignità umana; e il fatto che Il labirinto del silenzio sia stato prodotto in Germania sembra far intravedere un importante spiraglio di speranza.

Se il film regge perfettamente sul piano ideologico e morale, manca però di maturità dal punto di vista prettamente tecnico: l’andamento narrativo troppo lineare e statico, la durata eccessiva e la prevedibilità della trama minano l’esito finale. Anche il tentativo di movimentare la storia con un’intrigante storia d’amore rimane cristallizzato, aggiungendo ben poco al senso complessivo.
Insomma, buona la prima, anche se…

Anna Magistrelli