Roma, agosto 2013. Un gruppo di giovani universitari pare ristagnare tra l’afa e la nullafacenza nella
periferia romana alla ricerca di uno scopo, di un sintomo di vita, che tenterà sempre di rincorrere con non
pochi insuccessi. Loro sono i protagonisti de Il grande caldo, film indipendente zero-budget girato da una troupe di 19/20enni a Roma nell’estate del 2013 e pronto per vedere la luce nella primavera del 2022.

Tra i protagonisti, troviamo Marcello Newman (ex Marcello e il mio amico Tommaso), Daniele Tinti, oggi stand-up comedian e podcaster (Comedy Central, Tintoria), Alex Germanò (che pubblica come Germanò per Bomba Dischi) e Dan Bensadoun (membro dei Replicant, Bomba Dischi). Ispirato dal primo Moretti, da Rohmer, Cassavetes e Larry Clark, Il grande caldo è lo specchio di uno spaccato generazionale dolceamaro e irriverente, che mette in scena le idiosincrasie di un gruppo di proto-hipster romani, destinati di lì a poco a ritrovarsi al centro dell’esplosione della scena romana – soprattutto in ambito musicale.

Se vuoi vedere il film, ecco dove e quando:
27 maggio – Roma – Monk – con presentazione di Francesco Pacifico (biglietti qui)
29 maggio – Napoli – Lanificio
1 giugno – Torino – Cinema Maffei – con concerti acustici di Germanò e Plastic Palms (info qui)
9 giugno – Milano – Circolo IAM – con presentazione di Irene Graziosi e Lorenzo Gramatica 
14 giugno – Londra – Ridley Road Market Bar – con presentazione a cura di Festival of Italian Literature in London
17 giugno – Firenze – Casa del popolo di Settignano – con presentazione a cura di In fuga dalla bocciofila

Intanto, immergiti nel retroscena de Il grande caldo attraverso le parole di chi l’ha creato.

Ciao! Partiamo dalle basi: quando, come e perché è nato Il grande caldo?
Avevamo 20-21 anni, era il 2013, Dan preparava la domanda per la Fémis, Marcello aveva da poco completato 12 CFU in storia del cinema e ci sentivamo pronti per fare un film. Eravamo tutti musicisti, organizzavamo serate, giravamo video, eravamo abituati a fare tutto da soli. Come alibi avevamo l’università, quindi spendevamo molto tempo in una biblioteca in centro a Roma, la Casa delle letterature. Un pomeriggio Marcello se ne uscì con il titolo del film e la prima scena. Dopo un giorno era finito il soggetto, dopo due settimane la sceneggiatura e dopo un altro mese le riprese. Eravamo arroganti e approssimativi nel migliore dei modi: per filmare bastava la Canon 7D, per il suono di presa diretta bastavano 200 euro di attrezzatura e l’amico Tommaso dalle braccia forti, e così via. Avevamo da poco visto La grande bellezza, ci aveva fatto arrabbiare e pensavamo di poter fare di meglio.

Quanto di autobiografico e quanto di inventato o romanzato c’è?
Tutto è romanzato, niente è realmente inventato. I personaggi nel film hanno i nostri nomi e moltissime cose in comune con noi, ma rimangono personaggi, non persone. Il grande caldo è un film girato da ragazz3, su ragazz3 che non riescono a girare un film, quindi una distanza tra i piani c’è. Sicuramente volevamo rappresentarci come un po’ peggio di quello che siamo davvero. Volevamo mettere in scena anche forme di abbrutimento e volgarità che ci sembravano presenti nelle nostre vite ma assenti dal cinema, da cui le bestemmie e le battute misogine. Di veramente vero nel film c’è lo sfondo: gli altri avventori del Bar San Calisto, la gente in giro per Monti, il tizio in motorino che sfreccia accanto ai protagonisti gridando “’a froci!”.

Moretti, Rohmer, Cassavetes e Larry Clark sono palesemente tra le vostre reference estetiche e di mood, ma cosa in particolare avete rubato da loro? E quali altre fonti di ispirazione avete avuto?
Abbiamo scoperto Ecce bombo e Io sono un autarchico durante la scrittura del film, e ci hanno ovviamente colpito molto perché uscivano da ogni narrazione classica ed erano allo stesso tempo film generazionali e fortemente sperimentali. Il raggio verde di Rohmer fu importantissimo per come raccontava l’estate: un momento bellissimo che hai sempre l’impressione di sprecare. Corri sempre dietro a un’estate ideale che non viene mai. Cassavetes ci ha ispirato tantissimo per l’economia del suo cinema, l’indipendenza come condizione assoluta, i lunghi primissimi piani, lo stile dei dialoghi e l’uso del vissuto degli attori nella costruzione dei personaggi. A Larry Clark abbiamo rubato principalmente cose più formali. Il primo piano del bacio tra Giallo e Sophie che si vede nel trailer è una citazione dell’apertura di Kids.

La narrazione del film è trainata da una forma di non ambizione e di non/anti realizzazione personale, rappresentata da un gruppo di studenti dell’università che si sentono radicalmente distanti dalla visione della vita e dalla condizione in cui si trovavano i propri genitori alla loro età, veicolando quindi una critica al paradigma socio-politico-economico attuale. Qual è la (non) presa di posizione che volete rivendicare con questo film?
I protagonisti del film non sono in grado di prendere posizione per la difesa di un’idea o di un’istanza politica. Sentono uno scollamento rispetto al mondo che li circonda ma non saprebbero neanche bene spiegare perché. Per noi è comunque una posizione legittima anche se in un certo senso e col senno di poi, questi personaggi ci sembrano depoliticizzati a un livello quasi inquietante. L’unica cosa che gli è rimasta della vecchia cultura di sinistra è una vaga vergogna verso il loro essere borghesi e il piacere perverso di usare i soldi dei padri per vivere una vita distante dai loro valori. Quella è una constatazione amara, e siamo felici di vedere che i ventenni di oggi sembrano un po’ meno cinici.

Definireste Il grande caldo un film anticapitalista? Altro?
Lo è in negativo, mostrando una generazione che non crede più al lavoro come opportunità di autorealizzazione (e probabilmente non crede più nemmeno all’idea stessa di autorealizzazione), e una mascolinità che non ha guadagnato molto in consapevolezza e empatia. In quel periodo Dan stava leggendo femministe radicali come Andrea Dworkin e le “Dansplainava” agli altri membri del cast – verso la fine del film c’è una scena ispirata a quello.

Un’altra tematica cardine del film è l’amicizia che lega il gruppo protagonista: come si colloca il concetto di unità, collettività e influenze rispetto alla critica sociale sottesa al film?
Qua ritornano sia la questione storica che quella anagrafica. A 20 anni gli amici non sono solo la famiglia che ti scegli, sono la tua identità. Nello scollamento apparente dal sistema di valori dei propri genitori i personaggi trovano qualcosa di identitario. Qua entra la questione storica: in quegli anni Valerio Bulla, inventore di molti meme linguistici diventati di uso comune nella nostra scena, usava ossessivamente espressioni come “che mestizia”, o “ce ne ho 3” (sottintendendo “3 depressioni”), oppure “sto all’ananas / tiramisù / amaro” (sottintendendo che stava ben oltre il caffè). Era una questione generazionale: eravamo ragazz* mest* e nel riconoscerci e accettarci come tali diventavamo parte di una comunità caratterizzata da una paradossale autonomia e creatività.

Riguardando il film oggi, a quasi 10 anni di distanza dalle riprese, lo ritenete ancora attuale? E cambiereste qualcosa (regia, trama, sceneggiatura, recitazione, finale…)?
Il film è cambiato molto da quando l’abbiamo girato, sia perché è passato parecchio tempo, sia perché effettivamente lo abbiamo rimontato da capo. Tornando indietro cambieremmo due o tre cose di scrittura. In particolare, ci dispiace non aver approfondito di più i personaggi femminili, vederle di più senza i maschi, capire meglio cosa volesse dire questa mestizia per loro. Allo stesso tempo, girandolo ora, pensiamo che difficilmente avremmo la sfrontatezza e il coraggio che avevamo a 20 anni e che rendono il film quello che è.

Qualche episodio, aneddoto, disavventura dal dietro le quinte che volete raccontarci?
Eccone un elenco incompleto e deliberatamente vago: almeno due grandi liti sul set; quando è emersa l’idea di rimettere mano al film sul serio, sei o sette anni dopo le riprese, la realizzazione (per fortuna smentita successivamente) di aver perso tutto il girato e l’unico export della versione originale; la madre di uno dei registi, vedendo il film in anteprima, rimane in silenzio per tutta la sua durata, per poi chiedere semplicemente: “perché?”; lo smarrimento a Monte Porzio Catone della macchina Super 8 usata dai personaggi per girare il loro film; il sabotaggio del grande caldo da parte di uno dei registi, durato 3-4 anni, dopo aver perso un lavoro a causa di contenuti artistici a suo nome trovati su Google dal capo.

“Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori e di trasmigatori” è una frase che viene inquadrata negli ultimi minuti del film, come una sorta di manifesto. Vi va di approfondire?
Il grande caldo racconta la storia di un gruppo di ragazz* che fatica a esprimersi e che attraverso un progetto artistico amatoriale forse comincia a farlo. I nostri (anti)eroi sono tali anche se del film che hanno girato non rimane niente. Ci piaceva contrapporre quest’idea così umile di eroismo a quella pomposissima espressa nella scritta al colosseo quadrato. Senza nulla togliere ai trasmigratori, a noi interessava raccontare e celebrare qualcosa di molto diverso: l’autentica profondità della noia, dell’indolenza, del sentirsi persi. I ragazzi alla fine camminano verso il monumento innanzitutto perché sono probabilmente ubriachi e/o drogati ed è l’alba ed è bello da vedere e viene naturale avvicinarsi, ma forse ci vanno anche in segno di sfida.

Che significato ha per voi il finale? E come sperate venga recepito?
Vogliamo che rimangano sospese delle domande sul senso del viaggio fatto dai protagonisti. Sono cresciut*? Sono cambiat*? Cambierà qualcosa nelle loro vite dopo? Ci sta anche bene che, guardando il film, qualcuno possa rispondere di no a tutte e tre. Pensiamo che le persone, e i nostri personaggi, tendano al bene, e che il bene possa essere e spesso sia irraggiungibile. Rispetto alla ricezione, vorremmo un paio di cose: ispirare la produzione di altri grandi caldi; sdoganare le bestemmie; trovare le energie per farne un altro.

Perché lo fate uscire proprio ora?
Perché siamo pigri e disfunzionali e ci abbiamo messo 9 anni a finirlo. Poi perché ci è sembrato migliorare con il tempo. Gli anni attorno al 2013 sono stati importantissimi per noi in due modi: anagraficamente, perché avevamo 20 anni, ed è un’età importante per chiunque, poi, storicamente, perché eravamo coinvolti in un momento di grande fermento creativo a Roma. Tra i nostri amici e compagni di scena I Cani, I Mostri, The Pills, c’era moltissima sperimentazione attorno al narrare la città di Roma e la vita dei nostri coetanei. Si puntava tutto sull’originalità del linguaggio e sull’uso di mezzi di produzione poveri. Nessuno vedeva queste cose come un lavoro.

Oggi sono cambiate moltissime cose, sia anagraficamente che storicamente, e Il grande caldo continua a contenere qualcosa dello spirito avventuroso della Roma dei nostri 20 anni. Allo stesso tempo non è che il film era finito 9 anni fa ed esce solo ora: abbiamo passato gli ultimi 2 anni a rimontarlo da capo e a fare tutta la post-produzione. In questo senso il film contiene anche lo sguardo dei 30enni che ricordano la propria tardo-adolescenza.

Miriana Marchetti e Sara Suozzo