Voto

8

Accantonate le atmosfere cupe di Sils Maria (2014) e Personal Shopper (2016): Doubles Vies è una commedia verbosissima memore del migliore Woody Allen, in cui i personaggi parlano tantissimo, senza sosta, tornando a discutere ossessivamente dello stesso argomento per tutto il film. Doppie sono le vite dei personaggi, che si barcamenano tra relazioni extraconiugali sul sottilissimo confine che separa l’implicito dall’ipocrisia, tra relazioni private intrecciate a rapporti lavorativi, tra aspettative e realtà, tra ambizioni e compromessi. Doppie, se non infinite, possono essere le opinioni su uno stesso argomento o fatto e, di conseguenza, il modo in cui viene percepito. Ed è per questo che la densa verbosità del film non annoia mai: ogni dialogo, ogni frase, ogni pensiero aggiunge un tassello diverso, sempre stimolante e provocatorio, all’attualissima questione del rapporto tra analogico e digitale, che interessa tanto il campo dell’editoria – attorno al quale ruota il film – quanto quello del cinema. Assayas è astuto: parla di cinema senza parlare di cinema, sviando così il rischio di un noiosissimo film autoreferenziale.

Partendo da spunti in apparenza banali e generalisti, Assayas si addentra nell’argomento fino a sviscerarlofake news, post-verità, ebook vs libri cartacei, ruolo della critica elitaria, democratizzazione della cultura e delle opinioni, con qualche virata più esplicitamente cinematografica (streaming, prodotti seriali, mediazione della critica, mestiere dell’attore, pellicola/digitale); non manca nulla. Senza demonizzare il digitale, che è anzi una risorsa preziosissima, Assayas si limita a lanciare frecciatine, a divertirsi con qualche inserto sarcastico e a proporre speculazioni che aprono voragini di domande. Nessuna risposta, perché, al momento, non avrebbe senso darne: stiamo vivendo un cambiamento epocale che procede complesso e a ritmo incessante; non ci resta che fermarci, riflettere e capire come gestirlo.

Benedetta Pini